Prove tecniche di trasmissione

Forse è solo una leggenda metropolitana: al congresso del Partito Repubblicano del 1961, a Ravenna, Randolfo Pacciardi fa volare a terra Ugo La Malfa con uno schiaffone. E potrebbe essere inventato anche lo scambio di battute fra i due, battute feroci: La Malfa che accusa Pacciardi di essere un fascista, Pacciardi che accusa La Malfa di aver leccato il culo a Gentile per entrare alla Treccani. Vero è che, per due repubblicani doc, non ci potrebbe essere offesa peggiore che essere accusati, in modo più o meno diretto, di essere dei fascisti.

Pacciardi, lo sanno tutti, ha combattuto al fianco di comunisti e socialisti in Spagna, contro Franco. Poi però a iniziato a odiarli, comunisti e socialisti, a non sopportarli più. All’inizio dei ’60 teorizza una repubblica presidenziale che, secondo molti, fra cui La Malfa, è solo una deriva autoritaria.

La Malfa, è di dominio pubblico, ha lavorato alla Treccani in pieno ventennio, chiamato da Gentile. Ha curato personalmente alcune voci: “canestraio”, “cereali”, “commercio”.

Ho fatto una prova, ho cercato queste tre voci sulla Treccani online. Ebbene l’autore risulta ancora lui, Ugo La Malfa. È impressionante, dopo quanto, novant’anni? la voce è ancora lì.

Per esempio: COMMERCIO (X, p. 947). – Organizzazione del commercio interno e internazionale (p. 962 e 964). – Dal 1929 nella maggior parte dei paesi l’organizzazione del commercio interno e internazionale non ha subito sostanziali modificazioni. Eccetera.

È probabile che oggi l’organizzazione del commercio interno e internazionale qualche modifica l’abbia subita, chissà. La voce comunque è ancora lì. Segno, forse, dell’ottimo lavoro svolto come redattore della sezione “Industria” della Treccani. Non saprei. Dopo “canestraio”, “cereali”, “commercio” ho cercato “colore”. Per una questione alfabetica (prima di “commercio” e dopo “cereali”) e anche, diciamo così, per ragioni di biografia politica.

Nel 1977 arriva in Italia la televisione a colori. Arriva con un ritardo imbarazzante. La Francia ha iniziato le trasmissioni a colori nel ’61 con il sistema Secam (Sequentiel Couleur à Memoire), la Germania nel ’63 con il Pal (Phase Alternation by Line), Gran Bretagna, Olanda, Belgio e Unione Sovietica nel ’67, due anni dopo è la volta della Germania dell’Est. L’Italia arriva ultima. Ultimissima. A un certo punto, siamo all’inizio degli anni ’70, la situazione sembra favorevole. La RAI manda in onda le “Prove tecniche di trasmissione”, un mix inquietante di suoni e immagini: bande a colori verticali accompagnate da una fastidiosissimo sibilo che poi, improvvisamente, si interrompe e lascia spazio alla “Sonata per archi n. 3 in Do maggiore” di Rossini. E poi: una mamma e un bambino con copricapo da pellerossa, fiori di anthurium, una donna che si trucca, un campo da tennis, un monoscopio, donne che camminano, uomini che dipingono, stoffe, lo zoo di Roma. In sottofondo Chopin, “Notturno in Mi bemolle maggiore op. 9 n. 2”, e ancora Rossini, “Guglielmo Tell” e “La gazza ladra”. A intervalli regolari una voce femminile ripete: «prove tecniche di trasmissione».

Chissà, forse ispirato da questo “Blob” ante litteram, in cui riconosce le avvisaglie di un’imminente catastrofe morale ed economica, il segretario del PRI Ugo La Malfa decide che l’Italia non è pronta per il colore. Meglio restare aggrappati al vecchio bianco e nero.

In questa crociata La Malfa, che si è fatto un po’ la fama del menagramo, non è solo: anche PCI e CGIL sono contrarie al colore. Del resto son tempi grigi, tempi di austerity. C’è la crisi petrolifera: niente macchina la domenica, limiti di velocità ridotti, illuminazione pubblica razionata. Cinema e teatri devono chiudere alle 23. Poi però arriva il 1976: l’anno delle Olimpiadi di Montreal. La Rai vuole trasmettere a colori ma bisogna decidere con quale sistema: Pal o Secam? Pare che Amintore Fanfani, che ha piazzato in RAI Ettore Bernabei, propenda per il Secam francese, nella speranza di invogliare i cugini d’oltralpe a importare prodotti agricoli italiani. Bernabei non è per niente convinto e allora, per le Olimpiadi, fa sistemare nella sede di Viale Mazzini due file di televisori: una con trasmissioni in Pal, l’altra in Secam. Diciamo a destra Pal e a sinistra Secam. Ed ecco cosa succede: succede che l’immagine di Alberto Juantorena, con l’incredibile zazzera nera, la maglietta bianca e la C di Cuba stampata in rosso sul petto, fila meravigliosamente sugli schermi di destra, e vince l’oro negli 800 e poi nei 400 metri. E non era mai successo. E la rumena Nadia Comăneci si cimenta in parallele asimmetriche, corpo libero e volteggio, e sempre sugli schermi di destra conclude gli esercizi senza sbavature, ottenendo tre punteggi perfetti, tre 10.00. E non era mai successo.

E magari, sarà la suggestione, sugli schermi di sinistra la corsa di Juantorena è meno fluida e gli esercizi della Comăneci meno perfetti e, insomma, pare che il sistema francese non riesca a cogliere la vera magia dello sport.

Fatta la scelta di base, ci vogliono altri cinque anni perché il ministro delle Poste e Telecomunicazioni, Vittorino Colombo, annunci ufficialmente la nascita della tv a colori. È il 1° febbraio 1977. Ho cercato sull’enciclopedia Treccani online, alla voce TELEVISIONE (curata da Andrea Cuturi): In Italia il Consiglio superiore delle telecomunicazioni raccomandò nella seduta del 4 aprile 1975 la scelta del sistema PAL e tale raccomandazione fu recepita nella Convenzione Stato-RAI (art. 16, approvata con d.P.R. 11 ag. 1975, n. 452). Con d.m. 27 gennaio 1977 fu fissata al 1° febbraio 1977 la data d’inizio delle trasmissioni a colori su entrambe le reti televisive.

Nessun accenno al ritardo siderale accumulato dall’industria tecnologica italiana, nessun riferimento all’invasione di Grundig, Telefunken e Nordmende che segna il declino di vecchia glorie nostrane come Brionvega. Intanto gli schermi domestici si riempiono di cartoni animati giapponesi, coloratissimi. Goldrake conquista la ribalta ed è un successo clamoroso. Lo è al punto che riprendono animo le voci meno sensibili ai fenomeni commerciali – anche se non al “commercio” in sé – come quella di La Malfa (che fra l’altro è stato ministro del Commercio Estero”).

L’anno dopo la messa in onda dell’Ufo Robot il compagno Silverio Corvisieri, di Democrazia Proletaria, prende carta e penna e scrive un articolo su Repubblica dal titolo “Un ministero per Goldrake”. La questione, a suo dire, è la seguente: nel cartone giapponese l’umanità è costantemente minacciata da extraterrestri che, non si capisce bene il motivo, hanno sempre l’obiettivo di invadere la terra e uccidere tutti. E poi c’è lui, Actarus, che guida un robot da battaglia: Goldrake. Actarus, secondo Corvisieri, è il grande combattente, il samurai leggendario a cui l’umanità delega la difesa celebrando, così, «la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso” (chi viene da altri pianeti è sempre un nemico odioso…)». L’articolo stimola un acceso dibattito in cui, a un certo punto, interviene anche Gianni Rodari. Il pezzo, pubblicato da Rinascita, si intitola “Dalla parte di Goldrake” e in effetti lo scrittore spiazza tutti argomentando a favore del robot. «Quando un bambino guarda Goldrake alla televisione, il senso della storia non gli è dato in anticipo, ma lo deve ricostruire, collocando in un certo modo le immagini, i suoni, tutto quello che ascolta, e ricavandone il filo». E ancora: «Un buon correttivo mi sembra anche quello di lavorare sui materiali che la televisione sforna; invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà Dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare , l’affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenerato rispetto ai miti di Ercole? I bambini si riappropriano dei materiali fantastici che la televisione ha offerto loro (e noi diciamo: li condizionano, li costringono, ecc.) e ne fanno quello che vogliono».

Sarebbe stato bellissimo, ammettiamolo, se nella discussione si fosse buttato anche Ugo La Malfa. Purtroppo gli è mancato il tempo di gustarsi un po’ di televisione anni ’80 e di riflettere su tanta sobrietà. Muore infatti il 26 marzo 1979 per un’improvvisa emorragia cerebrale. Solo 5 giorni prima è stato scelto come Vice Presidente del Consiglio nel quinto governo Andreotti, del quale fanno parte Democristiani, Repubblicani e Socialdemocratici, appoggiati da Socialisti e Liberali. Prove tecniche di trasmissione. A cinque colori. Tanto che un paio d’anni dopo nasce ufficialmente il pentapartito.

Ho controllato sul dizionario biografico Treccani la voce dedicata a Ugo La Malfa (di Roberto Pertici). Dice così: Dopo le dimissioni di Andreotti, il 22 febbraio 1979, il La Malfa fu incaricato da S. Pertini di formare un nuovo governo: era la prima volta dal 1947 che un tale incarico era assegnato a un politico non democristiano. Dopo alcuni giorni, di fronte a difficoltà insormontabili, il La Malfa rinunziava all’incarico, ma entrava nel nuovo governo Andreotti (21 marzo 1979) come vicepresidente del Consiglio e ministro del Bilancio.

Già da tempo, a dire il vero, e con parecchio anticipo sul 1979, La Malfa è ben contento che la Democrazia Cristiana abbia definitivamente abbandonato la strada del governo monocolore.

Finale scontato con “La gazza ladra” di Rossini in sottofondo.

Mauro Orletti

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