Questo viaggio non finisce mai

a Enrico Fontanelli

Anzitutto c’è una telefonata di Carlo che mi invita ad un incontro di studio su Giorgio Messori. E ancora prima l’inaugurazione della mostra sui capolavori del Mauritshuis, purtroppo intitolata “La ragazza con l’orecchino di perla” dai poco fantasiosi esperti di marketing della srl che l’ha organizzata. Potrebbe anche trattarsi della mia partecipazione ad un’escursione sul monte Vettore, propiziata da un cd che erano dei mesi che non ascoltavo e poi, di punto in bianco, si è materializzato nel cruscotto della mia auto.

Ai confini della realtà
tra l’Umbria e le Marche
si erge il massiccio del Monte Vettore,
il più alto dei monti Sibillini.

E comunque l’arrivo di Claudio, con il frecciarossa delle 16:00, non può essere stato una mera coincidenza.
Alle 16:00 sono seduto nell’aula Forti del dipartimento di Filologia Classica. Si parla dello scrittore Giorgio Messori. Una conversazione a tema: Invisibilità e memoria dei luoghi. E infatti, mentre scorrono frammenti del film “Questo periodo non finisce mai” di Messori e Sebaste, mentre sento parlare Carlo ma non lo riconosco – eppure è lì, al tavolo con Giorgio, trent’anni fa, a discutere di poesia e, forse, di tragedia – decido di accettare l’invito di un amico a salire sul monte Vettore.

Appena sotto la cima
di quasi 2500 metri
c’è una pozza d’acqua
che gli ottimisti chiamano …
lago
e che si trova a cinque ore di cammino
dal più vicino luogo abitato.

Seduto nell’aula Forti penso che poi, di quella fatica, scriverò Claudio, come Petrarca scrisse a Dionigi da Borgo San Sepolcro al suo ritorno dall’ascesa al Monte Ventoso. Ne scriverò citando il capitolo La via di Petrarca del libro “Viaggio in un paesaggio terrestre” di Giorgio Messori e Vittore Fossati. Perché sono pagine bellissime sul rapporto con i luoghi, con il paesaggio, con l’irrompere della memoria e la resa all’incanto terrestre. Quell’ultimo sprazzo di lucidità che ci mette in condizione di percepire l’ascesa al monte come un movimento di trascendenza, il monte stesso come “un cubito a paragone dell’altezza del pensiero umano”, il nostro essere sul monte come l’immersione estatica nell’invisibilità del luogo e il nostro pensiero come la ragione per cui si è lì.

La leggenda narra
che il lago di Pilato porti questo nome
perché di Ponzio Pilato ne sarebbe il sepolcro
ma non abbiamo prove storiche a riguardo.

Ricordo un altro capitolo del “Viaggio in un paesaggio terrestre”. È quello intitolato Il cielo a Delft. Il racconto di un viaggio che non è un viaggio e forse neppure un racconto ma una narrazione d’intenti, una riflessione sulla poetica dei luoghi. Una ricerca condotta dentro e fuori il paesaggio: dentro il paesaggio, cioè appunto, dentro la città di Delft, ma anche fuori dal paesaggio, attraverso la contemplazione della La veduta di Delft dipinta da Vermeer che, essendo una rappresentazione, è anche un’astrazione ed essendo un’astrazione permette di essere contemplata come un oggetto che è altro rispetto al nostro io, cioè al nostro vissuto e anche al nostro presente.

Nel deserto di quei monti impervi
si è sviluppata una forma di vita del tutto originale
che da molto tempo viene controllata con rigore scientifico
applicando un metodo di repressione altrimenti chiamato
“tutela”.

All’inizio non capisco per quale motivo Messori e Fossati siano così interessati a quello che può essere considerato l’unico paesaggio di Vermeer (e, quasi, il suo unico esterno). Vermeer è pittore d’interni, di quella strana luce nordica che penetra nelle stanze e si riscalda – anziché risacaldare – nella pesantezza delle stoffe, nelle luminescenze dei vassoi, nella croccantezza di certi particolari minimi. Come un orecchino di perla, attorno al quale si può costruire la fortuna di un libro, il successo di un film, l’attrattiva di una mostra. E la disgrazia di un quadro. Fra l’altro La ragazza con l’orecchino di perla fa parte anche lei, come la Veduta di Delft, della collezione del Mauritshuis. Che è il suo vero habitat.

Nelle freddissime acque del Lago di Pilato
vive dunque un antica razza di gambero
il cui l’unico habitat conosciuto
è quello specchio gelido e inospitale…

Scoperto durante il secolo scorso
il chirocefalo è da allora oggetto di attenta sorveglianza
a garanzia non sempre disinteressata
della sua sopravvivenza a rischio di estinzione.

Insomma questa mostra è un’occasione perduta: i poco fantasiosi esperti di marketing della società che l’ha organizzata hanno riprodotto un habitat che, a certe latitudini, non ha ragion d’essere. E adesso capisco perché Messori sceglie Vermeer e perché, fra i quadri di Vermeer, La veduta Delft anziché La ragazza con l’orecchino di perla.
Una riflessione sul paesaggio non è legata ad alcun luogo in particolare, mentre nell’espressione della ragazza si condensa tutto quello che c’è attorno e il suo sguardo riflette la dinamica del rapporto pittore/modella. Dal punto di vista di Messori questo quadro è inservibile. Delft invece può essere utilizzata nel modo in cui Vermeer usa la camera oscura: come uno strumento che permetta di organizzare lo spazio in una visione impersonale, disinteressata, in cui il protagonista è l’occhio e non l’osservatore umano. In questo modo il paesaggio “si deposita da sé”, in modo indipendente rispetto al gesto pittorico. E l’osservatore esce fuori dal paesaggio, lo abbandona.

Il desiderio del caparbio crostaceo
di uscire dal suo lago per combattere il pensiero dominante
è infatti una delle forme più originali di resistenza conosciute
un simbolo della lotta per l’autodeterminazione
contro un sistema che chiama ambientalismo
quella che in realtà è un’imbarazzante difesa
degli status quo…

Bisogna interrogarsi su come stare al mondo, come stare di fronte ai luoghi, come sentirli e descriverli. Come scindere lo spazio e il tempo, tutto quello che sta dentro lo spazio e il tempo, e ci appartiene, tutto quello che sta fuori. Messori ci suggerisce un modello interpretativo: la fotografia di Ghirri. In particolare la fotografia del ciclo Infinito, un progetto incredibile e radicale che lo porta a fotografare il cielo ogni giorno per 365 giorni. Il tentativo di esasperare il rapporto fra la fotografia e l’oggetto fotografato, fra il mezzo e i suoi limiti, giocando tutto sull’approssimazione della fotografia e la sua legittima pretesa di poter rappresentare ciò che per definizione non ha limiti: il cielo. E che il tentativo abbia un esito felice lo dimostra il fatto che nel momento in cui la fotografia ammette di “non essere linguaggio assoluto”, accetta cioè di non essere perfetta, proprio allora coglie “la non delimitabilità del reale”. In questo modo ci pone al fuori del reale, al di fuori dei suoi limiti, in una dimensione che è anche una condizione dell’anima, una camera oscura nella quale, finalmente, l’interiorità si presenta nella sua versione ribaltata, l’esteriorità.

Ogni giorno la “reazione” monta la guardia
nel parco dei monti Sibillini,
scruta il lago
e quando il gambero sedizioso
tenta di uscire dalla sua vasca per conquistare il mondo
un urlo echeggia dalle rive per tutta la vallata…
un urlo contro quelle giuste ambizioni di emancipazione.

Credo che a Messori non interessi il paesaggio in sé e nemmeno l’io che osserva il paesaggio. Quel che attira la sua curiosità è l’atto dell’osservare. E nella scrittura l’atto dello scrivere.
Per questo motivo non apprezzerebbe la mostra “La ragazza con l’orecchino di perla”, e non andrebbe a vedere quel quadro a Bologna e ammetterebbe di preferire La veduta di Delft. Però andrebbe a vederla in Olanda, al Mauritshuis, e dopo visiterebbe Delft e cercherebbe il punto esatto in cui Vermeer ha collocato la sua camera oscura. Consapevole dell’importanza dello strumento. Utile non per copiare il paesaggio o per rivivere le medesime sensazioni del pittore, ma per collocarlo al di fuori di sé, al di fuori della palude dello spazio e del tempo.

Il grido: fermo!
…imposto dal forestale marchigiano
all’invertebrato in fuga da quell’eterna palude
reclama la vendetta di ogni sincero democratico
per l’ultima speranza di riscatto ormai rimasta…
e troppo lungamente…
…costretta in prigionia…

La forma del diario, utilizzata nel romanzo Nella città del pane e dei postini, è la camera oscura di Messori. Che non è interessato solo a quanto viene narrato, o solo alla forma del narrare o all’io narrante. Lo interessa l’atto in sé del narrare. Il diario, che è la sintesi di tutti questi “modi” e fluisce come in una lunga passeggiata all’aperto (e il primo tentativo di Messori di passeggiare per Tashkent, ovvero la città del pane e dei postini, è bellissimo e commovente) il diario, dicevo, a un certo punto si dilegua e quello che resta è un’idea di paesaggio, un tragitto che porta a una camera oscura, un interno, una veranda, un’aula dell’università. Dalla quale si può ancora guardare fuori, ma perfettamente consapevoli di quel che è mondo sensibile e di quello che, invece, è pura astrazione. Perfettamente liberi di uscire, di emanciparci, di conquistare il mondo.

E comunque l’arrivo di Claudio, con il frecciarossa delle 16:00, non può essere stato una mera coincidenza. E neppure il fatto che mi abbia parlato di un suo progetto intitolato “Un viaggio europeo”. E che poi si sia discusso di luoghi, paesaggi e spostamenti. E che in macchina ci fosse un cd che erano dei mesi che non ascoltavo, un cd degli Offlaga Disco Pax. E che tutto questo pezzo sia dedicato a Enrico Fontanelli. Che non ho mai conosciuto di persona. Come anche Giorgio Messori. Per non parlare di Vermeer. Tutti ugualmente presenti alla nostra escursione sul monte Vettore.

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