Il ciottolo diPinto

Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l’altro giorno, quando tenevo quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com’era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è così, proprio così, una specie di nausea nelle mie mani.
Jean-Paul Sartre, La nausea

Ognuno ci trova la sua chiave di lettura. Io c’ho trovato la mia. Mattatoio n° 5, per esempio, l’ho letto in un verso (che non è detto sia quello giusto) che è il verso dell’uomo in rapporto al tempo. Billy Pilgrim, il protagonista di Mattatoio n° 5, ha un rapporto tutto particolare con il tempo (passato, presente e futuro). Lui è lì che pensa, agisce, si interroga sulle possibilità dell’essere (del suo essere). Però, siccome è un uomo che non sta tanto bene… nel mondo, siccome è uno che non è tanto situato (non è a posto) – magari perché questo mondo non ha mica il verso che lui vorrebbe – allora Billy Pilgrim fa finta che non esiste il problema delle implicazioni pratiche della possibilità dell’essere. Cioè lui non si cala nel mondo, non si apre al mondo, non si mette in rapporto con le cose e con gli altri. Tenta di piegare la realtà secondo il suo verso, la rappresenta secondo il suo verso. Infatti, se uno legge Mattatoio n° 5, dopo un po’ gli viene da pensare Ma sto Billy Pilgrim non è mica tanto a posto!
E questa cosa qui, che dentro c’è anche un po’ di filosofia ma di quella a bassa intensità, questa cosa qui secondo me vale anche per l’arte.
Eh, va be’ – potrebbe dire qualcuno – così in generale va bene, vale anche per l’arte, ma in concreto?
In concreto io ho conosciuto un pittore che si chiama Bruno Pinto, che un giorno mi ha anche permesso di entrare nel suo studio dove ci sono i suoi quadri. E poi lì ci siamo messi a parlare e dopo, quando ci siamo salutati, io avevo trovato la mia chiave di lettura. Infatti io i quadri di Bruno Pinto l’ho letti in un verso (che non è detto sia quello giusto) che è il verso dell’artista che non rappresenta quello che lui ha sperimentato dentro uno schema prestabilito, è il verso dell’artista che invece si situa, diciamo… che trova il suo posto dentro un’esistenza indecisa sul come e sul dove dell’essere stesso. E siccome poi questa indecisione è già una verità, allora l’artista – per un certo verso – abita la verità, anzi meglio, è abitato dalla verità.
Però anche la verità c’ha un verso, e allora la verità di Pinto c’ha il verso dell’indeterminato, del non esaurito, della risposta definitiva che manca. Infatti Pinto ha accettato il proprio essere per quello che è, il proprio corpo per come si è sviluppato, cioè libero da protesi… che son fatte apposta per impedire all’uomo di riconoscere in sé l’Altro. E libero da procedimenti, processi, sovrastrutture di ogni genere e sorta, che anche loro le possiamo chiamare protesi.
Se uno guarda i quadri di Bruno Pinto ecco, capisce subito che dietro quei quadri lì non c’è mica la pretesa di rappresentare il mondo. C’è lo sforzo immane di tenere libera la mente stando alla larga dai procedimenti e dalle ipocrisie dialettiche, c’è il tentativo di situarsi, di predisporsi – e predisporre – alla visione della vera identità della vita. È così che lui si cala nel mondo, si apre al mondo, si mette in rapporto con le cose e con gli altri. Soprattutto con l’Altro.
Questo è un passaggio delicato, mi rendo conto. Può sembrare assurdo, ma insomma, è tutto qui: lo sforzo è l’iniziale manifestazione dell’Altro, è ciò che permette a Pinto di smascherare la falsa coscienza (quella che tende inutilmente all’auto-liberazione) e consegnare la propria volontà di (onni)potenza all’Altro, che è già presente in lui, nel suo essere, nel suo esserci, anzi, nel suo essere in rapporto al tempo.
Ah! Ecco fatto. Il giro è stato lungo ma il verso è rimasto lo stesso.
Insomma, a me sembra che i quadri di Bruno Pinto c’hanno lo stesso verso di Mattatoio n° 5, perché nel momento in cui rinuncia a questa volontà di (onni)potenza, affidandola all’Altro, rinuncia anche ai “falsi procedimenti” di rappresentazione del mondo, alle proiezioni dei processi mentali dell’Io, che prescindono dalle implicazioni pratiche della possibilità dell’essere.
Infatti la pittura di Pinto non ha nulla di pittoresco, è totale dedizione alla materia, non una qualunque materia, la materia di Cezanne, la materia che è incontro “fra la natura di fuori e quella di dentro”. La natura di fuori (cioè l’esserci del mondo) e la natura di dentro (cioè l’esserci dell’artista). Ma mica solo un esserci materiale, no, un esserci che è spazio (occupato), e momento (vissuto). Il come e il dove dell’essere stesso, l’apertura all’inconscio, che è un’altra cosa rispetto alla riduzione del conscio. È uno slancio vitale, un’epifania dell’Altro. Un Altro che non ha mai messo radici nella metafisica. Un altro che è nella materia. Un Altro che non può essere prima pensato. Un Altro che non cade nelle trappole del misticismo. Un Altro che nei quadri di Bruno Pinto si passa una corda attorno e lega a sé l’atto mistico del manifestarsi e il dato empirico della materia, del corpo. Il corpo, che vi piaccia o no, è la forma ultima, il verso giusto in cui viene assunto il mistero dell’Altro.
Io adesso potrei anche prendere la tangente e mettermi a parlare del verso che ha La nausea, perché anche lì c’è un protagonista che pure lui si pone il problema delle implicazioni pratiche della possibilità dell’essere. Infatti raccatta da terra vecchi stracci ed anche giornali, foglietti, oppure cartacce. Poi un giorno è lì che guarda gli stivali gialli di un ufficiale di cavalleria e pensa Uh! ma che begli stivali! e poi vede una carta vicino a una pozzanghera e pensa Adesso la calpesta, e invece l’ufficiale non la calpesta allora lui si avvicina e pensa Adesso la raccolgo, e invece non la raccoglie ed è in quel preciso istante che pensa Io non sono più libero, non posso più fare quello che voglio, e poi subito dopo si ricorda di quello che ha provato una volta tenendo in mano un ciottolo.
I quadri di Bruno Pinto sono un’ipotesi sulla vera identità del mondo, non ne sono la dimostrazione. Bisogna essere corenti fino in fondo: la risposta definitiva manca. L’artista può solo mostrare un silenzio, ritrarsi… far posto alla realtà. Nel ritrarsi poi avviene l’unione con la materia, con le cose, è lì che Pinto si prende cura delle cose, è lì che si ricorda del ciottolo, è lì che Billy Pilgrim si è perso. In un momento di silenzio, in un attimo in cui l’Altro si manifesta e l’Io si ritrae. Subito prima che l’Io torni ad avere il sopravvento, subito dopo l’epifania, quando l’artista resta vigile, altolà, chivalà!? Tutte le sue energie sono rivolte verso la possibilità dell’essere… che non è ancora, e dell’oggetto… che manca. Sì insomma, come una trasfigurazione, come un mutamento della propria situazione ontologica.
Perché? Perché quando si accorge e si fa condizione di quella mancanza, in quel momento l’artista la assume in sé. Fonda se stesso ed anche la realtà. Si situa. Si prende cura. Si rapporta alle cose, alla materia, al tempo. Al ciottolo.

Mauro Orletti

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