Do-do Dodgson

Il primo museo aperto al pubblico a Londra fu il Tradescantianum, nel quartiere di Lambeth, ospitato in un edificio chiamato The Ark (L’Arca). Comprendeva la collezione raccolta da John Tradescant e da suo figlio, una wunderkammer da far invidia all’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, ricca di curiosità artificiali e naturali, fra le quali un dodo impagliato. Sembra che i pochi esemplari di dodo giunti in Europa, nei primi anni del Seicento, fossero per lo più destinati al serraglio di Rodolfo II. Difficile dire se Tycho Brahe, astronomo alla corte di Praga, sia riuscito a vederne qualcuno. Morì nel 1601 e, perciò, è probabile che il privilegio sia toccato al suo allievo Keplero, ammesso e non concesso fosse interessato agli animali bizzarri. Di vera e propria passione, e non di mero interesse, si può invece parlare a proposito di Roelant Savery, un artista fiammingo al servizio, anche lui, dell’imperatore che, dunque, ebbe la possibilità di ritrarre dal vivo i rari uccelli. In almeno sei quadri, infatti, raffigurò il dodo. Il dipinto più celebre, eseguito intorno al 1626, è noto come “Edward’s Dodo” (Edwards è il nome dell’ornitologo che ne entrò in possesso).

Un esemplare di dodo giunse anche in Inghilterra, a quanto pare vivo, nel 1638. E i Tradescant, da esperti collezionisti, ne entrarono in possesso. Alla morte di Tradescant figlio, la biblioteca e il suo museo passarono in eredità a Elias Ashmole, andando a formare, nel 1691, il nucleo originario della raccolta dell’Ashmolean Museum di Oxford. Nel 1860, i malandati resti del dodo furono spostati dall’Ashmolean al neonato Museo di Storia Naturale dell’Università di Oxford. E lì, un certo Charles Dodgson lo vide e ne rimase talmente affascinato da farne il suo alter-ego.

Ancora oggi il museo conserva la testa e una zampa del dodo, unici resti al mondo ancora provvisti di tessuto molle. La loro rarità è presto spiegata: il dodo si estinse alla fine del Seicento.

Il dodo è un parente molto stretto di colombi e tortore. Gli studiosi ipotizzano che nel corso del Pleistocene uno stormo di piccioni finì casualmente sull’isola di Mauritius, nell’Oceano Indiano. Il luogo era ideale, privo di predatori e ricco di cibo. Per milioni di anni, questo ambiente protetto permise al dodo di prosperare e, a differenza dei piccioni, di adattarsi alla vita a terra. In assenza di nemici, poteva benissimo rinunciare al volo, abilità a quel punto inutile e troppo dispendiosa. Poteva addirittura permettersi il lusso di deporre un solo uovo alla volta. Poi, nel 1598, arrivarono i primi europei, membri della spedizione guidata dall’ammiraglio olandese Jacob Corneliszoon van Neck. Uno di loro raccontò: «Trovammo grandi uccelli, con ali grandi come quelle di piccione, così che non potevano volare. […] Questi particolari uccelli hanno uno stomaco così grande che potrebbe sfamare due uomini».

Il dodo, in effetti, aveva un aspetto bizzarro: corpo robusto, zampe forti, becco grande e ricurvo, ali ridotte a semplici moncherini, coda provvista di un bizzarro ciuffo di penne. L’aspetto, insomma, non lo faceva sembrare particolarmente intelligente o combattivo. Non a caso il nome dodo potrebbe derivare dal portoghese “doudo”, o “doido”, cioè “sempliciotto”. Il naturalista svedese Linneo, dal canto suo, parlò di «Didus ineptus», mentre i marinai olandesi lo battezzarono “walgvogel”, cioè “uccello insipido”.

L’introduzione nell’isola di Mauritius di ratti, maiali e cani, che mangiavano le sue uova nidificate a terra, e così pure la competizione per le risorse alimentari con capre e altri erbivori, in aggiunta alla distruzione dell’habitat originario, portarono all’estinzione dell’uccello.

Gli ultimi esemplari viventi furono avvistati, del tutto casualmente, a Mauritius nel 1662. L’11 febbraio di quell’anno una violenta tempesta si abbatté su una flotta di sette velieri olandesi della Compagnia delle Indie Orientali. Tre scomparvero senza lasciare traccia mentre L’Arnhem si incagliò sugli scogli di Saint Brandon, a quasi 200 chilometri da Mauritius. I sopravvissuti riuscirono a raggiungere l’isola con una imbarcazione di fortuna. Uno di loro, Volkert Evertsz, lasciò la descrizione di un dodo: «Quando ne presi uno in mano, emise un grido e altri corsero avanti per aiutare l’uccello che era tenuto prigioniero». Gli ultimi esemplari potrebbero aver resistito fino al 1690, poi il dodo sopravvisse solo nell’arte. Ma l’aspetto con cui ci è stato tramandato deriva da un equivoco.

Nel 1863 l’anatomista e zoologo inglese Richard Owen incontra il vescovo anglicano delle Mauritius, Vincent Ryan, al quale chiede di diffondere nell’isola la notizia del suo interesse per i resti dell’animale. Il messaggio arriva a Edward Clark che, nel 1865, a Mare aux Songes, rinviene un centinaio di ossa di dodo. Clark le spedisce a Owen il quale, avendo la possibilità di assemblare lo scheletro dell’animale, prova anche a restituirne l’aspetto. Ma come, visto che non ne ha mai visto uno?

E qui entra in gioco il quadro di Savery “Edward’s Dodo”, conservato al British Museum, in cui l’uccello è ritratto a grandezza naturale, goffo e molto paffuto. Owen lo prende a modello, salvo rendersi conto, anni dopo, di aver sbagliato a fidarsi di Savery. Ma il danno è fatto: l’immagine per antonomasia del dodo è quella di un uccello basso e tozzo e, nel complesso, abbastanza ridicolo.

In quegli anni lo scrittore Charles Dodgson ha modo di vedere i resti del dodo conservati al Museo di Storia Naturale dell’Università di Oxford. Nel 1865, con lo pseudonimo di Lewis Carroll, pubblica “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Nel terzo capitolo, insieme ad altre creature, tra cui un’anatra, un lorichetto e un aquilotto, compare anche il dodo. Dietro gli animali si celano persone reali, amici con cui lo scrittore è solito organizzare gite in barca: l’Anatra è il decano del Christ Church college Robinson Duckworth (in inglese duck vuol dire anatra); il Lorichetto (lorikeet) e l’Aquilotto (eaglet) sono, rispettivamente, Lorina ed Edith Liddell, sorelle di Alice Liddell. I personaggi vengono travolti dal fiume di lacrime versate da Alice. Per asciugare i vestiti viene proposta una “caucus race”.

«In ogni caso, dopo che ebbero corso per una mezz’ora, quando ormai erano tutti perfettamente asciutti, il Dodo improvvisamente gridò: “La corsa è finita!”. Tutti si affollarono intorno a lui col fiato grosso e gli chiedevano: “Allora, chi ha vinto?”. Per poter rispondere a questa domanda il Dodo dovette riflettere a lungo. Perciò se ne stette seduto per molto tempo e teneva il dito premuto sulla fronte, nell’atteggiamento in cui, di solito, vediamo ritratto Shakespeare. Intanto tutti gli altri aspettavano in silenzio. Alla fine, alzò il capo e disse: “Tutti hanno vinto, e tutti meritano un premio”» (Lewis Carroll, “Alice nel paese delle meraviglie”, 1865, trad. it. Masolino D’Amico, Rizzoli, 2006).

Il libro di Carroll è illustrato dalle tavole John Tenniel che, vivendo e lavorando a Londra, ha certamente modo di ammirare il quadro di Roelant Savery al British Museum. Potrebbe quindi essere partito da quella raffigurazione per creare poi l’illustrazione del libro: un dodo dall’espressione assorta tipica di Carroll, in atteggiamenti flemmatici e con in mano il bastone da passeggio che lo scrittore porta sempre con sé. E c’è un altro particolare da considerare: quando deve parlare in pubblico o conversare con gli adulti l’autore di “Alice” tende a balbettare sicché, nel presentarsi, il suo nome viene fuori in questo modo: «Do-do-dodgson».

Il dodo è l’alter ego di Dodgson-Carroll, che avverte una certa affinità con l’uccello, noto per essere talmente lento, goffo e tonto da meritare l’estinzione. Oggi sappiamo che le cose non stanno esattamente in questo modo: uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Southampton e pubblicato su Zoological Journal of the Linnean Society ha sfatato molti pregiudizi (“The systematics and nomenclature of the Dodo and the Solitaire, and an overview of columbid family-group nomina”, di Mark T. Young, Julian P. Hume, Michael O. Day, Robert P. Douglas, Zoë M. Simmons, Judith White, Markus O. Heller, Neil J. Gostling, Volume 201, Issue 4, August 2024). In effetti, come spiega uno degli scienziati coinvolti, Mark T. Young, la maggior parte delle testimonianze oculari tramandate nei secoli «erano confuse, incoerenti e inaffidabili». Così i ricercatori dell’Università di Southampton hanno rintracciato i primi esemplari, i resoconti di avvistamenti di creature vive e le prime descrizioni tassonomiche della specie, e hanno separato i fatti dalla finzione. Analizzando poi le ossa e i resti conservati nei musei, hanno avuto la prova che, anche se non volavano, erano «eccezionalmente potenti», oltre ad essere «abili arrampicatori». Il biologo Neil J. Gostling, anche lui partecipante allo studio, spiega: «Le prove ricavate da campioni ossei suggeriscono che il tendine del dodo che chiudeva le sue dita era eccezionalmente potente, analogo a quello degli uccelli che si arrampicano e corrono ancora oggi».

Le tesi pubblicate su Zoological Journal of the Linnean Society potrebbero trovare definitiva conferma qualora il progetto di “de-estinzione” della Colossal Biosciences, un’azienda che si prefigge l’obiettivo di invertire la tendenza alla perdita di biodiversità, riesca nell’intento di sequenziare il DNA del dodo e inserirlo nel genoma di una specie simile ancora vivente, ad esempio, il piccione delle Nicobare. Si potrebbe così ottenere un uccello del tutto simile al vero dodo – robusto ma non paffuto, eccezionalmente potente, abile arrampicatore – ma assai diverso da quello dipinto da Savery e, soprattutto, da quello basso e tozzo, ma molto più simpatico, scelto da Carroll come suo alter-ego.

Mauro Orletti

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