Le anime morte

Prefazione inedita a Le anime morte di Nikolaj Vasil’evič Gogol’

C’è poco da dire: l’Italia è paradisiaca; io come c’ho messo piede me ne sono innamorato, e non ho resistito e l’ho scritto a tutti, agli Aksakov, a Aleksandr Andreevič Ivanov, a Michail Semonovič Ščepkin, e a tutti quelli che mi venivano in mente… Venite a trovarmi!, li invitavo, Qui troverete molti russi, dài, venite, che ne facciamo una seconda patria!
E Roma, com’è Roma se l’Italia è il paradiso in terra? Se l’Italia è il paradiso allora Roma è il suo giardino più intimo, e beato è colui che ci passeggia; io come c’ho messo piede, a Roma, non è passato nemmeno un minuto, che m’è presa un’ispirazione mistica che mai avrei creduto potesse investirmi.
E mi chiedo: poteva essere altrimenti sotto quel cielo di un colore che in Russia non sappiamo nemmeno come chiamarlo, quel colore lì?
A Roma, io come c’ho ficcato il mio povero naso, così difficile per me da tener al caldo, troppo che sporge, m’è tornata la salute; venivo dalla Francia, passando dalla Svizzera, c’avevo un raffreddore che puff!, sulla Cassia, è svanito: se l’è portato via il ponentino.
E quanta ispirazione m’ha dato il cielo di Roma, quanta me n’hanno data i romani! L’ispirazione ti s’infonde soltanto a camminare per le piazze, le strade e i vicoli, così pieni d’odori e d’accadimenti: inchiostro per le mie penne!
Mi ricordo che appena sono arrivato nella mia dimora, in via Sant’Isidoro, ho sentito, neanche il tempo di sistemarmi, ho sentito la volontà d’affacciarmi alla finestra e di esprimere la mia gioia d’essermi ritrovato fra quelle mura antiche; allora mi sono messo in piedi su una sedia, e con un piede sul davanzale, e dopo aver riempito i polmoni, nella speranza che mi sentissero tutti, ho esclamato: Buongiorno, romani!
E di ritorno, ma saranno passati nemmeno pochi attimi, di ritorno m’è giunto alle orecchie un coro di voci mattiniere che diceva, anche se io l’italiano lo conoscevo appena, che diceva così: L’animaaa de li mortacci tuaaa!
Al che io risposi, allora ignorando il senso di quell’espressione, e credendolo un benvenuto, risposi: Sì! Sì, l’anima de li mortacci tua pure a voi!
Ah! Quali siparietti vengono fuori coi romani, che sempre sanno come inventarsi un modo per sfotterti, e che t’imprecano contro per la qualunque, e ti dicono L’anima de li mortacci tua! ogni volta che possono, e non si capisce se è più uno scherzo, oppure no.
Per loro deve essere una sorta di fissazione, quella delle anime morte.
Credetemi, allora, se solo potessi rendere, con questo romanzo qua che sto scrivendo, l’idea profonda che si tocca con quell’espressione… le anime… poi pure morte… che mi dà tanto pensiero, se solo potessi rendervela indietro, allora, avrei la coscienza a posto, ma sono altrettanto certo che mai mi potrà bastare soltanto un romanzo uno, per farlo, non mi basterebbe un secondo, no, una trilogia potrebbe, forse.
Visitate intanto Roma, che, sapete, oltre ogni bellezza, non conosce il freddo, nemmeno in inverno, altro che Pietroburgo, dove un mantello ci mette poco a sgualcirsi, tanto è sottoposto alle intemperie; soltanto per dire che il mio mantello, a Roma, una volta, l’ho perduto al Vaticano, o me l’hanno rubato, forse era al Colosseo, poco importa, perché nemmeno ho avuto il bisogno di ricomprarlo.
Pensate un po’, cari i miei lettori, come si sta: a Roma.

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