Non piace a nessuno, non serve a nessuno

School of design di Providence, Rhode Island. Qui è conservata una fantastica tela di Silvestro Lega, patriota e artista, coinvolto in prima persona nei moti del 1848 e, dieci anni dopo, nella guerra d’indipendenza contro l’Austria.

Nel marzo 1872, mentre si trova a Firenze, viene a sapere della morte di Giuseppe Mazzini. Si precipita a Pisa, in casa Rosselli, dove è allestita la camera ardente. Se potesse monterebbe il cavalletto e si metterebbe a lavoro lì, davanti a tutti. Ma non può, è un semplice visitatore in coda. Allora fa un paio di schizzi, tira giù qualche appunto e fissa nella mente l’immagine dell’eroe, i suoi vestiti, la stanza. Poi, in studio, dipinge il quadro, aiutandosi con un modello e un ritratto fotografico dei fratelli Alinari.

Della salma di Mazzini, intanto, si occupa una bislacca comitiva. La massoneria vuole imbalsamarla e alcuni discepoli del maestro sono d’accordo: l’ostensione del corpo può giovare alla propaganda repubblicana. Il compito viene affidato a uno strano personaggio, a metà fra l’alchimista e lo scienziato: Paolo Gorini. Cesare Abba, reduce dalla spedizione dei Mille, lo ricorda a lavoro, intento a salvare dal disfacimento – attraverso un misterioso processo di “pietrificazione” – gli avanzi di Mazzini. L’esito non è incoraggiante, il volto è deformato e il garibaldino fa fatica a trattenere una smorfia di sgomento. Ma Gorini è ottimista e dalle tasche del soprabito, come niente fosse, tira fuori il piede di un bambino e lo mostra soddisfatto ai presenti: «fatelo scivolare sul pavimento, forza!» Il rumore, in effetti, è quello di una pietra che rotola.

Silvestro Lega finisce l’opera nel suo studio e il risultato è l’esatto contrario di quello che sperano di raggiungere la massoneria, i mazziniani e Gorini. L’uomo più conosciuto e inafferrabile d’Europa, il cospiratore che Metternich descrive così: «Ebbi a lottare con il più grande dei condottieri, Napoleone, a me è riuscito di mettere d’accordo imperatori, re, uno zar, un sultano e un papa; ma nessuno sulla faccia della Terra mi ha procurato maggiori difficoltà di un manigoldo italiano; emaciato, pallido, straccione ma facondo come un uragano, rovente come un apostolo, furbo come un ladro, sfacciato come un commediante e infaticabile come un innamorato», e insomma, il “manigoldo italiano” che la massoneria vorrebbe santificare e mettere in concorrenza con i martiri cristiani, proprio lui viene ritratto da Lega senza un briciolo di enfasi, senza retorica, in una dimensione totalmente umana.

Sono gli ultimi istanti, il maestro è girato sul fianco destro, sonnecchia ed è febbricitante. È coperto da uno scialle a scacchi, lo stesso che ha avvolto negli ultimi istanti di vita un altro repubblicano, Carlo Cattaneo. Un legame tutt’altro che simbolico: entrambi eletti deputati e nessuno dei due disponibile a entrare nel Parlamento post-unitario: si farebbero tagliare un braccio piuttosto che giurare sullo Statuto albertino e dichiararsi fedeli ai Savoia.

Le mani di Mazzini sono dipinte a riposo, l’una sull’altra. Ed è già questo un manifesto programmatico. Potrebbero stringere “Dei doveri dell’uomo”, un distillato del suo pensiero giusnaturalista, un discorso modernissimo destinato alle masse operaie, con un’impostazione, diciamo così, di classe. Ma ciò significherebbe scimmiottare la tronfia ritrattistica del potere e svilire la lunga esperienza londinese da cui, in effetti, nasce quel discorso.

Arrestato in Italia, viene assolto ma comunque condannato all’esilio. Scappa a Marsiglia e qui fonda l’associazione politica “Giovine Italia” che, avendo uno statuto pubblico e quasi sessantamila iscritti, assomiglia molto a un partito insurrezionale. Da Marsiglia passa in Svizzera, da dove viene espulso. Fugge in Germania e poi a Calais e da qui, nel gennaio 1837, arriva a Londra. Ha 32 anni e fa una vita terribile. È senza un soldo e in mano agli strozzini. Lavora come recensore per un giornale letterario finché decide di aprire una scuola per figli di italiani emigrati. È così che entra finalmente in contatto con la classe operaia, alla quale è appunto destinato “Dei doveri dell’uomo”.

Durante l’esilio londinese Mazzini veste di nero da capo a piedi. Giacca nera, camicia nera, fazzoletto nero al collo, panciotto nero, pantaloni neri, neri perfino i calzini. Si dichiara in lutto per l’Italia, un lutto che vuol portare fino a che la nazione sarà una, indipendente, libera e repubblicana. Il 10 marzo 1872, giorno della sua morte, l’Italia è unità da più di 10 anni ma osservando il quadro di Lega si nota spuntare, da sotto lo scialle a quadri, una sciarpa nera che gli avvolge il collo. E la camicia, benché ravvivata al polso da una nota di colore, è a fondo nero. Il fatto è che i Savoia sono ancora al loro posto, anzi, l’unità si è realizzata sotto il loro patrocinio, circostanza auspicabile per Cavour, inaccettabile per Mazzini.

I due si odiano. Già nel 1857, dopo il totale fallimento della spedizione di Pisacane a Sapri, il conte Cavour – guarda caso stimatissimo da Metternich – usa parole feroci contro il repubblicano, «capo di un’orda di fanatici assassini». Mazzini gli risponde così: «Era vostra missione promuovere l’educazione morale di un popolo che si affaccia ingenuo ed incauto alla vita nuova. E Voi gli avete dato la scienza dei popoli incadaveriti. Non v’illudete Signore; l’Italia, checchè avvenga, non può farsi Piemonte. Il centro dell’organismo nazionale non può trasferirsi alla sua estremità. Il core d’Italia è in Roma, non in Torino. Un monarca piemontese non conquisterà Napoli, mai. Tra Noi e Voi, Signore, corre un abisso. Noi siamo l’Italia, Voi rappresentate la vecchia, cupida e paurosa aspirazione di Casa Savoia».

E comunque, ormai in fin di vita, deve sentirsi sfiancato dalla vita. È ricercato dalle polizie di mezza Europa, privato dell’identità, osteggiato dai socialisti, deriso da Marx che lo chiama “vecchio somaro”, tenuto a distanza da Garibaldi e disprezzato da Bakunin. Nella stanza in cui sta morendo regna il silenzio. Di lì a poco si scatenerà una retorica roboante, la glorificazione più chiassosa mai progettata. Però ora, nell’istante immortalato da Lega, c’è solo Pippo, come lo chiamano a casa Rosselli. Più vicino ai ritratti un po’ mesti di Carducci («Esule antico, al ciel mite e severo/ leva ora il volto che giammai non rise») e D’Annunzio («Esule smorto tutto fronte e sguardo») e più rassomigliante alla maschera lontana e ieratica di Servillo in “Noi credevamo” che all’immagine dell’oratore poliglotta o del fascinoso cospiratore che fa stragi di cuori nei salotti radicali e manda a morire giovani martiri lungo le strade della penisola.

Gli occhi sono chiusi, le labbra cucite, la voce spenta. Non resta nulla della mente che aggira ogni sorveglianza e deposita un messaggio direttamente sulla carrozza di Pio IX: «Il cattolicesimo si è perduto nel dispotismo, il protestantesimo si perde nell’anarchia. GuardateVi intorno; troverete superstiziosi e ipocriti; non credenti. Vi chiamo, dopo tanti secoli di dubbio e corruttela, ad essere apostolo dell’eterno Vero. Siate credente. Aborrite dall’essere re, politico, uomo di Stato. Unificate l’Italia, la Patria Vostra». Il papa, ovviamente, preferisce restare re, politico e uomo di stato. E quando il 9 febbraio 1849 nasce la Repubblica Romana, di cui Mazzini è triumviro, scappa a Gaeta e da lì minaccia di scomunicare tutti. Non ce n’è bisogno. Il primo luglio, dopo soltanto cinque mesi, l’Assemblea Romana si arrende ai francesi. Ennesimo fallimento, forse il più amaro per Mazzini.

Su tutto questo, sull’infinita serie di sconfitte, illusioni e speranze tradite, si stendono i bellissimi colori di Lega, tutti virati al silenzio. Ma il quadro non piace a nessuno. Nemmeno ai repubblicani. E di nessuna corrente. Non piace ai repubblicani intransigenti, convinti che il metodo insurrezionale sia l’unico possibile. Non piace ai repubblicani astensionisti, alla ricerca di spazi per fare politica anche con la monarchia. Non piace ai repubblicani garibaldini, vicini alle idee socialiste e internazionaliste. Non piace ai repubblicani radicali, che predicano la via costituzionale alle riforme democratiche. Il Mazzini morente non piace a nessuno, non serve a nessuno. Meglio la consistenza fisica di una salma pietrificata che la sublimazione artistica di un uomo sconfitto. A chi serve un uomo sconfitto?

In una recensione dell’epoca si legge: «il compratore del quadro converrà che s’avvezzi a tenersi sempre dinanzi agli occhi un vero moribondo». Di compratori, avvezzi o meno, non ce n’è. Non se trovano nemmeno con una pubblica sottoscrizione. Per la tela, come fu per il suo protagonista, comincia un lungo esilio. Comprata da un collezionista inglese, viene infine battuta all’asta da Christie’s. È il 1959. Oggi è esposta alla School of Design di Providence, Rhode Island.

Mauro Orletti

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