meno Shakespeare, più Rino Formica

Il 13 gennaio 2020 la pagina Facebook “Una foto diversa della Prima Repubblica. Ogni giorno.” pubblica una foto di Bettino Craxi e Rino Formica con il commento: «Hammamet di Gianni Amelio è un film dove c’è più Shakespeare che Rino Formica. Purtroppo».

Qualche giorno prima è uscito nelle sale il film di Amelio sugli ultimi giorni di Craxi ad Hammamet, la città tunisina in cui l’ex presidente del consiglio ha deciso di vivere dopo “Mani pulite”. Quando lascia l’Italia (per non farvi più ritorno) Craxi ha appena compiuto 60 anni. Non è un vecchio pronto a stucchevoli bilanci esistenziali. A maggior ragione se si considera la longevità di altre eminenze della politica. Però è affetto da diabete e, in breve, la salute peggiorerà drammaticamente. Inoltre, il fatto di essere latitante, gli impedisce il rientro in Italia, almeno il rientro da uomo libero. Di questa condizione non riesce a farsi una ragione, sentendosi fra l’altro tradito dagli amici, anche quelli un tempo intimi, e ingiustamente disprezzato dalla gente. Gli mancano l’Italia, la ribalta e il potere.

Tutto questo facilita l’accostamento a Re Lear, personaggio che nella versione shakespeariana è sintesi totale delle lacerazioni esistenziali prodotte dal senso di vuoto e di disperata solitudine che sopraggiunge alla scomparsa del potere. E allora emergono quelle contraddizioni, paure e nevrastenie, quelle debolezze che la letteratura, il teatro, il cinema cercano di cogliere e rappresentare.

Non sono in grado di dire se Gianni Amelio sia riuscito o meno in questa impresa. Di certo condivido la frase «Hammamet di Gianni Amelio è un film dove c’è più Shakespeare che Rino Formica. Purtroppo». Condivido anche il “purtroppo”. Perché Lear è una figura talmente sprofondata nel liber vetustissimus al quale attingono le cronache medievali, che non sembra scandaloso trascurarne le gesta da regnante per concentrarsi sul disfacimento finale, la spirale di incomprensioni, tradimenti e bugie che culmina in uno stupefacente e definitivo accumulo di cadaveri.

Purtroppo di questa terribile e meravigliosa danse macabre nella storia di Craxi ad Hammamet non c’è traccia. E bisogna farsene una ragione. Perché tutto s’è già consumato – in un mirabolante finale felliniano – ancor prima dell’arrivo dei giudici milanesi. E s’è consumato su un palco che non è mai stato quello della villa tunisina, un po’ triste e démodé, del Bettino claudicante, semmai quello dei tavoli da poker, delle piste da ballo e delle scintillanti hall di alberghi, hotel e palace hotel.

A cominciare dal Midas Palace, il luogo in cui si riunisce il Comitato Centrale del PSI dopo lo sconfortante risultato elettorale delle politiche di giugno del 1976: 38,7% DC, 34% PCI, 9,6% PSI. In quel momento Francesco De Martino, un prof di Storia del Diritto Romano anziano e soporifero, è segretario del partito, leader della corrente centrista “Riscossa”. In una posizione di centro c’è anche Giacomo Mancini, della corrente “Presenza”. A sinistra la “Sinistra socialista” di Riccardo Lombardi e quella “ferroviaria” di Claudio Signorile, a destra la corrente “Autonomia” del vecchio Nenni. De Martino rassegna le dimissioni e siccome bisogna trovare un successore e l’impresa è tutt’altro che semplice, Mancini fa convergere i voti su una figura in quel momento del tutto marginale, per giunta di una corrente di minoranza: «Conta un cazzo e mette tutti d’accordo».

Si fa fatica a crederci, ma parla di lui, di Craxi, che in quel momento pesa pochissimo e siccome è il delfino di Nenni viene pure sbeffeggiato da Fortebraccio su L’Unità con l’appellativo “Nennino Craxi”. Per la verità con quell’intrigo di palazzo, anzi, di palace hotel, Nenni c’entra pochissimo. Lo si capisce dal modo in cui si aggira, spaesato, tra le sale a tema del Midas: sala Zaffiro, sala Smeraldo, sala Topazio. Forse più spaesato che in Laterano durante l’occupazione tedesca, quando un inorridito Pio XII lo sente tuonare un paio di bestemmie. Ma per dio! penserà sconsolato seduto in sala Topazio, ma come c’è finito il Comitato in un posto così? Gli sembra tutto indegno, falso e scadente, compreso il modo in cui viene scelto il nuovo segretario, che non mette bocca nella discussione e si ritrova eletto per via di un «accordo sottobanco». Lo diceva Turati: come sarebbe bello il socialismo senza i socialisti!

E da «Turati a Turatello», per citare Enzo Biagi, il passo è breve. Francis Turatello, detto “faccia d’angelo”, è un criminale della Milano anni ’70 fra le cui attività spicca la gestione di bische clandestine. Una di queste, secondo la deposizione ai magistrati dell’entreneuse Patrizia Piccolo, era frequentata da Bettino Craxi. Il quale, in fondo, non ha mai fatto mistero di amare il poker. «Un giocatore di poker» è il massimo che riesce a dire di lui Enrico Berlinguer quando gli viene chiesto di dare una definizione del leader del PSI. Il quale, di rimando, accusa il segretario del Partito Comunista di essere troppo comunista e lo sbeffeggia perché in casa non ha nemmeno una tv a colori.

Ecco, la tv. Approssimando un po’, tra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80 nasce la tv commerciale. E tutto cambia. Si può dire che giocando su diversi tavoli, quello astratto dell’ideologia, quello concreto della strategia e, per finire, quello potentissimo – ma a scadenza limitata – dell’immagine, Craxi dimostra alla vecchia guardia che delle analisi di Mancini («Conta un cazzo e mette tutti d’accordo») è bene diffidare. Una volta azzannato il potere, non lo molla più.
Per cominciare, quindi, mette mano all’ideologia: nell’agosto del ’78, firma un articolo per l’Espresso dal pretenzioso titolo “Il vangelo socialista”. E qui chiarisce in modo inequivocabile che socialisti e comunisti non sono fratelli, forse nemmeno cugini. Hanno padri diversi che neppure si somigliano. Da una parte c’è Marx, la cui grigia discendenza ha una concezione autoritaria e centralistica della società, dall’altra Proudhon, la cui baldanzosa prole ha una visione libertaria e pluralistica. «Da un lato il comunismo che vuole la soppressione del mercato, la statalizzazione integrale della società e la cancellazione di ogni traccia di individualismo. Dall’altra il socialismo, che progetta di instaurare il controllo sociale dell’economia e lavora per il potenziamento della società rispetto allo Stato e per il pieno sviluppo della personalità individuale». Non molto, a dire il vero, comunque sufficiente per tagliare la barba al profeta di Treviri e scaraventare Proudhon nel pantheon socialista. Una rivoluzione che non scalda i cuori dei luogotenenti di Craxi: gente che non ha mai letto Marx (come ammette candidamente De Michelis), figurarsi Proudhon. Lo storytelling, però, è chiaro: a una triste e burocratica visione del mondo come “apparato” se ne contrappone una, diciamo così, “alberghiera”, in cui la società è libera di muoversi e prosperare come la ricca clientela che affolla in quegli anni le hall di alberghi, hotel e palace hotel, mentre ai valori e alle idee resta lo spazio di un frigobar. Tant’è che lo sviluppo della personalità individuale, concetto geneticamente modificato nel culto della personalità, verrà prima celebrato, e poi commemorato dal Midas al Raphaël, passando per il Plaza, dove – a quanto si racconta – il tracimante De Michelis avrebbe lasciato un conto da pagare di 490 milioni di lire, di cui 90 di soli extra. Segnale alquanto preoccupante del destino del debito pubblico.

Dopo aver messo mano all’ideologia, Bettino passa alla strategia: incunearsi, come forza finalmente autonoma, fra DC e PCI. E qui, va detto, Bettino sa il fatto suo: non solo arriva, primo socialista, alla guida di un governo (fra l’altro incaricato da un altro socialista, Sandro Pertini), ma stabilisce anche il primato di longevità di un esecutivo, quasi quattro anni. In quel periodo, dal 4 agosto 1983 al 18 aprile 1987 ottiene: il taglio di 3 punti della scala mobile, l’abbattimento dell’inflazione che passa dal 12% al 5%, la vittoria nel braccio di ferro con gli Stati Uniti di Reagan nella crisi di Sigonella. Il partito, intanto, cresce e dallo striminzito 9% di consensi arriva al 14,3%.

Non sono tutte vittorie, è ovvio. Però i successi, veri o presunti, si vendono benissimo fra elettori, alleati, investitori, spettatori, prìncipi di salotti, banchieri e bancarottieri. Mani sudate e maniche larghe dalle quali sfilare i quattrini con cui, finalmente, mandare a spendere i tesorieri di PCI e DC. Alimentando un circuito, o forse sarebbe meglio dire un cortocircuito, di finanziamenti illeciti con cui riempire le casse del partito e le tasche degli amici, in un’ansia da prestazione che tradisce lo sbandamento di fronte all’imminente catastrofe. Una prestazione notevole per una catastrofe colossale.

Dopo tanta grandeur, vituperata ma anche – da un certo punto di vista – pubblicizzata dall’ironico disprezzo dei comici (un esempio per tutti: Grillo a Fantastico nel 1986), come raccontare il crepuscolo degli dei? E del loro re? Evocando il Lear shakespeariano nell’immagine, di certo intima e anche un po’ commovente, di un vecchio che dice cose senza senso mentre la figlia gli taglia i capelli?

Difficile dirlo. Di sicuro ci vorrebbe un po’ più di Rino Formica, magari filmato mentre descrive se stesso: «uno che calcola tutto e prepara tutto per andare in culo a qualcuno», il partito: «un convento povero di frati ricchi», la politica: «sangue e merda», lo stato: «metà mascarpone, metà gorgonzola». E magari si potrebbe ambientare il finale all’hotel Ergife, dove l’11 febbraio 1993 Craxi rassegna le dimissioni, Formica appoggia la candidatura di Martelli, e Giorgio Benvenuto viene eletto segretario di un partito che ormai non esiste più. Oppure al Raphaël, riproponendo l’agghiacciante tiro al bersaglio di cui Bettino è vittima il 30 aprile di quell’anno. Oppure un lungo piano sequenza nei corridoi del Plaza, e poi una voce: «Cazzo però, quanto ci siamo divertiti!» e chiusura alla Truffaut sul sorriso di De Michelis.

Mauro Orletti

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