Fra l’ora quarta e l’ora ottava

Visto che Zobolo Santaurelio Riviera, località balnerare di fascia bassa, non esiste – almeno non sulle mappe – e così pure gli altri luoghi in cui si svolge la vicenda di un certo Zuckermann, ebreo convertito al cattolicesimo e successivamente prete di Zobolo Santaurelio Riviera, si può ragionevolmente azzardare che “Senti le rane”, quarto romanzo di Paolo Colagrande, non ha una precisa collocazione geografica. Allo stesso tempo, partendo dall’uomo Vitruviano di Leonardo, dal monaco asceta cristiano Evagrio Pontico e, soprattutto, dalla faccia di un muratore-filosofo di nome Paterlini nel momento in cui viene interrogato sul significato di malinconia, bisogna ammettere che il libro ha una precisa collocazione temporale, ossia dall’ora quarta all’ora ottava. Si tratta di un lasso di tempo in cui può succedere di tutto: che un monaco asceta diventi indolente e suscettibile, e quindi ceda alle tentazioni, oppure che un genio del calibro di Leonardo, per noia, si metta a disegnare un uomo nudo dentro al cerchio e al quadrato, o ancora che il prete di una località balneare di fascia bassa inciampi nella malinconia del monaco anacoreta e allora neppure l’ora et labora (la preghiera incessante e il lavoro forzato) possono nulla contro il demone burattinaio che precipita l’uomo, in questo caso il prete, nel vuoto corruttore.
Perché la realtà, come spiega un amico di Zuckermann a un altro amico di Zuckermann al tavolino di un bar di Zobolo Santaurelio Riviera, è fatta di valori medi approssimativi. E dunque non esiste un uomo che accetti di essere baricentrato in un sistema rigido, a parte l’uomo Vitruviano, che però sta chiuso dentro a un cerchio e a un quadrato solo perché a Leonardo, fra l’ora quarta e l’ora ottava, gli era preso un tale malanimo che aveva poi deciso di disegnarlo così.
Però anche il muratore-filosofo Paterlini, con lo sguardo concentrato sull’intonaco e la coda dell’occhio attenta a cogliere quelle profondità che solo la coda dell’occhio riesce a intercettare, anche lui sarebbe capace di smentirlo, di dimostrare cioè che l’uomo ha un corpo viziato che gli impedisce di muoversi con metodo e di rispettare qualunque regola, compresa quella benedettina.
E questo è talmente vero che non solo Zuckermann, fra l’ora quarta e l’ora ottava, s’immalinconisce ed esce dal sistema rigido nel quale la conversione lo aveva baricentrato, ma addirittura esce dal ruolo in cui tutti, tranne evidentemente Colagrande, lo avevano circoscritto, ossia il ruolo del protagonista. A rubargli la scena non sono soltanto i suoi amici, compreso il filosofo-muratore Paterlini, ma anche l’addetta ai servizi parrocchiali, cioè la perpetua, e perfino i pastori di anime che lo hanno preceduto a Zobolo Santaurelio Riviera, almeno quelli evocati dal racconto della predetta perpetua.
E allora la storia prende una piega inaspettata, una di quelle pieghe in cui ama nascondersi il demonio o, se non il demonio, almeno il mistero o, se non il mistero, quella spiegazione che nessuno riesce a vedere, perché per vederla bisogna andarci con la coda dell’occhio. Che è esattamente quello che fa la perpetua la quale, essendo particolarmente miope, tiene sotto controllo l’intera Zobolo Santaurelio Riviera, località balneare di fascia bassa, con la coda dell’occhio, cogliendo quelle profondità che solo la coda dell’occhio riesce a intercettare.
Quelle profondità, nello specifico, sono le dimensioni in cui convivono bene e male, forse in egual misura: per esempio l’anima del monaco anacoreta, che si vorrebbe integralmente buona, o il cuore dell’adultero, che si vorrebbe integralmente cattivo. E invece in queste profondità bene e male si equivalgono. In certe isolate epifanie, semmai, può accadere che il male diventi improvvisamente più visibile, specie fra l’ora quarta e l’ora ottava. Conviene allora lasciar perdere i deserti, che sono affollati di monaci anacoreti in preda alle tentazioni, e ritirarsi nelle proprie stanze a guardare un film oppure leggere un romanzo. Meglio se un ottimo film o un bellissimo romanzo. “Via col vento” se parliamo di film, “Senti le rane” se parliamo di romanzi.

Mauro Orletti

[Paolo Colagrande, Senti le rane, Nottetempo 2015]

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