Blaue Engel

Insomma c’è questo allestimento del Rigoletto, al Comunale di Bologna, e Rigoletto non so come dire, funziona, cioè Verdi in generale funziona, come diceva un vecchio prof, Verdi è una delle poche cose buone venute fuori dal romanticismo italiano, una delle poche ma anche una delle migliori, anche fuori dall’Italia, ma Rigoletto in particolare è proprio un’opera che funziona, mi pare, nonostante l’adattamento da Hugo, nonostante un libretto funestato dalla censura, nonostante una certa tendenza di Verdi a esaltare – con la musica – valori saldi e ben piantati. Qui però c’è tutto il relativismo etico della modernità, l’idea che una morale razionale non possa e non debba esistere.
Dopo, per chi non lo conoscesse, Rigoletto è il buffone della corte del Duca di Mantova, che avrebbe dovuto essere la corte di Francesco I ma appunto è arrivata la censura e la corte del Duca di Mantova sembrava meno compromettente. E questo buffone fa il buffone, ovviamente, e dice cose sgradevoli e si fa odiare da tutti perché, in fondo, è quel che ci si aspetta da un buffone, e Rigoletto è come incastrato in questo ruolo, che forse gli va stretto ma insomma… piccolo, deforme, cosa vuoi che faccia se non il buffone?
Perciò il regista, e parlo del regista che ha curato l’edizione del Comunale di Bologna, veste Rigoletto con calze a rete, corpetto in pelle, tacco e mantello, lo piazza in un cantuccio e mentre il pubblico incassa la provocazione, mentre l’orchestra passa in rassegna tutti i timbri del melodramma, mentre la sala è la cassa di risonanza dell’angoscia, mentre il palco si riempie del vuoto terribile dell’attesa, che lascia senza fiato, mentre resto senza fiato, Rigoletto si spoglia dei panni del buffone – che son poi le calze a rete, il corpetto in pelle, il tacco, il mantello – e indossa quelli dell’uomo qualunque – che sono pantaloni grigi, camicia, cravatta e impermeabile beige – e quelli, dico io, sono i panni di un impiegato e quindi, dico io, questo Rigoletto è un disgraziato che in fondo, dico io, più che incastrato nei panni del buffone, è incastrato nei panni dell’uomo qualunque, un borghese, un borghese piccolo piccolo (che evidentemente considera il festish un abisso di degrado nel quale precipitare).
E adesso, a pensarci bene, mi viene in mente il Professor Unrat di Heinrich Mann, il vero Mann, lo scrittore, a differenza del fratello Thomas, come diceva un vecchio prof, e questo Unrat è poi diventato Immanuel Rath nel film L’Angelo azzurro di Josef von Sternberg, cioè un professore di liceo che perde la testa per Lola/Marlene Dietrich – una cantante che si esibisce al “Blaue Engel” (Angelo azzurro) – e abbandona l’insegnamento, segue l’amata nelle sue tournée e, pur di restarle accanto, accetta di interpretare il ruolo del clown. E quindi Unrat/Rath è anche lui un disgraziato, anche lui imprigionato nei panni dell’uomo qualunque, un professore di liceo, un borghese appunto, che un bel giorno rinuncia alla propria carriera e veste i panni del buffone, del clown, nella speranza di evadere dalla gabbia di rispettabilità in cui si è rinchiuso.
Fra l’altro entrambi, nel rapporto con i personaggi femminili, sono costretti a mettere in discussione la propria idea di libertà, ancor di più, la propria confusa identità: Rigoletto è una carogna di buffone ma anche un padre amorevole, un maschilista ipocrita e il mandante di un omicidio per vendetta. Si capisce bene, a questo punto, l’accusa mossa a Verdi dalla critica dell’epoca: «cercare il bello nei delitti più atroci e ributtanti», un’accusa che non è un’accusa ma una felicissima intuizione, nel senso che il finale, la morte di Gilda e di Rath, il tradimento del Duca di Mantova e di Lola, contano poco o nulla, anzi restano sempre in secondo piano. Tant’è che lo scenografo che ha curato l’allestimento al Comunale di Bologna piazza la caduta dei giganti di Giulio Romano su un fondo in grisaille freddissimo e lontanissimo.
Ecco perché Rigoletto e Rath si somigliano in modo impressionante anche se Gilda e Lola sono completamente diverse, bambola-oggetto l’una, femme-fatale l’altra. Perché ciò che conta non è il rapporto in sé fra i personaggi, ma l’abisso che questo rapporto riesce a spalancare, un vuoto nero e disperato e quindi desiderabile, atroce e ributtante e quindi meraviglioso.
Il finale, applauditissimo, è puro dettaglio perché Verdi ha messo le carte sul tavolo fin dall’inizio, ha già espresso tutta la complessità dell’uomo moderno, la sua schizofrenia morale, il suo bipolarismo sessuale, e l’ha fatto scegliendo di non calcare sul motivo e sui contorni melodici, preferendo una struttura irregolare, affidando il ritmo agli ottoni, lasciando che si arrivi a un fortissimo e si precipiti, subito dopo, nei lamenti e singhiozzi dei legni.
Lascia indifferenti la disperazione di Rigoletto, aggrappato al cadavere della figlia Gilda, non commuove la caduta di Rath, aggrappato alla cattedra della classe nella quale ha insegnato per anni. Non è la singola scena, l’unico fotogramma, l’emozione in vitro, l’uniformità di colore, la realizzazione del delitto o il gesto d’amore a rappresentare un ideale di bellezza, ma la rapida successione del tutto, quel movimento in cui è presente una vita intera ma ogni elemento sfuma nel suo opposto. E quindi ecco l’uomo in un cantuccio, ecco la musica che si carica, l’ascesa che culmina, la tonica fa, la sensazione che si arrivi ben presto a un’esplosione drammatica. Invece tutto si risolve in un fa minore, il tappeto della commedia si srotola, le calze a rete, il corpetto in pelle, il tacco, il mantello, Gilda, il grido finale “Ah, la maledizione!” sugli accordi ripetuti di re bemolle minore.
Intanto Marlene Dietrich applaude, con lo sguardo serio e un po’ cattivo, mentre io, nel palco, mi domando quanta parte avrà nel “Blaue Engel” dell’inconscio, e quando cadranno i giganti, e che direzione prenderò il futuro.

Mauro Orletti

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