Superlativo

A me piace il Partito Socialista Italiano. E mi piace nonostante sia stato «il peggiore partito socialista d’Europa», come dice Giorgio Gaber. Anzi, lo ammetto, mi piace soprattutto per quello. E mi piace perché non esiste un altro partito in Italia – nemmeno il Partito Comunista che, ammettiamolo, di alfieri in campo musicale, letterario e artistico ne ha avuti tanti – non esiste un altro partito, dicevo, capace di interpretare così bene il nazional-popolare. Tant’è che oggi, almeno all’apparenza, «qualcuno era comunista», come dice Gaber, invece nessuno è mai stato socialista.

Eppure i miti del socialismo, quelli, ancora sopravvivono. Certo, si darà, anche il mito di Gramsci resiste. O quello di Berlinguer. Fatto incontestabile, certo, ma sicuramente al di fuori del pop e tutto all’interno di un universo lontanissimo fatto di libri, libri che (ahimè) nel migliore dei casi nessuno legge più, nel peggiore vengono riproposti da baldanzosi editori nostrani in riduzioni e vesti grafiche che si sforzano d’essere accattivanti, pop appunto, invece sono soltanto grottesche.

I miti del socialismo, al contrario, sfavillano ancora e dappertutto, sui social (Socialisti Gaudenti), al cinema (“Hammamet”), in musica (“Giotto beat” di Caparezza cita perfino Saragat) e via dicendo. D’altro canto s’era capita la piega che avrebbe preso un partito che agli ultimi congressi usava scenografie e simbolo creati da Filippo Panseca, architetto, artista, designer – quando il design nessuno sapeva cosa fosse – ideatore di discoteche milanesi come il Number One e lo Studio 54. E a proposito di discoteche, come non citare il libro “Dove andiamo a ballare stasera? Guida a 250 discoteche italiane” dell’indimenticato Gianni De Michelis, avanzo di balera e Ministro del Lavoro nel governo Craxi? Manuale oggi introvabile che cataloga dj, musica, pubblico, arredamento e servizio bar dell’offerta notturna 1987. Inarrivabile.

Eppure non è esattamente questa l’anima pop del partito, almeno non quella più profonda, più interessante. A scandagliarla come si deve ci hanno pensato due artisti geniali, lontanissimi dallo spirito della Milano da bere, lontanissimi dai congressi socialisti, dalle piramidi di Panseca, dalle discoteche di De Michelis. Uno di questi è Andrea Pazienza che a un certo punto, pochi giorni dopo il sequestro di Fabrizio De Andrè, per quel miracolo dell’editoria che è Il Male disegna una copertina (sul numero 34 del settembre 1979) in cui Sandro Pertini, basco, occhiali da sole, pipa in bocca e maglione alpino, dice: «Sono addolorato per De Andrè, quel bravo canzonettista. Di lui mi piacevano in particolare “Re Carlo torna dalla battaglia di Poitiers”, la famosa “Marinella” e “Stasera mi butto”. “Mi butto con te”».

E come la prende Pertini? Telefona a Pazienza e gli dice: «Pronto! Caro, mi è piaciuto il tuo disegno, dammelo che me lo appendo in camera, sarà senza dubbio il quadro migliore tra quelli di Fanfani e di mia moglie. Quanti anni hai?» Ventuno gli risponde Pazienza. «Uh! Beh, senti, io ti voglio invitare a pranzo ma siccome sono prigioniero dovrai venire tu al Quirinale!»

Credo che Pertini abbia capito due cose. La prima: che a Pazienza lui è simpatico. La seconda: che i suoi disegni riescono a raccontarlo assai meglio di libri, interviste o articoli di giornali. Qualche anno dopo, nel 1983, esce una raccolta delle tavole di Pazienza dedicate a Pert, il soprannome con cui il Presidente è stato amichevolmente ribattezzato. Si tratta di due serie distinte. La prima, che è quella che ci interessa, potremmo intitolarla “Pertini partigiano”. Nelle sue spedizioni, tutte un po’ matte e quasi sempre fallimentari, è affiancato da Paz, la causa di ogni guaio, la spalla maldestra che manda tutto a monte, incenerisce la casa del povero Pert, lo costringe alla fuga, lo rende un bersaglio o, peggio, lo condanna alla cattura e lo spedisce in galera. Ma Pert non demorde, combatte i fascisti, gli ex fascisti, i post fascisti, i neo fascisti, e urla, spara, randella, picchia duro. Peccato che dopo la caduta di Mussolini si ritrovi ancora circondato da briganti voltagabbana che fanno comizi in giro per l’Italia. È a lungo indeciso sul da farsi, sulla possibilità di mettere da parte la sua Walther PPK. «Ma poi, una volta chiusa nel cassetto, insieme alle sue colt, al kalashnikov, allo schemeisser, alle tre luger, alle nagan, all’enfiel, al mauser ed alla bestiale remington 44 mod. syracuse, non l’ha più tolta di lì».

La trovata di Pazienza, che disegna Pertini incazzosissimo e superarmato, è quanto mai efficace. Dopo la guerra il futuro presidente si ritrova davvero circondato, almeno nei palazzi del governo, da una maree di brutte facce: fascisti, ex fascisti, post fascisti, neo fascisti. Allora il suo suo carattere brusco e severo peggiora, arriva all’intransigenza. Ma il Pert che compare su Il Male e su Frigidaire nasconde anche un animo nobile, che conquista. Pazienza, infatti, è consapevole del passato memorabile del Presidente, un passato fatto di imprese straordinarie. A cominciare dall’organizzazione della fuga del vecchio capo socialista Filippo Turati. A bordo di un motoscafo, in una notte d’inverno del ’26, un manipolo di ribaldi lascia segretamente Savona alla volta della Corsica. Fra loro, oltre a Turati, c’è anche Pertini.

La sua iscrizione al Partita Socialista Unitario risale a un paio d’anni prima, quando chiede che gli venga rilasciata una tessera datata 10 giugno 1924, cioè il giorno dell’assassinio di Giacomo Matteotti. Ecco, se vogliamo trovare una data simbolica, diciamo che da questo momento comincia la sua lotta senza fine contro il fascismo. Il suo studio da avvocato viene devastato, a lui gliele danno di santa ragione. Già nel 1925 è in carcere: 8 mesi per aver scritto e distribuito l’opuscolo “Sotto il barbaro dominio fascista”. Poi, come detto, è in Francia con Turati ma la vita da esule, spesa in articoli, chiacchiere e cedimenti nostalgici non fa per lui. Torna in Italia nel ’29 per organizzare, nientemeno, un attentato a Mussolini. Viene di nuovo arrestato, ma questa volta gli danno 10 anni. Ne sconterà 14. 14 anni di carcere. Quando ne hai poco più di trenta, ammettiamolo, è un’enormità. Roba da uscire di testa. Invece no, lui tiene duro e quando la madre, poveretta, inoltra domanda di grazia lui s’incazza di brutto. Scrive al presidente del tribunale speciale: che lo lascino a marcire in galera! L’umiliazione della grazia non la vuole. Poi scrive alla madre: parole durissime, delle quale si pentirà sempre.

Torna libero nell’agosto del ’43 e appena fuori dal cercare ricomincia la lotta antifascista. A ottobre, dopo una riunione del partito, viene arrestato un’altra volta, con Giuseppe Saragat, Peppino, e condannato a morte. A morte! Però quando ne parla, per esempio in una famosissima intervista con Oriana Fallaci, lo fa in modo sorprendente: «Anche Saragat si comportò bene. Niente lacrime, niente nervosismi. Oddio: non poteva certo saltare di gioia. Infatti fu colto da una giusta preoccupazione per la famiglia eccetera. Però si comportò bene, con tranquillità». Come dire, a lui andava anche bene finire davanti al plotone d’esecuzione, ma quel povero Peppino… E poi, quando viene a sapere che alcuni compagni stanno organizzando l’evasione sua e di Saragat, s’impunta: siamo sei antifascisti qui dentro. Sei! Non due! Sei! perciò o liberate tutti o nessuno. Nenni non ci può credere: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato. Peppino no, poveretto. Per lui è la prima volta. Pensate a Peppino, poi penseremo a Sandro». Comunque la fuga dei sei riesce e lotta antifascista di Pertini riprende, questa volta da responsabile militare del PSIUP.

Dopo la liberazione di Roma, anziché rimanere nella capitale, se ne va al Nord a preparare l’insurrezione di Milano. Dopo l’arresto di Mussolini a Dongo dice in radio: «Mussolini, mentre giallo di livore e di paura tentava di varcare la frontiera svizzera, è stato arrestato. Egli dovrà essere consegnato ad un tribunale del popolo, perché lo giudichi per direttissima. E per tutte le vittime del fascismo e per il popolo italiano dal fascismo gettato in tanta rovina egli dovrà essere e sarà giustiziato. Questo noi vogliamo, nonostante che pensiamo che per quest’uomo il plotone di esecuzione sia troppo onore. Egli meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso. Questo è il disastroso risultato di vent’anni di dominazione fascista. Lo ricordiamo soprattutto a coloro che al fascismo ed al suo capo hanno sino ad ieri applaudito, pronti oggi a mettersi sotto una delle insegne politiche trionfanti per rifarsi una verginità cento volte perduta e per realizzare quelle ambizioni che non sono riusciti a realizzare sotto il fascismo».

Con la morte del duce, infatti, non cessa la battaglia del Pert. Troppi ex, troppi post, troppi neo fascisti sul carro dei vincitori. Ed è qui che il personaggio di Pazienza coglie al meglio l’essenza di quello reale. A Roccaraso, a Chiasso o nell’Oltrepò, a Viareggio, Cesena e Porretta Terme, a Canazei, Pavana fin nel sud est italico e perfino alle Maldive, lui riconosce i suoi nemici, li vede dappertutto, li combatte senza tregua, incessantemente, ossessivamente. Penso sia questa sua vena un po’ folle a renderlo simpatico a Pazienza e al suo amico Roberto Freak Antoni. Un altro genio. Che, praticamente negli stessi anni (1982), ha un’intuizione semplice ma potente: Pertini è superlativo. Un superlativo assoluto. E ci scrive una canzone (“Babbo rock”):

Grande grandissimo, forte fortissimo, Sandro

Bello bellissimo, importantissimo, Sandro

Tu sei per noi, per tutti noi il nostro babbo

Viaggi moltissimo, sei curiosissimo, Sandro

Eri pesissimo da giovanissimo, Sandro

Parli di noi e dici che siam figli tuoi

Tu fumi nonostante la tua età

Tu fumi, tu fumi, tu fumi

Tu fumi nonostante la tua età

Tu fumi, tu fumi, tu fumi

Tu fumi nonostante la tua età

Tu fumi molto, Sandro

Il “Babbo rock” di Freak Antoni è l’equivalente del “Pertini partigiano” di Pazienza. Per entrambi Sandro è grandissimo, fortissimo, bellissimo, importantissimo, curiosissimo, pesissimo fin da giovanissimo e… fuma la pipa, il vero marchio di fabbrica del Presidente, un simbolo. E infatti, sempre nel 1982, esce un’altra canzone, “Sotto la pioggia”, e qui è Venditti che lo descrive in due versi molto riusciti:

Il presidente dietro i vetri un po’ appannati fuma la pipa

Il presidente pensa solo agli operai sotto la pioggia

Il primo verso fotografa il presidente icona, il secondo – come spiega lo stesso cantante – gli riconosce il merito di saper parlare alle persone, agli operai, con un linguaggio schietto, comprensibile. E guarda un po’, quando è già presidente, Pertini tiene un discorso agli operai dell’Italsider, a Savona, e gli dice che l’insegnamento più prezioso che ha ricevuto lo deve al professore di filosofia del Liceo, Adelchi Baratono: «Se non vuoi mai smarrire la strada giusta resta sempre a fianco della classe lavoratrice nei giorni di sole e nei giorni di tempesta». Ed eccolo, infatti, nei giorni di tempesta, dietro i vetri appannati, che pensa alla classe lavoratrice mentre fuma la pipa.

E una pipa, magari, potrebbe anche campeggiare nel simbolo del Partito Socialista e sostituire la rosa rossa che, da qualche tempo, ha sostituito il garofano di Panseca che, nel ’78, aveva sostituito la falce e martello. Garofano che non piaceva Pertini: «non è un garofano, è pennello da barba!» ripete continuamente. Una scritta sola, pertanto, dovrebbe comparire sotto la pipa: Ceci n’est pas une pipe.

Mauro Orletti

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