Nobisuke di tutto il mondo, unitevi!

«Non capisco, perché hai sempre lo stesso problema? Non credi che sia colpa della tua pigrizia? E non pensi sia ora che tu prenda coscienza della tua responsabilità?»

Doraemon a Nobita

Fujiko Fujio era un disegnatore e regista Giapponese. Anzi no, erano due. Fujiko Fujio, in verità, era uno pseudonimo. Con questo pseudonimo lavoravano Hiroshi Fujimoto e Motoo Abiko, i creatori di Doraemon. Doraemon è un robot che ricorda un gatto e che viene dal XXII secolo. Questo robot ha una missione precisa: aiutare Nobita Nobi, un adolescente scioperato ma di buona indole, a diventare un bravo studente e a tener testa a due bulletti di nome Takeshi e Suneo.

Il sodalizio Abiko-Fujimoto si ispira, è evidente, al sodalizio Marx-Engels e il personaggio di Doraemon è una chiara emanazione del pensiero engelsiano sull’ideologia come falsa coscienza. La lettera del 14 luglio 1893 a Franz Mehring[1] ne è una dimostrazione. In questa lettera il compagno Engels dice che l’ideologo si illude che esistano delle forze derivanti dal puro pensiero (suo o dei suoi predecessori). Poi con queste forze, che sono un prodotto puramente intellettivo, si confronta. Ecco, Nobita è l’ideologo che si arrende a queste forze, lo scansafatiche che non cerca di andare oltre, di risalire alle cause prime. Takeshi e Suneo, i due bulli del quartiere, sono invece lo strumento del quale si serve la classe dominante per il mantenimento dell’ordine borghese, cioè la violenza (più o meno occulta a seconda delle circostanze)[2].

Doraemon, quindi, deve aiutare Nobita a rovesciare questa visione ideologica. I brutti voti a scuola e le prepotenze di Takeshi e Suneo non sono il frutto di forze inalterabili, non sono principi aprioristici. Dal “gattopone”, che è la tasca quadridimensionale che ha sul davanti, tira fuori i “ciuski”, degli apparecchi del XXII secolo che lo aiutano a risolvere i suoi problemi. Per esempio tira fuori un marchingegno che ingrandisce o rimpicciosce qualsiasi cosa, oppure il cappello che permette di volare, oppure la macchina ricompensatrice che ripaga chi subisce un torto col denaro di chi quel torto l’ha commesso.

Tutti gli apparecchi di Doraemon sono prodotti o, per meglio dire, merce. Sicché hanno un valore economico. Allora, se grazie a questi prodotti Nobita esce dai guai in cui si è cacciato, bisogna ammettere che non esiste nessuna forza esterna incontrollabile ma, al contrario, esistono rapporti economici. E i rapporti economici sono controllabili.

C’è poi un altro fatto. Doraemon è un robot, cioè un prodotto del lavoro. Ma non ha un padrone e infatti Doraemon in giapponese vuol dire randagio (da dora, randagio, ed emon, suffisso maschile dei nomi). Inoltre produce merce, i “ciuski” appunto. Perciò è impossibile dare un valore al suo lavoro[3] e anche al prodotto del suo lavoro. Di conseguenza si azzera la differenza fra il salario, con cui viene pagata quella forza-lavoro, e il valore che quella forza produce.

Ora, la tecnologica che ha permesso di creare Doraemon è la stessa che nel XX secolo permette al padre di Suneo – Kudo Honekawa, che guarda caso vive in America – di sfruttare il padre di Nobita – Nobisuke Nobii, che guarda caso è un lavoratore che gioca a carte e beve parecchio[4]. Nella società borghese del XX secolo il Nobisuke di turno produce l’equivalente del suo salario solo per una parte della giornata lavorativa[5]. Per la parte restante, prima di andare a bere e a giocare in osteria, Nobisuke regala il suo lavoro al capitalista (è il prezzo da pagare per una tecnologia ancora in evoluzione).

Dopo però arriverà il XXII secolo e, come perfettamente descritto dalla legge della negazione della negazione del compagno Engels, questo surplus di valore scomparirà: la tecnologia produrrà i Doraemon e i Doraemon produrranno “ciuski” a sufficienza per vivere e godersi la vita, in modo uguale e in misura sempre crescente.

[Mauro Orletti]

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Note
[1] In Marx, Engels, Opere complete, L, Editori Riuniti, Roma 1977.
[2] Il problema della violenza viene affrontato da Marx, negli stessi termini, nel saggio La guerra civile in Francia, Edizioni Lotta comunista, 2007.
[3] Nella Prefazione di Engels al II libro de Il Capitale, p. 25, si legge: «Non è il lavoro ad essere comprato e venduto come merce, ma la forza-lavoro».
[4] Sull'alcolismo fra i lavoratori quale malattia sociale e conseguenza inevitabile delle condizioni esistenti vedi Engels, La questione delle abitazioni, Editori Riuniti 1988.
[5] In Lohnarbeit und Kapital, Friedrich Engels, a cura di, 1884.

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