Il cielo sta cambiando

Praticamente in quel periodo ho in testa un cocktail letale di suggestioni, dalla “Febbre dell’oro” di Chaplin ai romanzi di Jack London, da “Zio Paperone e l’oro del Klondike” al libro di Krakauer “Nelle terre estreme”. Così, senza neanche troppo pensarci, compro un biglietto aereo per Whitehorse, via Calgary. Un viaggio lunghissimo e alla fine, quando l’aereo atterra nello Yukon, sono letteralmente sfinito dal volo, dalle attese in aeroporto e dal fuso. Alla frontiera mi domandano come mai viaggio da solo. Nessuno è voluto venire con me.

«E’ stato altre volte in Canada?» No. «Come mai ha scelto lo Yukon?» Non lo so. «È venuto per cacciare?» No. «Per vedere i Grizzly?» Nemmeno. «Allora?» Allora cosa, dico io. «Perché è venuto?»

Sarei rimasto bloccato lì se non avessi balbettato: Mark Twain. Giuro, non ho nemmeno formulato una frase vera e propria, ho solo pronunciato quel nome, in modo solenne. È stato come recitare una formula magica, apriti sesamo e voilà, un bel timbro sul passaporto. Che poi è una cosa bizzarra, voglio dire, Mark Twain non c’entra niente. In quel momento sto pensando a Jack London ma, stanco come sono, anziché dire Jack London dico Mark Twain. E sì che anche Mark Twain è stato un cercatore d’oro però, che mi risulti, non è mai arrivato a Whitehorse. Jack London invece c’è arrivato ma è rimasto poco, appena un anno, poi è scappato in California, con lo scorbuto e uno striminzito sacchetto d’oro.

In questa gara di resistenza fra letterati, Robert William Service si classifica al primo posto. In Italia lo conoscono in pochi, infatti ancora nessuno, mi pare, si è preso la briga di tradurre le sue ballate. Ed è un peccato, perché ad esempio in “The cremation of Sam Mcgee” si racconta di un tipo venuto a cercare l’oro dal sud, Sam Macgee appunto, un tipo che potrebbe essere il vagabondo della “Febbre dell’oro” oppure Jack London o anche Mark Twain.

Invece era Sam Mcgee e lì, a Whitehorse, si può anche visitare la sua capanna, quella originale, con dentro le sue cose, piccoli oggetti commoventi, un mestolo, la teiera, i finimenti del cavallo, una scure, una sedia a dondolo in legno. Sam Mcgee, a dire il vero, non è che fosse realmente il protagonista della ballata di Robert Service. È più che altro un nome, un nome che il poeta ha letto su un registro nella banca dove fa l’impiegato. La banca è a Whitehorse e Sam McGee si è appena trasferito in paese con la moglie. Due cuori e una capanna, in senso letterale. E qui finiscono i punti di contatto fra i due.

Il fatto è che a Service quel nome piace, anche perché fa rima con Tennesee e infatti il primo verso della ballata dice così:

Now SamMcgee was from Tennesse
where the cotton blooms and blows.

La ballata viene pubblicata nel 1907, quando il suo protagonista vive ancora nello Yukon. Un paio di anni più tardi se ne va al sud, come Jack London, e mette su un’azienda agricola. Nel 1916 torna nello Yukon per certi affari che ha avviato con la War Eagle, una miniera di rame. E poi di nuovo torna nel 1938. In questa occasione viaggia a bordo di un battello a vapore e qui un passeggero gli propone di acquistare, come souvenir, un po’ delle ceneri di Sam McGee.

Nell’introduzione alla poesia, Robert Service usa questi versi:

There are strange things done in the midnight sun
by the men who moil for gold; 
The Arctic trails have their secret tales
that would make your blood run cold;
The Northern Lights have seen queer sights,
but the queerest they ever did see
Was that night on the marge of Lake Lebarge
I cremated Sam McGee.

La ballata è diventata così famosa che tutti sanno che fine ha fatto il povero Sam McGee, cremato sulle sponde del lago Lebarge dopo essere morto di freddo sulla sua slitta. E lì, sul battello a vapore, il vero Sam McGee ha l’occasione di comprare un po’ delle sue ceneri. Un’occasione del genere non capita tutti i giorni. D’altro canto al povero Mark Twain tocca smentire le voci insistenti che lo danno per morto. Sul New York Journal del 2 giugno 1987 dichiara: “Le notizie sulla mia morte sono francamente un’esagerazione”.

Con la macchina noleggiata in aeroporto, una chrysler arancione del tutto inadeguata alle strade dello Yukon e dell’Alaska, comincio il mio viaggio. In due settimane prevedo di percorrere l’Alaska Highway fino a Tetlin Junction, da lì deviare fino a Chicken, a quel punto prendere la Klondike Highway per Dawson e, infine, rientrare a Whitehorse. Ad ogni tappa lascio l’auto di fronte al centro visitatori, entro, mi faccio dare una cartina, dico quale sentiero intendo percorrere e mi metto a camminare. Perché non è che si possa fare molto a Tetlin Junction o a Chicken e in tutti gli altri posti dove mi fermo da dormire. Si può solo camminare, ed è esattamente quello che faccio, cammino. E se incontro qualcuno, dopo ore, alle volte giorni senza scambiare una sola parola con un altro essere umano, mi metto subito a fare delle chiacchiere. Per esempio incontro un’anziana donna inuit, ci scambiamo impressioni sul luogo, poi sul tempo e allora mi dice: «il cielo sta cambiando, torna indietro». Un po’ perché anziana, un po’ perché inuit, mi convinco dell’esattezza della previsione e torno indietro. Il tempo resterà bello per l’intera giornata, anzi, non cadrà una goccia di pioggia per quasi due settimane. Uno degli ultimi giorni, mi fermo a pescare con dei nativi sulle rive del lago Lebarge. Non so assolutamente come usare canna e mulinello ma sono tutti molto gentili e hanno la pazienza di insegnarmi. Il panorama è bellissimo, anche se pieno di zanzare. Sono felice e soddisfatto e smetto solo quando si alza un po’ di vento e comincio ad aver freddo. È allora che mi vengono in mente gli ultimi versi della “Cremazione di Sam McGee”:

And there sat Sam, looking cool and calm, 
in the heart of the furnace roar; 
And he wore a smile you could see a mile, 
and he said: 'Please close that door.
It's fine in here, but I greatly fear 
you'll let in the cold and storm -
Since I left Plumtree, down in Tennessee, i
t's the first time I've been warm.'

La recito a voce alta per i miei compagni di pesca. Uno di loro recupera la canna che mi ha prestato abbozza un sorrisetto ironico e mi dice: «il cielo sta cambiando, torna indietro».

[Mauro Orletti]

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