Il mondo ribaltato

Adesso, in modo alquanto arbitrario, ci è venuto in mente di occuparci del vuoto. E, immagino, per occuparci del vuoto riempiremo pagine e pagine di concetti. Ma non sarebbe meglio scrivere delle cose in cui non si dice nulla?

Non so se c’entra, comunque, qualche settimana fa, Celati e Cavazzoni presentavano “Lezioni di fotografia” (ed. Quodlibet) al Bartleby di Bologna, cioè in uno spazio che prima era vuoto e che, ad un certo punto, è stato occupato.

Celati e Cavazzoni dicevano che Luigi Ghirri era un uomo capace di provare una sorta di affezione nei confronti del mondo.

Adesso, non dico che riusciremmo a scrivere delle cose in cui non si dice nulla, ma almeno snellire, svuotare i nostri pezzi, questo sì. Tanto per dimostrare che facciamo sul serio.

Affezionarsi al mondo, ai luoghi, è difficilissimo. Nella maggior parte dei casi ci si lega ai ricordi suscitati da un certo luogo. Quindi, più che essere affezionati a quel luogo, si è affezionati ad una certa esperienza. È un po’ il contrario del vuoto. Riempire un luogo di ricordi è un’operazione che a Ghirri non sarebbe piaciuta. Credo.

Occupare uno spazio è anche questa una cosa difficilissima. Ha la stessa complessità dell’affezionarsi a un luogo. Abitarlo è più facile. Per abitarlo, poi, bisogna cominciare a riempirlo. Di mobili, di oggetti, di esperienze, di simboli, di ricordi. Occupare è un altro paio di maniche.

Affezionarsi è ancora un’altra faccenda. Perché, a differenza dell’abitare e dell’occupare, determina anche un certo modo di stare al mondo, di mettersi di fronte alle cose, di sceglierle, di vederle. E di fotografarle.

Ghirri, diceva Celati, era uno che stava al mondo non tanto come uomo urbanizzato ma come uomo di campagna. Tutte le volta che fotografava superfici trasparenti, immagini riflesse, capovolte, magari panorami attraverso cornici, finestre, saracinesche, quelle volte lì Ghirri denunciava chiaramente la sua natura. L’uomo di campagna, in fondo, vede continuamente il mondo (tutto il mondo e non solo una parte) ribaltato. Lo vede così nel riflesso dei pozzi, dei canali di irrigazione, negli scoli e nelle pozzanghere.

Per uno che vede le cose così la fotografia è un destino. La camera ottica non è altro che una scatola vuota con un piccolo foro che lascia entrare la luce. Questa luce proietta sul lato opposto, all’interno della scatola, l’immagine capovolta di quello che si trova davanti al foro.

La campagna ha già la sua camera ottica, il suo mondo ribaltato. E Ghirri se lo porta dietro, quel mondo, senza bisogno di inventarselo. Ecco perché, secondo Cavazzoni, Ghirri – come fotografo – è capace di ubbidire ai luoghi. Ubbidire ai luoghi significa assecondarne gli spazi, le proporzioni, le simmetrie, i vuoti. Allora le porte fanno le porte, i cancelli fanno i cancelli, le finestre fanno le finestre. Se sono al centro rimangono la centro, se sono aperte ci si guarda attraverso.

Affezionarsi ai luoghi vuol dire ubbidire ad essi. E ubbidendo ad essi ci si affeziona (anche) al vuoto.

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