Di lotta e di governo

Quando nell’agosto del 1964 muore Palmiro Togliatti la “successione burocratica” alla guida del Pci, partito di lotta e di governo, spetta a Longo, il comandante Gallo. Nessuno si stupisce, Longo infatti seguirà la linea di Togliatti e, al momento, è quello che serve. Ma i due segretari sono persone molto diverse.

Una volta uscito dalla clandestinità, alla quale viene costretto dal fascismo, Togliatti si spoglia dello pseudonimo Ercoli e resta per sempre Togliatti, il Migliore. Longo invece lo chiamano ancora col nome di battaglia, Gallo. Non perché faccia il gallo nel pollaio, politicamente parlando. A Botteghe Oscure, cioè nel pollaio, Togliatti è l’unico gallo: ha l’ufficio più bello, più ampio, meglio arredato. Gallo, invece, lavora in una specie di stanza delle scope al secondo piano del palazzo. Lo chiamano ancora Gallo perché in lui, oltre all’uomo di governo sopravvive l’uomo di lotta, il commissario politico della XII Brigata Internazionale in Spagna, il comandante delle Brigate Garibaldi in Italia.

A proposito di Garibaldi, Longo è in effetti più simile a lui che a Togliatti. Lo sa bene Guttuso, che nel quadro La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio ritrae Gallo in camicia rossa, di fianco al generale, pronto a colpire il nemico borbonico. Togliatti non c’è. Togliatti con sciabola e camicia rossa, gli occhialetti tondi e l’aspetto da contabile, che si sforza di tenere a bada il cavallo con la stessa difficoltà con cui tiene a bada Secchia, non sarebbe credibile. Lui è il prototipo di dirigente comunista, carismatico e grande oratore, più adatto alle tribune politiche che alle battaglie militari. Tant’è che se lo metti davanti alle telecamere, secondo Montanelli, «viene fuori, non si sa come, un imperatore romano». Se lo fai con il democristiano Scelba «viene fuori un questurino». A differenza dell’imperatore romano, Gallo non perde i suoi modi un po’ spicci, da comandante appunto, «da sottufficiale piemontese» dirà sempre Montanelli. Forse per questo lo apprezzano in pochi. Nenni, che come lui ha combattuto in Spagna, lo descrive senza ingegno e senza dottrina, Amendola gli rimprovera un eccesso di ruvidezza contadina e gli rinfaccia di mettere il vino nel brodo, e Prezzolini, che tenero con i comunisti non è mai stato, ne fa questo ritratto: «Povero di mente, mediocre oratore, livello culturale bassissimo». Lo dicevano anche di Garibaldi, che era un ingenuo, uno che di politica non capiva niente.

Mica vero. Gallo, fra l’altro, legge molto, si informa su tutto e non è per niente stupido, ma è risaputo che s’impappina quando parla in pubblico e che non ha un titolo di studio. Perfino la madre, ormai centenaria, continua a fargliene una colpa. Le sue amiche hanno figli dottori, ingegneri, ragionieri, lui invece niente, nemmeno uno straccio di diploma. «Ma insomma, mamma, spiega alle tue amiche che sono deputato» le dice Gallo. «È un’altra cosa, che c’entra?» lo stronca la vecchia. Una volta era così, molta severità e scarso incoraggiamento. Almeno a casa Longo. Quando viene chiamato alle armi, sul finire della Prima Guerra Mondiale, lui, che ha 18 anni e che proprio per questo motivo interrompe gli studi, si mette la giacca, si avvicina alla porta e dice alla madre «Vado». E lei: «Abbiti riguardo». E basta, nient’altro. Così il giovane Gallo lascia Torino e va in guerra.

Venticinque anni dopo, a Roma, incontra Trombadori, Amendola e Gerratana. In un bar di via Piemonte, davanti a delle limonate, non si trattiene: «Compagni, torna Garibaldi per cacciare dall’Italia i tedeschi e i fascisti!». Proprio così, Garibaldi. E subito torna alla mente la bella scena dipinta da Guttuso, l’impeto delle camicie rosse che travolgono i borbonici alle porte di Palermo, sul ponte dell’Ammiraglio, protagonisti spavaldi di una battaglia che ricorda quella di San Romano dipinta da Paolo Uccello: al posto delle lance sciabole e moschetti, al posto della campagna pisana il Monte Pellegrino e la baia di Mondello.

Comunque, dopo la guerra Gallo entra nel Partito Socialista e poi, con la scissione di Livorno del 1921, si ritrova poco più che ventenne tra i fondatori del Pci. L’anno dopo è a Mosca, dove incontra Lenin, e quando rientra in patria, l’Italia è ormai fascista e il carcere è inevitabile. Scappa in Francia, poi torna in Russia e nel ‘36, assieme alla compagna Teresa Noce, va a combattere in Spagna nelle brigate internazionali. Quando rientra in Francia, nel ‘39, è già un eroe. Due anni dopo i francesi lo arrestano e lo consegnano ai fascisti i quali, prima di confinarlo a Ventotene, lo spediscono a Regina Coeli. Dalla finestra della sua cella scorge «uno spigolo del monumento a Garibaldi». Ancora lui.

La caduta di Mussolini gli permette, finalmente, di tornare a Roma e qui, ad aspettarlo c’è un artista siciliano che ha il compito di nasconderlo nella casa di un regista alle prime armi: l’artista è Guttuso, il regista è Visconti. A casa Visconti, in via Salaria 366, trovano rifugio Lizzani, Amendola e lo stesso Guttuso. Lì anche il maggiordomo, Sisinnio Mocci, è impegnato nella lotta partigiana contro i nazifascisti. Morirà alle Fosse Ardeatine. Visconti sarà più fortunato, finito nelle mani della Banda Koch riuscirà a salvarsi per puro miracolo. Quando poi Pietro Koch, il capo della banda, viene fucilato al Forte Bravetta, le autorità decidono di documentare l’esecuzione e come regista scelgono proprio Visconti. La sequenza finirà nel documentario Giorni di Gloria, del 1945. A consacrare Visconti, però, è un film di altro genere, tratto da un romanzo all’epoca considerato reazionario, Il Gattopardo, che intreccia le vicende storiche dello sbarco a Marsala di Garibaldi con le vicende della famiglia aristocratica di Don Fabrizio di Salina. Fra Giorni di Gloria e Il Gattopardo corrono quasi vent’anni, e nel frattempo succede di tutto, il referendum del 1946, la Costituzione, le elezioni del ‘48. Ecco, alle elezioni del 1948 socialisti e comunisti si presentano uniti nel Fronte Democratico Popolare. Il simbolo scelto è già un’icona pop, il volto di Garibaldi. Sembra quasi scontato: come profetizzato dal comandante Gallo, Garibaldi ha cacciato dall’Italia i tedeschi e i fascisti, non gli rimane che stangare i democristiani. Andrà diversamente ma, almeno all’inizio, Garibaldi resta un nume tutelare della sinistra.

E infatti Guttuso dipinge La battaglia di ponte dell’Ammiraglio nel 1952, e accanto a Garibaldi, in camicia rossa e armati di spada, combattono Pajetta, Trombadori, Vivaldi, lo stesso Guttuso, con una maglia a righe indossata sotto la divisa, e naturalmente il comandante Gallo. Per la verità Guttuso si ritrae due volte nello stesso quadro: lo si riconosce anche nei panni dell’uomo in primo piano, riverso a terra accanto al suo carretto distrutto. Fatto interessante perché questo secondo Guttuso non è un borbonico e nemmeno un garibaldino e, in un certo senso, sembra vittima di uno scontro fra due schieramenti ai quali non appartiene. Allora chi ha dipinto il quadro: il primo o il secondo Guttuso? Si direbbe il secondo, per via di un altro particolare. Un poco in ombra, fra l’albero sulla sinistra e il ponte, proprio dietro il carretto, una camicia rossa mena un fendente sul volto di un avversario. Il volto è quello di Elio Vittorini, che in realtà è amico di Guttuso. Il quadro viene dipinto nel 1952, l’anno prima è scoppiata la polemica fra lo scrittore e Togliatti, il primo fuoriuscito da un Pci nel quale non si riconosce più, il secondo cattivissimo nel sostenere che nessuno si è accorto che ne faceva parte. Guttuso, quindi, prende le parti di Togliatti e il doppiogiochista Vittorini finisce tra i borbonici, perdendo appunto la faccia.

Comunque non è detto che il quadro piaccia al Migliore che, in un articolo pubblicato nel 1931 su Lo stato operaio dice così: «Il Risorgimento italiano è stato – siamo tutti d’accordo – un movimento stentato, limitato, rachitico. Le masse popolari non vi partecipano. I suoi eroi sono figure mediocri di uomini politici di provincia, di intriganti di corte, di intellettuali in ritardo sui loro tempi, di uomini d’arme da oleografia». Garibaldi, se capisco bene, sarebbe «l’uomo d’arme da oleografia» e quindi dubito che Togliatti fosse contento di vedere Trombadori, Pajetta, Vivaldi e Gallo accanto al generale. Tant’è che poi, quando gli viene commissionato un quadro per le Frattocchie, la scuola del Pci, Guttuso dipinge una seconda versione della battaglia e qui i garibaldini hanno volti anonimi, cioè spariscono le facce di tutti, di Trombadori, Pajetta, Vivaldi e anche di Gallo.

La cosa sorprendete, in questo continuo gioco di doppi che coinvolge tutto e tutti e sembra, appunto, l’essenza di un partito di lotta e di governo, dei suoi dirigenti e dei suoi “cantori”, è che anche Visconti gira due versioni del Gattopardo, una versione ridotta, più adatta al vaglio della critica marxista, e una versione estesa, destinata alla critica mainstream e al festival di Cannes. Il problema del libro, e quindi anche del film, è che il mondo idealizzato dal principe di Salina è un mondo contrario al progresso, contrario perfino alla spinta rivoluzionaria del Risorgimento.

E quindi, scene come quella in cui Calogero Sedara parla con il principe Tancredi e gli chiede cosa fare con i contadini che si ribellano e lui, il principe, risponde: «Avete un esercito, usatelo», ecco, scene come questa vengono tagliate, spariscono dalla pellicola come il volto di Longo sparisce dal quadro di Guttuso.

Non che la popolarità del comandante Gallo ne risenta. Il segretario di Togliatti, Massima Caprara, mentre si trova in Cina come membro della delegazione del Pci, è protagonista di un surreale scambio di battute con il maresciallo Lin Piao.

«Come sta il compagno Gallo?»

«Bene grazie».

«Ah sì? Bene? Siamo sicuri? Perché Gallo è in Emilia, la Hunan d’Italia, e da Bologna deve guidare la lunga marcia contro la borghesia collaborazionista, come Mao ha guidato la sua da Jukin».

«La borghesia collaborazionista?»

«Sì, la borghesia collaborazionista, quella di Togliatti».

Ho fatto una sintesi ma, più o meno, è andata così. Togliatti piace ai sovietici, Longo ai cinesi. E per la verità anche alle donne. E qui viene fuori un altro Gallo, quello intraprendente e piuttosto disinvolto. Ne sa qualcosa Teresa Noce, la moglie, che Bordiga la chiama “madonna uragano”. Nei primi anni ’30 Teresa organizza uno sciopero di mondine emiliane. I fascisti non la prendono bene e deve fuggire in Francia, da lì poi si unisce al marito per andare a combattere con la Brigate Internazionali in Spagna, col nome di battaglia Estella. Dopo la sconfitta rientra in Francia ma viene arrestata e deportata in Germania, prima nel campo di concentramento di Ravensbruck, poi a Holleischen in Cecoslovacchia. Insomma Teresa non è solo la moglie di Longo, tutt’altro, è Estella, una donna eroica, forte, coraggiosissima.

Sempre Caprara racconta che la prima volta che Gallo gli rivolge la parola è per chiedere un favore: «Andresti a prendere Estella alla stazione Termini?»

«Chi è Estella?» chiede Caprara.

«Come chi è? È Teresa Noce, mia moglie».

«Non l’ho mai vista. Come faccio a riconoscerla?»

«È facile. È la più brutta di tutto il treno».

Il loro rapporto finisce definitivamente nel 1953, quando Teresa scopre dai giornali di avere chiesto e ottenuto l’annullamento del matrimonio a San Marino, cosa che naturalmente non ha fatto. All’inizio chiede al giornale una smentita, convinta si tratti di un errore. Poi scopre che è tutto vero e che Gallo, che fedele non lo è mai stato e adesso vive con una compagna ex partigiana e il loro figlio, ha falsificato la sua firma. Neppure il partito la aiuta, anzi, le fa pagare la decisione di rendere pubblica la storia e la estromette dal comitato centrale. Una decisione che, dice Teresa, le fa più male del carcere e della deportazione. Commenta amara: «In ogni uomo si nasconde un Gallo».

Ha ragione, Gallo è il doppio che si nasconde in un disgraziato qualunque, in un comandante partigiano, in un generale in camicia rossa, in un pittore neorealista, in un regista antifascista, nel segretario di un partito di lotta di governo, che poi, finita la lotta, al governo non può andare. Nella doppiezza, infatti, è il suo punto d’equilibrio, non potendo fare a meno di Togliatti, l’imperatore che piace ai sovietici, e neppure di Longo, il comandante che piace ai cinesi, complementari come il Guttuso in camicia rossa e il Guttuso carrettiere nella Battaglia di Ponte dell’Ammiraglio. E chissà che il primo, in fondo, non abbia ucciso il secondo.

Mauro Orletti

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