Spietati aloni della quotidianità

TESTO DELL’INTERVENTO LETTO ALLA GALLERIA B4 DI BOLOGNA PER LA MOSTRA “SPIETATI ALONI DELLA QUOTIDIANITÀ” DI DIM SAMPAIO

Devo subito fare una confessione e forse, visto che ho dei fogli davanti a me, fogli sui quali ho scritto delle cose che adesso leggerò, si capirà facilmente quel che intendo confessare, cioè che non ci sarà nessun dialogo, perché il dialogo c’è già stato: con Dim Sampaio, all’inaugurazione della mostra, e anche prima, nel suo studio; con Mario Mastrocecco, all’inaugurazione della mostra e anche dopo, durante il nostro viaggio in Perù. A entrambi, quindi, chiedo scusa per il modo orrendo in cui stravolgerò il senso dei nostri dialoghi.
C’è poi un’altra cosa che devo confessare ma questa, forse, è meno intuitiva e perciò è inutile che ne parli subito. Ne parlo poi dopo. Forse. Adesso parlo di un’altra cosa, una cosa che apparentemente non ha niente a che fare con la mostra. Il fatto è che da un paio d’anni raccolgo materiale sulle sacre reliquie d’Italia. E di materiale ce n’è davvero tanto visto che, senza esagerare, non esiste chiesa che non possa vantare il dente, il mignolo, la scapola, il cuore o qualche altro pezzo di un beato o di un santo o di un santo martire. Ma non è questo che volevo dire.
Capita a tutti, credo, di appassionarsi a un argomento. Certo, le reliquie sono un argomento strano che, fra l’altro, almeno apparentemente, non ha niente a che fare con la mostra. Però non c’è verso, quando succede di sprofondare nello studio di qualcosa, allora tutto sembra convergere verso quel nostro momentaneo interesse. Ad esempio qualche anno fa m’è presa la fissa per le eresie. Adesso cosa c’entrano le eresie? si domanderanno Dim Sampaio e Mario Mastrocecco. Nei nostri dialoghi non abbiamo mai parlato di eresie, diranno Dim Sampaio e Mario Mastrocecco.
È vero, ma intanto – l’ho premesso all’inizio – quei dialoghi verranno stravolti. Poi le eresie, come le reliquie, solo apparentemente non hanno niente a che fare con la mostra. Per esempio Dim Sampaio è chiaramente un eretico. Intanto è un iconoclasta. Le icone del nostro tempo, mi sembra, sono tentativi (grotteschi nella migliore delle ipotesi, decisamente kitsch nella peggiore) di sfuggire al figurativo rifugiandosi nella proiezione di concetti funambolici che però, a dirla tutta, sembrano più zavorrati di certa retorica dei monumenti ottocenteschi. E così, dipingendo quadri, usando tele e colori, esibendo una certa affezione per le forme e le proporzioni, interrogandosi sul modo in cui forme e proporzioni sottostanno al mistero della trasfigurazione, Dim Sampaio bandisce dalla sua arte l’effimero pop del contemporaneo con la stessa cieca determinazione con cui Leone III Isaurico schioda l’icona di Cristo dalla porta del palazzo di Costantinopoli e la dà alle fiamme.
E insomma ci vuol pazienza ma anche le reliquie, come le eresie, che apparentemente non hanno niente a che fare con la mostra, si riveleranno utili per stravolgere in modo orrendo il senso dei dialoghi intavolati con Dim Sampaio e Mario Mastrocecco. E per riprendere il filo del discorso, che mi sembra di aver abbandonato fin dalla premessa, devo parlare del Perù. Se qualcuno si stesse chiedendo cosa c’entra il Perù con una mostra dal titolo “Spietati aloni della quotidianità”, sappia, questo qualcuno, che il Perù c’entra – se non altro – con le reliquie. Sul perché delle reliquie torniamo più avanti.
Ora Lima, capitale del Perù, non è che ci sia molto da vedere a Lima: Plaza de Armas, tutte le piazze principali delle città peruviane si chiamano Plaza de Armas, il palazzo del vescovo, tutte le principali città peruviane hanno il palazzo del vescovo, la cattedrale, che in tutto il territorio dell’allora impero Inca viene costruita sulle rovine di qualche tempio dedicato al dio Inti.
Nella cattedrale di Lima c’è una cappella con le reliquie di Pizarro. Un fatto alquanto strano: Pizarro non era certo uno stinco di santo e perciò, per fare un esempio, sarebbero state fuori luogo anche nell’atrio della camera di commercio di Lima. Perché, pur essendo stato il fondatore della città, Pizarro resta l’avventuriero analfabeta e sanguinario venuto a reclamare le terre degli Inca in nome della corona spagnola, il sadico massacratore di migliaia di nativi, il cinico ingannatore del 13° e ultimo sovrano del Cuzco, Atahualpa. Che non era Inca. Cioè io avrei detto lo fosse ma Hector, la guida peruviana con cui abbiamo visitato la valle sacra, ci ha spiegato che era nato a Quito (in Ecuador) dall’unione fra Huayna Cápac e una sua concubina. Cioè Atahualpa, sempre secondo Hector, era una bastardo.
Com’è come non è, il 13° e ultimo sovrano del Cuzco decide di incontrare Pizarro. Il quale gli manda incontro il frate domenicano Vicente de Valverde. Vicente dice di parlare a nome di Dio, recita il requerimiento (cioè la dichiarazione con cui la Spagna reclama il diritto a signoreggiare le terre appena scoperte e impone ai nativi la fede cristiana), si avvicina al bastardo cuzqueño e mostra la Bibbia. Atahualpa accosta la bibbia all’orecchio e siccome non sente la voce di Dio la getta a terra. Risultato: migliaia di inca trucidati, Atahualpa catturato. A questo punto il 13° e ultimo sovrano del Cuzco ha due possibilità: essere condannato a morte oppure pagare un riscatto riempiendo d’oro la stanza in cui è imprigionato. Sceglie la seconda ma, una volta pagato il dovuto, ha due possibilità: essere condannato al rogo oppure convertirsi, farsi battezzare e morire garrotato. Per il popolo Inca – anche per i bastardi – la distruzione del cadavere impedisce di raggiungere l’immortalità. Così tramonta la stella del 13° e ultimo sovrano del Cuzco, garrotato sì, ma battezzato e con l’animo in pace.
E qui torno alle reliquie perché, come si vede, Atahualpa ha un’idea di permanenza imparentata con il concetto di reliquia. Dopo, che fine abbiano fatto le spoglie del 13° e ultimo sovrano del Cuzco non è dato sapere, quelle di Pizarro, come detto, sono nella cattedrale di Lima. All’inizio, nella cappella a lui dedicata, finiscono le ossa di un uomo che non si sa chi è ma non è Pizarro. Infatti un bel giorno, durante certi lavori di scavo all’interno della cattedrale, salta fuori uno scheletro senza testa. Poi lì, accanto allo scheletro senza testa, si trova una scatola di metallo con dentro una testa, che evidentemente è la testa dello scheletro senza testa. Sul coperchio c’è una scritta. La scritta dice: «Aquí está la cabeza del señor marqués don Francisco Pizarro». Quindi tante scuse e via… le vecchie reliquie vengono sostituite e, almeno fino ad oggi, nessuno ha messo in dubbio l’autenticità delle nuove.
Quello dell’autenticità è un tipico problema delle reliquie. Per esempio Giovanni Calvino ci informa che: «a Ginevra, c’era un tempo, si diceva, un braccio di sant’Antonio: quando era nella teca lo baciavano e l’adoravano, quando lo esposero si scoprì che era il fallo di un cervo. C’era poi l’altare maggiore riservato al cervello di San Pietro. Finché questo rimaneva nella teca non si nutriva alcun dubbio. Quando invece si ripulì la nicchia, si guardò più da vicino e fu scoperto che si trattava di una pietra pomice».
Però, se vogliamo essere onesti, per le reliquie sacre il problema dell’autenticità si pone fino a un certo punto. La contraffazione (e la vendita) di un brandello del santo costituiscono sicuramente un peccato capitale però, come dice Calvino, una volta collocato dentro la teca, e la teca chiusa nell’altare, e i fedeli invitati all’adorazione, ecco che il brandello svolge comunque la sua funzione di tramite fra l’uomo e la divinità. Si potrebbe anche dire, invertendo l’ordine dei fattori, che reliquie autentiche, dimenticate all’interno di un sepolcro in rovina, non hanno alcuna funzione né alcun senso. E non c’è differenza fra queste reliquie e la ruota di una bicicletta o il cestello di una lavatrice o una zuppiera di plastica.
Voglio dire che, se dobbiamo occuparci di reliquie (in verità dobbiamo occuparci della mostra di Dim Sampaio ma non temete, ci sto arrivando), se dobbiamo occuparci di reliquie – dicevo – allora è in senso spirituale che vale la pena farlo. Allo stesso modo, se dobbiamo occuparci delle opere di Dim Sampaio, dobbiamo farlo concentrandoci sul loro valore spirituale.
Visto che siamo in una galleria e visto che alle pareti della galleria ci sono dei quadri e se uno entra nella galleria, nove volte su dieci, entra per osservare i quadri alle pareti, avrete notato che i lavori di Dim Sampaio – per quanto oggetto di un memorabile processo di disfacimento che trasforma i grassi dei pigmenti in materia volatile – mantengono comunque una spiccata affezione per la figura. Cioè fateci caso, l’artista li ha dipinti mentre era (ed è) in corso, un lento (e inesorabile) fenomeno di putrefazione del colore, un evento cataclismatico a causa del quale i legami atomici che tengono insieme tutto ciò che è rappresentato, si guastano, deperiscono, infine cedono.
E visto che siamo in una galleria e se uno entra nella galleria, nove volte su dieci, entra per osservare i quadri alle pareti, avrete notato che i lavori di Dim Sampaio si presentano già come il residuo di questo processo, un alone, uno “spietato alone della quotidianità”, appunto. Io dire anche una reliquia. Che però non ha la funzione di tramite fra l’uomo e la divinità, come è per il braccio di sant’Antonio o il cervello di san Pietro. Ma nemmeno ha un valore archeologico, come per lo scheletro senza testa di Pizarro. Gli spietati aloni della quotidianità di Sampaio sono delle tracce, degli indizi di una storia che – ovviamente – non appartiene a tutti. E se ricordo qualcosa di Ernest Bloch, che ho letto un secolo fa, si potrebbe parlare di «spuren», sarebbe a dire quei frammenti del mondo utopico che ci permettono di inseguire nel visibile ciò che si nasconde, ciò che è alternativo al presente, alla narrazione in corso, ciò che vive nel racconto dell’artista, il solo in grado di connettersi con il valore trascendente delle figure (visibili).
Quindi è l’artista ad essere il tramite, il medium, fra ciò che rimane dopo il processo di disfacimento, diciamo la scoria dell’essere, e la nuova forma in cui l’essere stesso viene trasfigurato.
Che poi, a questo punto, si vede chiaramente cosa c’entrano reliquie, eresie, Pizarro e Atahualpa con il tema di questo dialogo (che non è un dialogo), cioè la trasfigurazione. Trasfigurazione, e qui arriva la seconda confessione, che fino a ieri non avevo nemmeno capito fosse il tema del dialogo (che non è un dialogo). Ma non importa perché, appunto, parlando di reliquie, eresie, Pizarro e Atahualpa non è possibile non parlare di trasfigurazione.
Tornando alle reliquie, poi, e al problema dell’autenticità, mi sembra che nel caso di Sampaio il problema sia risolto dall’intenzione artistica, che evoca l’intero mistero della trasfigurazione nel momento in cui ne rappresenta anche solo una parte. Che, chiariamoci, non è un exploit istantaneo ma una narrazione visibile, che ha una durata, misurabile, che grossomodo viene espressa dal gocciolare del colore, dal graffio della spatola, dal ripensamento del cencio che sbava i contorni. Che, fatemelo ripetere, è la narrazione dei legami molecolari prossimi allo schianto, preda di una forza trascendente che li annienta e li sublima al tempo stesso.
Dopo, visto che siamo in una galleria e visto che alle pareti della galleria ci sono dei quadri e se uno entra nella galleria, nove volte su dieci, entra per osservare i quadri alle pareti, avrete notato che gli aloni lasciati da Sampaio sono tutt’altro che vuoto, segno del fatto che l’annientamento che li precede non produce gli effetti teorizzati da Democrito, ammesso che abbia capito qualcosa di Democrito, che ho studiato un secolo fa e che nel mio confuso ricordo di liceale parlava del vuoto come «non-essere» in opposizione all’«essere atomico». Così non fosse, poco male, visto che questo dialogo non è un dialogo e visto che Dim ha dialogato con filosofi, matematici, sociologi e antropologi che, in quanto tali, sono costretti ad essere rigorosi, e invece io sono stato invitato in qualità di scrittore, titolo che generalmente mi mette molto a disagio (essendo un semplice impiegato di un’impresa di assicurazione) e che invece questa volta torna utile perché, si sa, lo scrittore non deve essere rigoroso e – in un certo qual modo – ha ampia libertà di parola e divagazione (come credo si sia capito).
Ma adesso torno all’annientamento, da cui hanno origine gli “Spietati aloni della quotidianità” e dico che se non ci fosse annientamento l’atomo non verrebbe riconosciuto come elemento originario, cioè costitutivo della realtà e, al tempo stesso, evocativo del metafisico. È vero o no, vi chiedo, ma non dovete rispondere perché questo non è un dialogo, che l’atomo non può essere percepito a livello sensibile ma solo postulato a livello intellettuale? Magari oggi, con un microscopio o qualche altro aggeggio elettronico è possibile vederlo, ma insomma, ai tempi di Democrito non c’erano microscopi e forse, quando il filosofo ha avuto la sua intuizione, si stava divertendo a dividere una pergamena in tanti pezzettini senza l’ausilio delle forbici. Magari, se avesse avuto le forbici, non si sarebbe nemmeno domandato: ma se continuo a strappare striscioline da questa pergamena, qual è il pezzetto più piccolo che riesco ad ottenere? L’atomo! Immutabile e indivisibile.
Le figure di Sampaio, però, sono mutevoli e divisibili. Quindi a prova di contraffazione, perché è difficile riprodurre ciò che muta e si divide, ciò che si decompone e ricompone costantemente, assumendo un diverso significato, lasciando spazio a ciò-che-non-è-più (pur non essendo un vuoto da riempire). Niente di più lontano, perciò, dalle reliquie di Pizarro.
Di fronte alle quali, nella cappella della cattedrale di Lima, mi son chiesto: saranno davvero appartenute a Pizarro? Ma poi come è morto Pizarro? D’accordo, l’hanno ammazzato, ma come? Come fai ad ammazzare un pazzo, il figlio illegittimo di un colonnello di fanteria, il bastardo analfabeta che inganna Atahualpa (13° e ultimo sovrano del Cuzco), il militare analfabeta che – alla testa di 168 uomini – riduce al silenzio un intero popolo?
Hector, la guida peruviana con cui abbiamo visitato la valle sacra, sembra avere la risposta: «es un mérito de la religión, fe en el dios católico sancionó la victoria de los conquistadores».
Hector, manco a dirlo, è cattolico. Dal suo punto di vista gli Spagnoli arrivano e portano al disgraziato popolo degli Inca – adoratori del condor, del puma e del serpente – la Vera Luce.
Ci sarebbe tutta una serie di altri elementi da considerare. Gli europei possedevano cavalli, armature, colubrine, archibugi e bombarde. Fra l’altro, al momento del loro arrivo, l’impero Inca era diviso da una guerra civile combattuta fra Atahualpa e suo fratello Huascar, guerra innescata dalla morte del padre Huayna Capac stroncato dal vaiolo, morbo mortifero arrivato – sia detto per inciso – assieme ai conquistadores. E ci sarebbe anche da considerare che le diverse etnie dei territori di lingua quechua e aymara, come Atahualpa e Huascar, non riescono mai a superare odi e rivalità e quindi disperdono le forze e non le concentrano contro Pizarro e i suoi uomini.
Ma forse è vero, nemmeno questi fatti bastano a spiegare il collasso di un impero; a fare luce sul motivo per cui Atahualpa si presenta al frate domenicano Vicente de Valverde senza scorta armata; a chiarire cosa gli prende a 80.000 soldati di fronte a 168 uomini, armati e a cavallo, ma pur sempre uomini e pur sempre 168; a dare un senso alla mossa di Quizu Yupanqui, che dopo mesi di guerriglia e ormai vicino alla conquista di Lima, si avvia al disastro totale affrontando in campo aperto quel che rimane delle forze spagnole.
Mario Mastrocecco, il cui pensiero mi appresto a stravolgere in modo orrendo, suggerisce una diversa spiegazione. Sul lago Titicaca, per la precisione in una locanda di Puno, davanti a un bicchiere di vino caliente, fumando sigarette a ripetizione, mi parla di evoluzione della coscienza (o dello spirito, non ricordo bene). Non sono nemmeno sicuro di aver compreso il senso delle sue parole, anche perché il calore della locanda, il sapore del vino e il fumo delle sigarette mi ottenebrano i sensi. Credo volesse dir questo, credo, magari glielo potrei chiedere ma, come detto, non è un dialogo: lo scontro fra Spagnoli e nativi americani è stato il modo in cui la coscienza (o lo spirito, non ricordo bene), che non distingue fra i primi e i secondi essendo destinata ad appartenere a entrambi, ha trovato il modo di evolvere verso uno stadio più avanzato (dico avanzato ma non ne faccio una questione di superiorità morale o tecnologica o altro).
Insomma non bisogna occuparsi delle cause, cioè delle ragioni per cui il movimento della coscienza (o dello spirito, non ricordo bene) è avvenuto, ma del modo in cui è avvenuto. Solo che, sarà il caldo della locanda, a me sembra che il modo si risolva nella causa, cioè nella ragione che ha portato all’annientamento del popolo Inca, quella più immediata (ossia le armi dei conquistadores) e quella più profonda (ossia la sudditanza psicologica, la fragilità spirituale, la debolezza identitaria).
E dopo bisognerebbe considerare lo sterminio di quasi 4 milioni di persone, la distruzione di città e templi, l’edificazione sulle loro macerie, di cattedrali e monasteri, il gusto artistico originario ibridato con suggestioni e maniere europee. Ed ecco affacciarsi da ogni nicchia o tabernacolo Madonne del Carmine da cui sgorgano fiumi, Gesucristi intabarrati in velluti pesantissimi (già pronti per una trasfigurazione prêt-à-porter), ultime cene imbandite con frutti tropicali e porcellini d’india arrostiti. Un caleidoscopio di forme e contenuti che segna l’ultima fase di uno sfacelo complessivo che forse – ma qui magari c’entra il fumo delle sigarette – coincide con la visione filosofica di Mario Mastrocecco e artistica di Dim Sampaio: il superamento dialettico con cui una nuova coscienza (o un nuovo spirito, non ricordo bene) edifica il proprio tempio sulle rovine dei precedenti.
Ed eccoci, è appunto questo il modo (o la causa, non ricordo bene) in cui avviene la trasfigurazione dello Spirito. Il prezzo pagato è altissimo, non solo e non tanto in vite umane, valori persi, tradizioni corrotte, legami annientati, quanto nell’impossibilità di sviluppare un attaccamento verso ciò che consideriamo nostra radice, nostra forma primigenia.
Quindi, visto che siamo in una galleria e visto che alle pareti della galleria ci sono dei quadri e se uno entra in una galleria, nove volte su dieci, entra per osservare i quadri alle pareti, e se uno viene invitato a dialogare in galleria (anche se questo non è un dialogo), nove volte su dieci, viene invitato a parlare dell’artista che espone, allora voglio dire che guardando i quadri di Dim Sampaio ho come l’impressione che lui abbia intuito e rappresentato tutto questo, ossia il modo (e non la causa) in cui il nostro spirito cerca l’alterità che ne determini l’annientamento. Un annientamento che, l’ho detto prima, non produce un “non-essere” ma il superamento dell’essere (o dello Spirito, o della Coscienza). Di cui rimane un’impronta, una reliquia, un alone.
Un alone che ci rammenta sempre da quale catastrofe siamo originati. Senza la pretesa di insegnare alcunché in termini moralistici. Sampaio sa che non c’è nulla di giusto o sbagliato, vero o falso, in questo big bang, perché la coscienza (o lo Spirito, non ricordo bene) se ne sbatte del vero o del falso, se ne sbatte del giusto o dello sbagliato, se ne sbatte delle cause e guarda al modo. E poi quando, di punto in bianco, vede spuntare all’orizzonte la nave di Pizarro, quando vede sbarcare 168 uomini, armati e a cavallo ma pur sempre uomini e pur sempre 168, non li respinge e non li combatte, si lascia ingannare e ridurre in schiavitù, si lascia torturare e quasi del tutto schiantare perché è questo il suo modo di evolvere, questo il suo modo di quasi-non-essere in attesa della trasfigurazione.
A questo punto avrei anche finito di dialogare in galleria, ma voglio aggiungere un’ultima cosa. Per tutto quello che ho detto l’arte di Sampaio non è destinata a diventare monumento. Il monumento, si sa, ha vita lunga. A Sampaio impediscono di fare una performance, che ha vita brevissima, figurarsi un monumento. Ma questo è del tutto coerente con l’idea – consustanziale alla sua maniera (artistica) – dell’impermanenza della forma.
E qui avrei di nuovo finito di dialogare in galleria, ma voglio aggiungere un’ultimissima cosa. A Lima c’è anche un bel monumento di Pizarro. Solo che non raffigura Pizarro ma un uomo qualunque che Pizarro non è. Poi la statua era lì, sembrava brutto non utilizzarla, allora si è detto: veh, non ci vorrebbe – a Lima – un bel monumento a Pizarro? Ed eccolo lì, pronto, un monumento a Pizarro che ci ricorda chi era e chi non era Pizarro. E non lo si può togliere perché, se lo si togliesse, resterebbe solo chi non era Pizarro, cioè un vuoto.
Adesso ho veramente finito e non dico più nulla a parte questa ultimissimissima cosa, e la dico seriamente, e vale soprattutto per il gallerista: non sono mica tanto sicuro che si riesca a togliere i quadri di Dim Sampaio dalle pareti senza lasciare delle crepe grosse così nei muri, delle tracce di una rovina inevitabile e imminente.

Grazie, adesso ho finito.

[Mauro Orletti]

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