Di ogni Foggia e colore

Dopo sono fatto così, una volta ero a Bruxelles e mi è venuta voglia di andare a Bruges. E tutti a dirmi «che ci vai a fare a Bruges? non c’è mica niente da vedere. Basta un pomeriggio, ti fai un giro, poi via. Sai che palle a Bruges?!» Sono rimasto lì cinque giorni, da solo. Son stato benissimo.

Allora l’altro giorno dovevo andare a Foggia e tutti a dirmi «che ci vai a fare a Foggia? non c’è mica niente da vedere». I più molesti se ne uscivano con l’arcinoto «fuggi fa Foggia». Son stato benissimo anche a Foggia. Certo somiglia poco o nulla a Bruges. Non ci sono canali, non ci sono chiese in gotico brabantino, neppure le atmosfere un po’ cupe delle caotiche apocalissi fiamminghe.

A Foggia, anziché fare il giro delle chiese in gotico brabantino, ho fatto la spola fra luoghi meravigliosamente anonimi: via Arpi, via Alberto Da Zara, via Mario Pagano. A Foggia, anziché fuggire dai Foggiani, ho passato un pomeriggio intero a discutere delle esperienze di occupazione della città: del centro sociale di via Arpi, dello Scurìa di via Da Zara, del laboratorio di politica Jacob in via Pagano. «Tra l’esaltazione mistica e il masochismo estremo», si legge sul muro di fianco all’ingresso del Jacob. E infatti di rione in rione, di marciapiede in marciapiede, di graffito in graffito, ho ripercorso ingenuità, intuizioni, errori, disincanti, «esaltazione mistica e masochismo estremo» di una generazione orfana di tutto.

A farmi da guida Francesco: libraio, scrittore, ultras, libero pensatore, mente lucida, in bilico fra quel che si era e quel che si deve pur essere, oltre ogni retorica, al di là di ogni propaganda, agli sgoccioli della vera ortodossia.

«Abbiamo letto di tutto – mi dice – perfino gli scritti un po’ approssimativi del compagno maoista nepalese Prachanda. Era a 10 km da Kathmandu, con il suo esercito rivoluzionario, e da lì non si muoveva. Ogni tanto qualcuno chiedeva: dov’è oggi il compagno Prachanda? Qualche istante di silenzio, poi immancabile la risposta: a 10 km da Kathmandu. Penso sia ancora lì, dopo più di vent’anni, o magari si è avvicinato un po’, adesso sarà a 9 km».

Poi, lasciato il Nepal per i Quartieri Settecenteschi, mi parla del comitato elettorale “Congrega del Grano Arso” e del suo sovietico ed esoterico candidato alle comunali di Foggia: Gaetana Capogna, detta zia Monaca.   

Un’altra storia da raccontare. Lei, Gaetana, è nata nel 1862, quando vivere a Foggia era una maledizione e fuggire da Foggia una prospettiva. La città non era molto diversa da quella tardo settecentesca descritta da Francesco Longano nel suo Viaggi per lo regno di Napoli: «Innumerevoli sono i disagi ed i pericoli per l’incauto viaggiatore in questa città: aria mefitica, sporcizia dilagante, locande scomode ed inospitali, caldo insopportabile, fetori ripugnanti, zanzare ed ogni altra sorta di insetti, freddo intenso, umidità perniciosa, febbre terzana». Tant’è che ancora nel 1887 il giornalista Giuseppe Adabbo scrive una bizzarra poesia nella quale suggerisce di rivolgersi direttamente al sindaco: «Non gli chiedete, no, lo sventramento // ma solo un pochettin d’innaffiamento, // se no, sul vecchio adagio ognun si poggia, // e dice al forestier. Fuggi da Foggia! »

A 36 anni zia Monaca, alla testa di una folla inferocita – per lo più donne, visto che gli uomini sono a lavoro nei campi – raggiunge gli uffici del dazio per protestare contro l’aumento del prezzo del grano. Come nel resto d’Italia, anche in Puglia è scoppiata la rivolta del pane. L’edificio viene dato alle fiamme. Oltre al Dazio brucia anche il Municipio e con il Municipio gran parte dei documenti della città. Però i cannoni del regno tacciono, mentre a Milano, per ordine del generale Bava Beccaris, fanno strage di civili.

Francesco mi guida nei Quartieri Settecenteschi e mi mostra un murale: il volto di Gaetana Capogna, detta zia Monaca, il candidato sovietico ed esoterico scelto per le comunali di Foggia dalla “Congrega del Grano Arso”, il comitato elettorale messo su dal laboratorio politico Jacob. La cui dichiarazione programmatica è certo meno approssimativa degli scritti del compagno maoista nepalese Prachanda: «Saremo la voce lamentosa dei vecchi in attesa dal medico curante; le coronarie egoiste delle massaie alle casse del Convì; il battito cardiaco accelerato dei pensionati alle Poste centrali; il vittimismo congenito dei sopravvissuti alla retrocessione del ’95; il fatalismo applicato delle nonne che fanno i troccoli». Bisognerebbe aggiungere: il punto da imbastitura delle impavide sarte dello Scurìa.

È la fine di maggio del 2016. Il collettivo 0881 dichiara unilateralmente conclusa l’esperienza del centro sociale “Scurìa”. Lo spazio torna all’università in virtù della promessa fatta all’inizio dell’occupazione: quando partiranno i lavori per l’Università, il Collettivo andrà via. E con lui andranno via concerti, spazi teatrali, un’etichetta indipendente, un orto sociale, una falegnameria, una radio, una sala prove, una palestra, una biblioteca popolare, un’infinità di laboratori. Fra questi, un laboratorio di cucito. È la fine di maggio del 2016, lo Scurìa chiude. L’ultimo giorno, nel trambusto dello sgombero, fra gente del quartiere, compagni del collettivo, spettatori curiosi, poliziotti in attesa, si fanno largo alcune impavide sarte, per nulla intimorite dal caos che le circonda. Quell’ultimo giorno è in programma il loro laboratorio e non c’è verso di farle desistere. E così il rumore delle macchine da cucire diventa il simbolo dello Scurìa che chiude, il punto da imbastitura che tiene assieme il compagno maoista nepalese Prachanda, il sovietico ed esoterico candidato alle comunali di Foggia, Gaetana Capogna, e l’incauto viaggiatore del Longano, quello che si ferma in città nonostante disagi e pericoli, nonostante l’aria mefitica, la sporcizia dilagante, il caldo insopportabile e i fetori ripugnanti.

E a proposito di sporcizia dilagante e fetori ripugnanti: qualcuno, smarrito fra improbabili simbologie celtiche come una megattera fra i canali di Bruges, ha voluto sfregiare il murale di zia Monaca e insultarla con la scritta puttana. A questo qualcuno ha risposto la “Congrega del Grano Arso”:  «Le avete dato della puttana e le avete coperto il viso. Avete dato della puttana ad una figlia dei Quartieri Settecenteschi, ad una figlia di Foggia. Ad una donna coraggiosa e fiera, che guidò i Foggiani a ribellarsi all’ingiustizia. Avete cancellato il viso di una madre morta 96 anni anni fa. Questo è il vostro senso di identità. Questo il vostro onore. Questo siete». Questo sono: gli unici foggiani da cui fuggire.

[Mauro Orletti]

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