Ugo il duro

Nella prefazione a “Ugo il duro” di Gianfranco Mammi, vincitore del Premio Malerba 2019 (Monte Università Parma Editore), Gino Ruozzi osserva giustamente che il protagonista del racconto potrebbe essere il nipote di Mozziconi, proprio lui, lo straccione creato da Malerba, il senzatetto che un tetto ce l’ha, all’Acquedotto Felice, ma che poi decide di gettare tutta casa dalla finestra, finestra compresa. Il protagonista del libro di Mammi, anche lui barbone militante, vive nel Mollificio Carelia, quartiere Borraccia, nomi che – in effetti – hanno anche loro una certa affinità con i toponimi malerbiani. Ma forse è nella voce che la parentela si fa stretta, da lì tutto deriva: l’atteggiamento verso il mondo, l’aria spaccona, lo sguardo a tratti cinico, a tratti naive.

Il barbone più famoso mondo, Charlot (portato da Chaplin sul grande schermo quando il grande schermo è ancora muto), trova la sua voce nello scarto che esiste fra il mondo reale e quello posticcio, nel contrasto fra una vita che si suppone dura e priva di divertimento e la tendenza, direi quasi la mania, a vedere bellezza ovunque, anche in due panini, capaci di danzare grazie alle forchette. Poesia insomma.

Con Mammi, s’è capito, pestiamo altri paraggi, luoghi più simili alle sponde del Tevere, al pezzo di mondo, sporco e maleodorante, dove s’accampa Mozziconi.

Nella sua introduzione a “Le avventure di Tom Sawyer” (edizione Rizzoli del 1979) Gianni Celati, che ne cura anche la traduzione, ragiona sulla differenza abissale che si apre fra il mondo di Tom e quello del suo amico Huckleberry, purissimo esempio di vagabondo selvatico: il primo non porta con sé alcuna magia, semplicemente usa la fantasia per allontanarsi dalla realtà, cioè dalla casa e dalla famiglia. Il secondo, che non ha casa né famiglia (a parte un padre ubriacone dal quale è meglio fuggire), non ha nessun bisogno di distinguere realtà e fantasia: nel suo mondo scorre la magia, che cancella ogni confine.

Ecco, in un certo senso Ugo, e così l’avo Mozziconi, è un Huckleberry nostrano: anziché entrare e uscire da un ambiente rispettabile e casalingo, ha fissa dimora in un mondo non addomesticato, in cui deve imparare a cavarsela. Mestiere nel quale riesce piuttosto bene. È come se la vita, che pure lo ha messo sulla strada, in un mollificio abbandonato per la precisione, fosse sua alleata, disposta a dargli una mano in ogni occasione. E di occasione in occasione la vicenda fila liscia, come il Tevere o il Mississipi, come i due rulli di Buster Keaton, che sparano una gag dietro l’altra e lasciano lo spettatore senza fiato. Con lo stesso gusto per il paradosso e l’eccentrico.

Tutto ha inizio in una chiesa quando Ugo e un presunto ingegnere si scambiano un segno di pace. Più che un segno di pace si tratta di una mossa di karate, o qualcosa di simile, visto che l’ingegnere viene scaravoltato a terra. La rapidità d’esecuzione è impressionante, sembra davvero di assistere a uno spettacolo in cui Buster Keaton entra in scena ruzzolando e poi per tutto il tempo continua a precipitare, rimbalzare, schiantarsi, senza mai rompersi l’osso del collo, senza mai cedere alla disperazione o alla rabbia.

Come invece accade nel libro di Tom Kromer, “Un pasto caldo e un buco per la notte” e, ancor di più, nel disperato “Fame” di Knut Hamsun. Vite lontanissime, accomunate dalla furente ricerca di cibo, esistenze in cui non c’è spazio per altro, non sono previste alternative. Manca perfino la voglia di ingegnarsi, di cavarsela in qualche modo. L’ironia è sparita, i sentimenti si sono asciugati, la poesia… quella non c’è mai stata. A tratti affiora un che di metafisico.

Il giovane scrittore sballottato da Hamsun lungo le strade di Christiania ha delle visioni che sono forse deliri provocati dall’inedia, o forse no. Andreas Kartak, il santo bevitore raccontato da Joseph Roth in “La leggenda del santo bevitore” assiste a continui miracoli e la sua intera esistenza pare un’ininterrotta sbornia mistica. Senza parlare della trance superalcolica di Venedikt Erofeev, autore senza fissa dimora e, in quanto tale, autore inesistente per il regime sovietico, che descrive un viaggio etilico da Mosca verso Petuskì in un libro che, in quanto tale, è un libro inesistente per il regime sovietico. «Ottanta pagine di baldoria e dieci che spazzano via l’allegria», dice lo stesso Erofeev. Novanta pagine in tutto, che circolano per lungo tempo nel mercato sotterraneo dei samizdat, riservando a lettori dissidenti visioni etiliche, ai limiti dell’estasi, e un finale che è anche una profezia.

Ed eccola, quindi, la magia. Quella che scorre nel mondo di Huckleberry, che galleggia sul Tevere di Mozziconi e ruzzola nello slapstick letterario di Mammi, in cui non c’è vera distinzione tra finzione e realtà, alcolismo e sobrietà, ateismo e fede. Tanto da spingere la vicenda di Ugo all’interno di un improbabile canile diocesano, luogo in cui si compie uno strano quanto inutile miracolo. Che semplicemente accade, come la cosa più naturale al mondo, e non sembra minimamente turbare Ugo, il duro, come del resto non lo turbano il profumo di torta di mele che fiuta perennemente nell’aria, le partite a scacchi che un bizzarro prevosto gioca con papa Montini e papa Pacelli, o le chiacchierate iperuraniche che gli capita di intavolare con l’amico Maccaferri.

Se c’è qualcosa che è in grado di smuovere il suo sistema nervoso, quel qualcosa sono i banalissimi fatti che accadono nell’aldiqua: i furti di cani, le vacanze di lusso di un ristoratore cinese di nome Xiao-bing, i discorsi di un presidente di qualcosa o di un vicesindaco o di un posatore di prima pietre o di un rinomato critico musicale. Allora, con l’umore giusto, il parlare si fa ricco, il ragionamento si fa tondo e la voce prende mille intonazioni. Perché in definitiva sono queste le armi degli straccioni e, al tempo stesso, la botte in cui trovano rifugio. Un luogo metafisico abitato fin dall’antichità: da Diogene di Sinope, il filosofo cinico che prega le statue degli dei per allenarsi a chiedere invano, e dal selvaggio protagonista del romanzo di Mark Twain, che si sente male a parlare educatamente e per sentire un po’ di gusto in bocca corre in soffitta a imprecare indisturbato.

Ugo, insomma, è in ottima compagnia. E leggerlo è un piacere, quasi come ascoltarlo, come vederlo: l’aria un po’ spaccona, il muso duro, la lingua lesta, lestissima.

Mauro Orletti

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