Posso andarmene quando voglio

Sì insomma, sono qui che scrivo. Lo faccio da una vita, non so esattamente da quando, da una vita però. Agisco poco, eh. Per essere coerente con quel che penso (e scrivo) raramente muovo un dito. Mi astengo, non tocco, lascio stare, giro alla larga, evito, non mi comprometto evitando compromessi. Mi sforzo però di restare sempre visibile, individuabile, rintracciabile. Ci riesco? Ne dubito.

Comunque poi ognuno ha le sue responsabilità. E accettarle è un gesto che a me sembra enorme e che ognuno ha la libertà di interpretare come vuole. Scrivendo, lavorando, lottando, studiando o magari schierandosi al fianco di qualcuno, dicendo: ecco, io sto con lui.

Rachel Corrie lo interpreta così: il 18 gennaio 2003 lascia gli Stati Uniti per andare a Gaza. Frequenta un breve corso di addestramento in filosofia e tecniche di resistenza non-violenta, poi si unisce agli attivisti dell’International Solidarity Movement. Documenta distruzioni, smantellamenti ed altre operazioni dell’esercito israeliano a Gaza.

Ciao amici, ciao famiglia, ciao a tutti,
sono in Palestina da due settimane e un giorno ormai, e ancora non trovo le parole per descrivere quello che vedo. È difficile per me pensare a quello che succede qui, quando mi siedo e scrivo a voi negli Stati Uniti. Qualcosa come un portale virtuale nel lusso. Non so se molti dei ragazzini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili di carro armato nel muro o le torri di un esercito di occupazione che li tengono d’occhio dall’orizzonte. Penso, anche se non ne sono così sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così dappertutto.

Il 16 marzo 2003, Rachel cerca di impedire che due bulldozer corazzati demoliscano alcuni edifici a Rafah, lungo la strada tra Gaza e l’Egitto, vicino al confine. Secondo l’esercito israeliano queste operazioni sono necessarie per individuare ordigni esplosivi e neutralizzare i tunnel dei contrabbandieri. Secondo Rachel no.

Per due ore, assieme ad altri attivisti, cerca di ostacolare i bulldozer. Indossa un giubbetto fluorescente, rosso. Così, credendo di essere visibile, si mette sulla loro traiettoria e con un megafono grida ai manovratori di fermarsi. È di fronte alla casa di un amico, un medico palestinese. Non vuole che questa casa venga demolita, si prende questa responsabilità.

Nemmeno mille letture, partecipazioni a conferenze, visioni di documentari o mille parole mi avrebbero potuto preparare per la realtà della situazione qui. Semplicemente, non puoi immaginartelo finché non lo vedi. Ed anche quando ne sei ben consapevole, la tua esperienza non è per nulla la realtà: immagina i problemi che avrebbe l’esercito israeliano, se colpisse una cittadina statunitense disarmata, o il fatto che io ho i soldi per comprare dell’acqua anche quando bombardano un pozzo, o il fatto, naturalmente, che io posso andarmene quando voglio.

Rachel è seduta su un cumulo di terra, il bulldozer davanti a lei. Si alza e resta lì, visibile, individuabile, rintracciabile, a guardare l’operatore dentro al cingolato. Cade e viene schiacciata dal bulldozer. Muore così, per bloccare delle ruspe, per evitare che demoliscano la casa di un amico.

Ho avuto problemi ad avere notizie dal mondo qui fuori, ma ho saputo che un’escalation della guerra in Iraq è inevitabile.

Tre giorni dopo gli USA invadono l’Iraq.

Qui c’è grande preoccupazione su quella che si chiama “la rioccupazione di Gaza”. Gaza è rioccupata ogni giorno in svariati modi, ma qui la paura è che i carri armati entrino in tutte le strade e si fermino, anziché affacciarsi solo in qualche strada e andarsene dopo qualche ora di osservazione e qualche sparo dai confini dei villaggi. Se la gente degli Stati Uniti non ha ancora pensato alle conseguenze di questa guerra, per gli abitanti dell’intero Medio Oriente, spero che cominciate a farlo voi.
[Rachel Corrie alla famiglia in una lettera del 7 febbraio 2003]

Poco più di una settimana fa i jet israeliani hanno ripreso i raid aerei sulla striscia di Gaza. In 3 giorni sono morte 18 persone, tra cui un bambino di 12 anni e Zuheir Kaisi, leader dei “Comitati di Resistenza Popolare”. Io sono sempre qui, che scrivo. Lo faccio da una vita, continuo a farlo. Mi sforzo di restare visibile, individuabile, rintracciabile.

Comunque bulldozer, sul mio orizzonte, neppure l’ombra.

[Mauro Orletti]

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