Il nostro mattone

Non ho nulla da dire. Nel libro di Robert M. Pirsig “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” c’è un capitolo in cui si parla di studenti che non hanno nulla da dire. Una ragazza vorrebbe scrivere un saggio di cinquecento parole sugli Stati Uniti e il suo professore la invita a concentrarsi sulla città di Bozeman. Però, siccome la studentessa non riesce a scrivere nulla, rincara la dose: «limiti l’argomento alla strada principale di Bozeman». Il risultato resta deludente, fiumi di lacrime e nemmeno una parola. Ma il professore sa questo: che non aver nulla da dire equivale ad aver troppo da dire. Allora insiste «limiti l’argomento alla facciata di un edificio della strada principale di Bozeman. L’Opera House. Incominci col mattone in alto a sinistra».
E la ragazza consegna una relazione di cinquemila parole.
«Ho incominciato a descrivere il primo mattone, spiega, poi il secondo, e una volta arrivata al terzo è stato tutto facile.»
Alle volte siamo quella ragazza. Che non ha nulla da dire e cerca il suo mattone, in alto a sinistra. In alto rispetto a cosa? A sinistra di quale centro? Perché quel mattone non è lungo le strade di una città o all’esterno di un edificio. Dovremmo guardare altrove, in una realtà che sì esiste… ma non nel modo in cui esistono, ad esempio, le città, le vie, i teatri.
Uno che guardava altrove era Escher, che dopo aver abbandonato l’estetica del pittoresco (basta guardare alcune delle sue opere realizzate in Italia) approda finalmente alla contemplazione dei mondi impossibili, o che sembrano tali. Lo dice lui stesso: «Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile».
Quel che mi colpisce non è “tentare l’assurdo”, ma distinguere fra assurdo e impossibile. Impossibile, nell’affermazione di Escher, è un punto di approdo possibile… a partire dall’assurdo. E questo vale anche per i suoi quadri. Le metamorfosi, le approssimazioni all’infinito, le superfici ribelli, i concavi che sembrano convessi (e forse lo sono), i collegamenti impossibili, tutto appare come un tentativo assurdo che raggiunge l’impossibile, o una struttura plausibile che però mette in discussione la nostra esperienza.
Ora, se fossi lì, davanti a una parete alla quale sono appese le opere di Escher, ecco, mi metterei a gridare che questa messa in discussione dovrebbe stupire ed entusiasmare. Stupire ed entusiasmare!
In Giorno e notte la terra si proietta in cielo, muovendo verso destra o sinistra – diventando uccello bianco su paesaggio notturno o uccello nero su paesaggio assolato – a seconda che l’occhio scelga un campo bianco o nero dal quale partire. In Giorno e notte non è possibile assumere un punto di vista neutrale sicché, volenti o nolenti, dobbiamo tentare l’assurdo.
Ora, se fossi lì, davanti a una parete alla quale sono appese le opere di Escher, ecco, mi metterei a gridare dobbiamo tentare l’assurdo! Tentare l’assurdo!
Insomma, un mondo in cui è al tempo stesso giorno e notte è un mondo impossibile ma esistente, nel senso che esiste come somma di più mondi contemporaneamente possibili. Dopo però, se uno ci pensa, per abitare quel mondo fatto di giorno e notte usiamo la ragione, perché solo con la ragione ci accorgiamo della compenetrazione fra realtà diverse e contemporaneamente esistenti.
Ora, se fossi lì, davanti a una parete alla quale sono appese le opere di Escher, mi metterei a gridare che tutto è possibile, concavo e convesso, dentro e fuori, sopra e sotto, e noi, noi possiamo camminare nello stesso posto e nello stesso momento, sia salendo che scendendo. È così! Bisogna tentare l’assurdo e allora alto e basso, sinistra e destra non avranno più importanza. Troveremo il nostro mattone e raggiungeremo l’impossibile.
E basta, nient’altro. Non ho nulla da dire.

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