Abbassare la cresta

“Racconto del fiume Sangro” è un libro radicale. Il fiume non è un pretesto per scrivere altro, il fiume qui è tutto, condiziona tutto.
Si parte dalla sorgente del Sangro e si arriva alla foce, senza mai abbandonare la presa, restando sempre incollati al suo fluire. In tutti i sensi e con tutti i sensi. Anche con il linguaggio, con le parole.
Nel raccontare la nascita del fiume, un insieme di “polle borbottanti”, “risate trattenute per educazione”, “lo schiarirsi della voce di un bambino”, Morelli ci fa sentire il balbettio di una persona che ha appena riacquistato la capacità di parlare.
Lo stupore della prima parola che si riesce a dire dev’essere grandissimo, deve inorgoglire moltissimo, mi immagino, quando te ne spunta fuori una a caso che ti sembra di toccarla la cosa che hai detto”.
È come se, nell’intraprendere questo viaggio, Morelli fosse partito dalla crisi delle parole. Come se, ad un certo punto, proprio lui, che le parole le ha sempre usate, si fosse posto il problema della loro perdita di potenza (portata). E allora ha dovuto nuovamente imparare a parlare.
La letteratura, diciamo la letteratura con la L maiuscola, si sente potente, perfino capace di resistere al tempo. Per questo motivo si crea una frattura fra lingua scritta e lingua delle cose, che appunto sono inghiottite dal tempo. Da questo punto di vista Morelli è un sovversivo, impara la lingua dei taccuini di viaggio, quella che più di ogni altra coltiva l’illusione del ricordo permanente, e la usa per raccontare la cosa più evanescente possibile: la discesa di un fiume.
Ma non un fiume qualsiasi. Il fiume Sangro. E c’è un motivo. Fin dalle battute iniziali si capisce benissimo che Morelli e il Sangro hanno molte affinità. Il guasto per esempio, la tara dell’infanzia. “Davvero è difficile immaginare una sorgente più strana, incerta, corale, umile nell’etimo, si direbbe insignificante, sta in una prateria umida e sotto una strada”. Anche nell’infanzia del Sangro, che nasce sotto l’asfalto, dev’esserci un guasto. E questo affratellamento, questa framassoneria di disgraziati, dura finché dura il suo corso. Lo si sente, si capisce che i due parlano la stessa lingua, hanno lo stesso tono. Alla volte si fa fatica a distinguere le voci.
Però, man mano che scendo, mi rendo conto che se metti caso al giorno d’oggi uno si mettesse in testa di seguire passo passo il corso di un fiume, scoprirebbe che non c’è cosa più difficile, recinti, sbarramenti, proprietà private, ostacoli di ogni tipo troverebbe”.
È la stessa costruzione della frase ad accordarsi al ritmo della discesa, al suo improvviso arrestarsi di fronte ad un ostacolo, un verbo trattenuto fino alla fine e poggiato come un macigno nel bel mezzo del flusso. Se il fiume indugia, Morelli abbonda con le ripetizioni. Se il fiume riprende la serpentina anche la scrittura si fa sgusciante.
Con nessun altro fiume sarebbe iniziata la discesa. Perché Morelli, un po’ come il Cristo di uno dei suoi libri precedenti, è uno che sale alla montagna. È l’antitesi dello Zarathustra che abbandona l’antro per scendere al mercato e portare la conoscenza. Morelli è uno che sale in montagna. Vederlo scendere è cosa rara.
Il Sangro o niente. “Questo è un fiume che pure lui non si è sistemato bene in società, o si è sistemato poco, e lo dico con cognizione di causa anche se so benissimo che non è nient’altro che inventare. Del resto il Sangro è uno che i suoi argini li rompe, qualche esondazione la fa, ma niente di tremendo, non è nemmeno navigabile, non è una via”.
Insomma, è il fiume ideale per resistere alla tentazione di scrivere un libro memorabile, “un’autobiografia appassionante” che “invece è un modulo a cui si risponde sì o no, e se ci metti qualche non so, ti senti il migliore di tutti”.
Quando arriva nella Valle dell’Inferno, ad esempio, lungo quella linea di monti che faceva parte della Gustav, resiste alla tentazione di scrivere l’appassionante storia del Sangro, l’inverno del ’43, l’impotenza degli alleati, la piena invernale, l’impantanamente lungo la linea di difesa rigida, lo sbarramento naturale alla liberazione di Roma.
Perché a Morelli, in fondo, non interessa la storia, al limite la biografia. Ma non vuole scrivere l’appassionante biografia del fiume Sangro.
Se deve venir fuori un libro radicale, anzi meglio, maniacale, va bene, fa nulla, sarà un libro maniacale.
Se non altro è breve, il Sangro. Chissà cosa sarebbe accaduto sa vesse scelto il Po. Gianni Celati l’ha fatto. “Verso la foce” è il suo racconto del Po. E fin dal titolo si capisce la differenza. Già nel titolo c’è l’idea di un approdo, di un punto d’arrivo. Allora il cammino lungo il fiume diventa l’incantesimo con cui indursi allo spaesamento, rompere il meccanismo, l’abitudine a riconoscere e decifrare la realtà. Il paesaggio è il grande alleato di Celati. La pianura, infatti, è il luogo ideale per smarrirsi. Basta alzare lo sguardo per divagare e perdersi.
Nella discesa di Morelli, invece, la questione del disorientamento si pone in termini diversi. Anzitutto perché i punti di riferimento non vengono mai a mancare: ponti, strade, montagne, confluenze di altri fiumi. In secondo luogo perché non c’è la volontà di straniarsi, perdersi nella divagazione geografica. L’ambiente non lo consente, stretto com’è fra gole, dirupi, boscaglia. Ma poi è lo stesso Morelli che si affeziona al paesaggio, e anziché divagare, aderisce.
C’è in questo una profonda umiltà. L’umiltà di chi è disposto ad attendere, anche a lungo, fino a percepire il mondo esteriore, fino a diventare sensibile a tutto, agli odori, ai suoni. È un’immersione emozionale nel fiume. Che in questo caso è anche il mondo.
Infatti ci vado troppo sicuro, a un certo punto mi appendo a una radice senza saggiarla bene e quella viene via, così scivolo e sbatto il ginocchio su una punta, con l’altro piede che per fortuna è atterrato su un sasso in acqua. Oggi è la seconda volta che ci casco”.
È incredibile: la disposizione all’ascolto nasce dalla crisi delle parole. Sicché, il modo in cui Morelli impara ad usarle, è un linguaggio per niente ispirato, tutto estroverso, proiettato sulla natura, sugli oggetti. Si capisce bene che non è un esperimento cartografico, semmai psicografico. Tutto quello che assorbe, mentre cammina, forma una mappatura interiore che viene immediatamente proiettata all’esterno.
Dalla geologia alla geografia, dall’invenzione all’appropriazione di quel che già esiste. Descrivere i luoghi, perciò, è un gesto ecologico. Infatti Morelli si porta dietro delle buste di plastica, per raccogliere la mondezza che trova a terra. Il paesaggio, in fondo, è anche un luogo di scarti e detriti.
Suggerisce una specie di metodo, per esempio lasciare andare le cose che uno non si ricorda lì sul momento, non accanirsi a cercarle nella scatola della memoria, senza pensare se non le ritrovo le ho perse, certe volte sarà pure così ma per quelle meno importanti si vede, le altre galleggiano in giro poi tornano, è un metodo infallibile”.
Proprio come un fiume – che ha nella sua portata la capacità di autodepurarsi, ma anche la forza per portare con sé i detriti – lo scrittore si depura da certe parole, da certe immagini, da opinioni e pregiudizi. E li porta a valle, viaggiando rasoterra, quasi senza alzare lo sguardo.
Un fiume tutto questo te lo dice chiaro, passare sotto, abbassare la cresta, un fiume ti insegna l’umiltà perché è utile, quello che va sotto il nome generico di natura ti insegna che conta solo quello che è utile, il resto mancia”.

[Paolo Morelli, Racconto del fiume Sangro, Quodlibet 2013]

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