Senza nome

Ho un cavallo difficile da montare: è nervoso e non sopporta di avere vicino altri cavalli. Quando capita, abbassa le orecchie e, certe volte, allunga il collo per mordere la testa del rivale. È molto potente. Si arrampica con agilità lungo scarpate apparentemente inaccessibili e ha un sesto senso per le insidie del terreno. Ma è difficile farlo ragione e allora, delle volte, bisogna usare le maniere forti. Ad esempio quando pretende di brucare i fiori di genziana che, evidentemente, trova particolarmente succulenti o quando cambia improvvisamente direzione per evitare il teschio di qualche capra o pecora. È allora che perdo le staffe e con la parte delle briglie in eccesso rifilo  al cavallo una bella frustata.

Mi pento quasi subito, anche se si tratta di un gesto che non ha nulla di violento. Il fatto è che ho terminato da poco la biografia di Edgardo Franzosini su Rembrandt Bugatti e allora mi viene in mente la raccomandazione dello scultore al fratello Ettore, il fondatore della casa automobilistica: «una carogna con gli uomini, gentile con le donne, Dio con i figli e comunque buono con gli animali». Che può sembrare una frase lasciata cadere un po’ così, e invece no, basta guardare le sue opere.
A differenza degli artisti delle avanguardie, che spremono il tempo fra café-chantant, teatri e musei, Bugatti passa giornate intere allo zoo di Anversa e al Jardin del Plantes di Parigi e qui si lascia conquistare dagli animali, in particolare quelli esotici: li studia, memorizza i movimenti, sintetizza nella sua testa il loro temperamento, certe volte schizza qualcosa sul foglio. Difficile dire che effetto gli faccia vedere animali in gabbia. Magari nessuno.

Eppure… Eppure l’orrore della guerra, per Bugatti, è tutto nella strage compiuta allo zoo di Anversa. Come se riuscisse ad avvicinarsi al loro spirito, a identificarsi con loro, assai più che con gli uomini. Perfino l’elefante che danza sulla calandra del radiatore della Bugatti 41 Royale, non ha nulla di gioioso ma solo la mesta rassegnazione di un animale addomesticato, come la giraffa che piega il collo, la tigre che attacca, l’elefante che scalcia, l’ippopotamo che sbadiglia.

Comunque il mio cavallo, che non ha nome perché i Mongoli non danno un nome ai loro cavalli – evidentemente lo ritengono superfluo – non ha neppure un bell’aspetto. Ha il pelo fulvo e la criniera bionda ma il corpo non è ben proporzionato. I muscoli posteriori sono molto più sviluppati di quelli anteriori e, benché sia una caratteristica di questo tipo di cavallo, la schiena parte molto alta e si abbassa in linea retta fino alla coda.
Non credo che Bugatti lo avrebbe preso a modello, inserendolo fra i suoi animali senza progresso. Anche perché non ha mai conosciuto la gabbia e quindi non ha nello sguardo e nel movimento quel senso di disperazione che è nell’istintualità trattenuta. La vita degli animali, qui in Mongolia, non ha sbarre. Con loro Bugatti non riuscirebbe a identificarsi. A loro non potrebbe donare un’anima di bronzo alla quale far dire: «questa vita, tuttavia, mi pesa molto».

Mauro Orletti

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