Spaghetti western

Allora succede così: mentre smontiamo il campo, nel mezzo del Khar Usan Tokhoi, si avvicinano tre uomini a cavallo. Ci salutano e raggiungono gli allevatori, vicino al fiume. Mentre questi sellano i cavalli, i tre continuano a girare in tondo, senza smontare, come se all’improvviso dovessero ripartire al galoppo. Invece no. Tornano al passo verso il campo e circondano la nostra guida, Ugahna. Le dicono qualcosa ma è evidente che lei cerca di evitare la conversazione. Le voci dei visitatori si alzano, ci sono degli scoppi di risa, poi improvvisi silenzi. Non riesco a decifrare la situazione.
All’inizio non avverto una vera minaccia ma dopo mi accorgo che uno di loro porta a tracolla un ak-47. Mi dico che, probabilmente, lo usano per cacciare anche se la spiegazione è poco convincente: sparare con un fucile automatico a un cervo o a una marmotta mi sembra assurdo. Mentre rifletto smetto di smontare la tenda e rimango a fissare l’uomo armato. Lui se ne accorge e fa scivolare il fucile così da poterlo imbracciare.
Ecco, la minaccia adesso è reale. Con la canna puntata verso di me dice qualcosa che ovviamente non posso capire. Al mio silenzio risponde con urla rivolte ai compagni. Ugahna cerca di intervenire: immagino abbia deciso di alleviare la tensione spiegando, se ce ne fosse bisogno, che non parlo il mongolo. E mentre la conversazione si infittisce mi avvicino un passo dopo l’altro fino a piazzarmi di fronte alla bocca dell’Avtomat Kalašnikova.
È la seconda volta che vedo un’arma così da vicino. La prima è stata a casa di un amico. Guardavamo ammirati la Smith & Wesson 1917 che un soldato inglese regalò a un giovane partigiano che gli aveva salvato la vita. Avrei voluto prenderla, provare l’esperienza di impugnare una pistola, puntarla verso qualcuno o qualcosa. Ho lasciato perdere perché le armi, a dire il vero, mi mettono a disagio.
Adesso sono qui, di fronte alla canna di un fucile automatico e non so se l’arma è vera o se si tratta di un giocattolo, se è in grado di sparare o se è scarica, se serve a cacciare o a rapinare turisti. Certo, sarebbe veramente assurdo morire così: a mezza mattina, con gli stivali e la maglietta verde comprata per esibire l’immagine del presidente Allende, il libro di Knausgård letto per un terzo, la fotocopia del passaporto assieme ai biglietti aerei, una tazza beige con la scritta Mongolia sul manico, i capelli tagliati di recente (e male), il sapone ecologico, il sacco a pelo, quarant’anni da compiere, voglio dire, morire così, per una raffica di fucile, senza aver capito una parola, senza aver decifrato la situazione, in un luogo che è come dire da nessuna parte.
Ugahna mi spiega che devo comprare qualcosa da questi signori.
Ora io a questi signori vorrei dire che dopotutto, a pensarci bene, non è che i fatti accadano per dare un senso alle cose. E quindi mi vendano pure la loro selvaggina sforacchiata e immangiabile, si prendano tranquillamente tutti i dollari che ho ingenuamente nascosto nella doppia cucitura della cinta e rovistino nello zaino alla ricerca di qualcosa di utile e gradito. Proprio così. «Signori miei», vorrei dire «ecco, fate come volete e magari chiudiamola qui, una raffica e via. Dopotutto i fatti non accadono per dare un senso alle cose. Però, se avete voglia di venirmi incontro, due cose: la maglietta verde e la tazza beige, per il resto… come vi pare. La maglietta verde e la tazza beige. Non dico altro.» E poi giù, una raffica. Così che in questa mattina solo due cose abbiano un senso, a prescindere dai fatti, da quel che doveva accadere in un luogo che è come dire da nessuna parte. Due cose soltanto.
L’uomo armato fa dei gesti plateali per dirmi di allungare una mano. Obbedisco e mi consegna un sacchetto di spaghetti di riso mongoli. A quel punto strattona il cavallo e si allontana al trotto, seguito dagli altri due compagni. Cioè, diciamo, sono in un western di E.B. Clucher.
E comunque ci affrettiamo a caricare i cavalli e riprendere la marcia prima che cambino idea. Consegno il sacchetto a Baïsa, il ragazzo che si occupa della cucina da campo. Lo apre, lo annusa, «è tutta marijuana» dice.
Signori miei, ecco, pensate quel che volete, per quanto mi riguarda l’ho già detto: due cose. Non cercate un senso né qui né altrove. Dovete solo sperare che la raffica non parta o che, una volta partita, risparmi quel che vi sta a cuore. Magari la vita. Magari una maglietta e una tazza.

Mauro Orletti

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