Cinque righe

Se fosse possibile condensare la letteratura russa in cinque righe, ebbene in quelle cinque righe comparirebbero donne con tre verruche sul naso, i fianchi che sembrano un mastello e le gambe corte che ricordano due cuscini; uomini che non sono belli, ma neppure brutti, che non sono troppo grossi ma nemmeno esili, che non si può definirli anziani ma neppure giovani, che ogni tanto emettono strani suoni, colpetti di tosse o scoppi repressi di risa, che amano la condizione di perseguitato o, per così dire, di esiliato; poi: militari che giocano a biliardo quando non possono picchiare ebrei, viaggiatori che viaggiano su carrozze a molle, o vetture da posta, o vagoni ferroviari, coscienze che sono i fari di una locomotiva che corre. Poi: il governo dei Soviet che firma cambiali, indiavolate baionette di un villaggio del Kuban’, Trockij e Lenin che indicano le budella da colpire, certe ragazze che sparano a Lenin con una pistola a tamburo, un animale lungo almeno cento metri, con mille piedi, che mangia cavoli davanti a un negozio di Mosca.

[Mauro Orletti]

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