Si viene da sé spontaneo

Magari ha ragione Natalia Ginzburg, quella di Berlinguer fu una “bella morte”, arrivata durante un comizio, mentre parla alla gente.

È il 7 giugno 1984 e lui deve parlare in piazza dei Frutti a Padova. È stravolto dalla fatica per i mille impegni in vista delle elezioni europee. A un tratto la voce si fa incerta, prosegue a fatica: «Lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo… è possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà». Sono le sue ultime parole. Viene accompagnato in albergo e fatto stendere sul letto, dove si addormenta all’istante. Non si sveglierà più. Muore, per via di un ictus cerebrale, l’11 giugno.

Il segretario del PCI lascia orfani milioni di compagni. La sua scomparsa è una cosa enorme, un trauma collettivo che in tanti provano a raccontare. Ci riescono in pochi e uno di questi è Benigni, che in un articolo su l’Unità del 12 giugno 1984, il giorno dopo la morte di Berlinguer, scrive così: «Una vita sprecata. La mia. Perché non si può tornare indietro? Io invece ci torno. Ecco, siamo nel 1970, ho 18 anni, non so niente di teatro, di cinema, di comicità; una sola aspirazione: la medicina. Mi iscrivo all’Università. Laureato a pieni voti. Un tirocinio esemplare. Si comincia a parlare di me. Sempre di più. Mi specializzo in ictus cerebrale. Ma perché Benigni? Perché sì. Sono sempre più famoso. Il più grande ictusologo del mondo. Si parla di me all’estero. Passa il tempo. È il 1984, il 7 giugno, giovedì. Sono a Padova a cena da un mio cugino. Non mi piace la politica. Mi piace Berlinguer. Andiamo a sentirlo. Sono in mezzo alla folla, nelle ultime file ma riesco a vedere. Entra Berlinguer, noto subito che c’è qualcosa che non va nello sguardo. Comincia a parlare, l’articolazione non mi piace. Non ho più dubbi. Salto come in preda a un raptus in mezzo alla folla, arrivo fino al palco, le guardie del corpo mi fermano, riesco a passare, mi blocca Tatò; gli spiego la situazione, Tatò mi crede, effettivamente Berlinguer non si sente bene. Andiamo all’ospedale di corsa, dicendo alla folla di aspettare; faccio stendere Berlinguer, dopo venti minuti usciamo, sta benissimo. “Grazie dottor Benigni”. “Niente caro Berlinguer, ti voglio bene”».

Benigni vuol davvero bene al compagno segretario. L’anno prima, il 17 giugno, partecipa alla manifestazione organizzata dal PCI al Pincio per le politiche dell’83. Sale sul palco prima dell’intervento di Berlinguer. Fa un breve e ironico discorso, poi lo annuncia al pubblico. E lì confessa: «io vorrei prenderlo in collo ma lui non si farà prendere, sarebbe il mio sogno prendere in collo Enrico Berlinguer». Detto fatto: senza che nessuno possa far nulla, Benigni lo solleva tenendolo fra le braccia. È un’immagine scolpita nella memoria collettiva.

Qualche mese dopo, a settembre, è di nuovo lui a precedere Berlinguer sul palco allestito al Campo Volo di Reggio Emilia. Fa un pezzo sui peccati capitali, che fra l’altro gli vale un’azione legale per bestemmia, turpiloquio e vilipendio. Poi chiude così: «dopo di me parlerà un altro comico, Enrico Berlinguer». Che è un’introduzione memorabile per un uomo descritto dai giornali come grigio, mai sorridente. E anche un po’ tetro, forse perché, quando viene interpellato per strada, risponde: «Non amo le semplificazioni». Forse perché, quando viene incalzato a sproposito, ripete: «Non faccio profezie». Forse perché, se interrogato sulla vita privata, si smarca così: «Credo che rivolgendosi all’ufficio stampa del partito ella potrà avere una mia biografia comprensiva dei dati anagrafici che desidera conoscere».

In quel comizio a Reggio Emilia Berlinguer tocca certi temi che gli stanno a cuore. Per esempio la distanza da Mosca (il pretesto è l’abbattimento di un aereo sudcoreano da parte dell’URSS). Le sue bordate al Cremlino non sono una novità. Per esempio nel ‘69, alla Conferenza mondiale dei partiti comunisti a Mosca, annuncia che voterà solo una parte del documento finale e Igor Ponomariov, braccio destro di Brežnev, abbandona l’aula. Di nuovo nel ‘76, al XXV Congresso del PCUS, dice chiaramente la classe operaia può affermare la sua funzione storica solo in un sistema pluralistico e democratico. E la Russia, oggettivamente, non è pluralistica né democratica. Poi nel ‘77, sempre a Mosca, per il 60° anniversario della Rivoluzione d’ottobre, se ne esce con la storia che democrazia e pluralismo sono preminenti e, quindi, la dittatura del proletariato è un fatto superato. 

Certo oggi sembrano cose un po’ scontate ma allora no, allora son dei macigni. Per giunta calati in terra Sovietica, in faccia al compagno Brežnev. Uno che nel ‘68, tanto per chiarire, aveva mandato i carri armati a Praga per stroncare la primavera di Dubček.

D’altra parte ancora nel febbraio dell’84, quattro mesi prima di morire, Berlinguer partecipa con Massimo D’Alema ai funerali di Andropov (il successore di Brežnev). Prima di essere ammessi alla camera ardente devono attendere in una saletta del Cremlino. «Dobbiamo aspettare che arrivi la vostra corona di fiori» gli dicono. Non è vero: quando arriva il loro turno la corona è già accanto alla salma. E qui Berlinguer regala a D’Alema la seguente perla: «Ora ti spiego quali sono le leggi generali che caratterizzano tutti i paesi socialisti. La prima è questa: i dirigenti mentono, sempre, anche quando non sarebbe necessario. La seconda è che l’agricoltura non funziona, mai, in nessuno di questi paesi. La terza legge, facci caso, è che le caramelle hanno sempre la carta appiccicata».

Nonostante le tre leggi generali, Berlinguer continua a credere nella possibilità di una riforma democratica del socialismo reale. È invece convinto che il partito socialista di Craxi, che tanto predica di riforme, non riuscirebbe mai a riformare se stesso. Tant’è che poi, sempre in quel comizio a Reggio Emilia, parla dei rapporti tra PCI e PSI, partiti fra i quali c’è una distanza siderale, anche maggiore rispetto a quella che lo separa da Brežnev. E lì si capisce che la “questione morale” è la pietra tombale sotto cui si spegne ogni speranza di vedere in Italia una sinistra socialdemocratica.

Comunque quel giorno a Reggio Emilia c’è anche il fotografo Luigi Ghirri, al quale il PCI ha chiesto di documentare la festa nazionale dell’Unità. Lui arriva prestissimo e comincia a guardarsi attorno. All’inizio c’è solo uno spazio vuoto, poi arrivano i comunisti, che a lui sembrano pellerossa, e le bandiere. Il prato si colora di una folla immensa e allora Ghirri prende la macchina fotografica e realizza uno dei suoi scatti più belli. Di fronte a quello spazio gigantesco, preso di spalle, su un palco che si protende verso una moltitudine di facce e di corpi, che non sono persone precise ma l’indistinto corpo mistico del partito, c’è lui, Berlinguer, che invece è uomo in carne, ossa e abito grigio, con una piega che tira dalla stessa parte delle bandiere. È una foto incredibilmente bella, semplicissima e perfetta. Talmente perfetta da riuscire a cogliere, come si dice, l’essenza dell’uomo.

Alle volte, infatti, c’è chi riesce a cogliere l’essenza di qualcuno o qualcosa. Anche Bertolucci (Giuseppe) e Benigni ci riescono, riescono a cogliere l’essenza del comunismo in un film del ’77: “Berlinguer ti voglio bene”. In un cantiere edile alcuni operai parlano di politica. Poi uno di loro azzarda: «Quello che mi preoccupa a me, l’è Berlinguer. Recentemente mi pareva un po’ lento, vero».

Gli risponde Benigni, che nel film si chiama Mario Cioni: «Ehi dico, Berlinguer non è lento, ignorante. Berlinguer ci vuole bene».

Ne viene fuori questo scambio di battute.

«Anch’io gli voglio bene a Berliguer. Ma il problema non è mica quello fidanzarsi con Berlinguer. L’è quello di far la rivoluzione».

«Ci si faaaa! Ci si fa. L’unica cosa che dovrebbe fare Berlinguer è quella di darci il via. Basta, chiuso. Lui si dovrebbe presentare in televisione. Alla zitta. Senza dì niente a nessuno. La sera alle nove, no? Piano piano entrare, tutti pronti davanti, e lui arrivare alla zitta, Buonasera, eeeh, compagni, via! Eh?»

«E perché non ci dà il via?»

«C’ha da fare. C’ha la famiglia».

«Via via ragazzi, si va a fare una partitina».

«Poi il comunismo viene da sé anche senza Berlinguer. Il comunismo è come prima di farsi la prima sega che si viene a letto da sé. Si fa: “Dio bono, che cosa m’è successo?” “Niente, o fanciullo, sei venuto! Quello che non funzionava, ora funziona. Godi!” Ecco, il comunismo così, il popolo sì… è come un ragazzo prima di farsi la prima sega. Tac. S’arriverà la mattina da sé, si dice: “Che cosa ci è successo?” “Niente, popolo! Sei venuto! Quello che non funzionava ora funziona! E godi!” Ecco, il comunismo è la sega prima di farsi la prima sega. Si viene da sé spontaneo…»

Ecco, un marxista ortodosso vi spiegherebbe che al culmine dello sviluppo capitalistico il processo di rovesciamento del sistema si affermerà come necessità oggettiva. Cioè, appunto, come succede prima della prima sega, che si viene a letto da sé. E qui bisogna dire che in effetti anche Berlinguer parla di una necessità oggettiva: «la necessità di uscire dal capitalismo e di andare verso una società superiore», diversa da quella sovietica e diversa anche da quella socialdemocratica, che secondo lui ha smesso di cercare alternative al sistema capitalistico. E questa società superiore, dice sempre il compagno segretario, bisogna che «assicuri quello che si è perduto, quello di cui più̀ si sente la mancanza: una convivenza veramente umana».

Ecco, in un certo senso lo scatto di Ghirri racconta anche questo, la speranza al posto della necessità oggettiva. Che magari il comunismo non viene da sé spontaneo, e non viene neppure con Berlinguer, ma val comunque la pena essere lì a ritrovare «quello di cui più̀ si sente la mancanza: una convivenza veramente umana».

Mauro Orletti

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