Come tanti colombi

[…] si riferisce a uno di quei piccoli massacri dove un gentiluomo, un certo colonnello Chivington, con un’accozzaglia di ubriaconi neanche vestiti da soldati riuscirono a far fuori una cinquantina di vecchi e bambini perché i guerrieri nel frattempo erano andati a caccia del bisonte […] Voglio soltanto dire però che la sera del 12 ottobre del 1992 non starò certo a brindare al cinquecentenario della scoperta dell’America. Anche perché desidero ribadire, ricordare che non si trattò di una scoperta, casomai di una ri-scoperta: perché quando Cristoforo Colombo con il solito capello fluente, occhio sognante, piede sicuramente fetente, sbarcò sull’isola di San Domingo c’era una popolazione, c’erano quelli che sarebbero poi stati chiamati i domenicani. Ed erano lì da circa venti o trentamila anni, avevano attraversato lo stretto di Bering insieme a tutti quanti gli altri che sarebbero poi stati chiamati a loro volta “indiani”. Quindi la sera del 12 ottobre 1992, almeno per quanto mi riguarda, starò vicino agli indiani e ricorderò insieme a loro quello che loro considerano il giorno del più grave lutto nazionale.
[Fabrizio De Andrè, prima di eseguire dal vivo Fiume Sand Creek]

Il calendario appeso alla parete ricorda che la prossima festa lavorativa concessa sarà quella del 12 ottobre: negli Stati Uniti è il Columbus Day. Sarebbe Dìa de la Hispanidad in Spagna, Dìa de la Raza nell’America Latina. Anche se in Messico si è cominciato a parlare di rivendicazione indigena e da qualche anno in Venezuela Chavez ha ribattezzato il giorno: Dìa de la Resistencia Indìgena. Sta di fatto che si potrà rimanere a casa, magari a studiare. Magari a leggere e informarsi su una delle più grandi appropriazioni indebite della storia.
Magari a festeggiare in maniera alternativa. Perché il 1492 dà il via a diverse cose: a inizio anno, con la caduta di Granada, si completa la cacciata degli Arabi dalla Spagna e inizia l’avventura del cattolicesimo unificato di Aragona e Castiglia. Per sancire meglio questo dominio, la coppia reale caccia tutti gli ebrei a meno di logica conversione. Per strafare, poi, decide di mandare a convertire anche gli indù… si sa che è finita in maniera leggermente diversa.
Il 1492 è però anche l’anno di avvio dell’addizione erculea o terza addizione ferrarese. Ossia il progetto di ampliamento a nord del comune ex-medievale-neo-rinascimentale di Ferrara, città ducale da pochissimo (ossia dal 1471). Erculea perché voluta dal duca Ercole I e terza perché già del secolo precedente si erano susseguiti due ampliamenti: il primo intorno al 1386 e il secondo intorno al 1451. Perché Ferrara, fino all’anno mille sviluppatasi in maniera lineare a partire da un nucleo bizantino del 600, aveva già sperimentato un ampliamento sostenibile (come si direbbe oggi). Sia la cattedrale sia il castello, con le aree circostanti, erano presenti nel 1492. Ma è solo con l’addizione erculea affidata all’urbanista e architetto Biagio Rossetti che queste costruzioni vengono inglobate nella forma attuale della città, grande più del doppio rispetto a prima.
La principale caratteristica dell’addizione erculea risiede quindi nell’aver concepito un ampliamento che considerasse come imprescindibile ciò che esisteva già. Certo va detto che gli emblemi del potere pre-esistente non erano in contrasto con quelli del potere in vigore: un castello e una cattedrale non spaventano nessuno! Ma è notevole il fatto che nello stesso 1492 in cui da un lato le scoperte geografiche ponevano le premesse per la cancellazione di massa di un intero continente, dall’altro si concepiva un progetto così mirabile di integrazione di nuovi elementi rispetto ad un pre-esistente. Non è quindi il fattore temporale a distinguere i due approcci: distruzione versus integrazione, imposizione versus comprensione. Potremmo dire superficialmente che è qualcosa collegato alla sensibilità personale delle persone che gestiscono il potere in circostanze diverse. Quindi: era Ercole I d’Este così diverso da Isabella di Castiglia? Forse. Sicuramente erano diversi da Biagio Rossetti, l’architetto che ricevette la commissione dell’addizione e la concepì nel suo intelletto.
Sì perché se, come ci ricorda Marx, ”ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera”, Ferrara è ciò che può succedere quando la costruzione mentale la fa uno dei migliori architetti della storia! Ma essendo potenzialmente comune a tutti gli uomini, è proprio questa capacità di astrazione e anticipazione a qualificare le diversità di ogni operato umano. A prescindere dalle contingenze.
Cosa intendiamo? Che nella mente dei finanziatori e sponsor di Colombo – oltre ai re cattolici, anche bottegai baschi e genovesi – era già presente l’idea di appropriazione altrui: potevano essere delle deboli controparti commerciali dell’estremo oriente, invece sono state delle deboli popolazioni autoctone di un continente sconosciuto. La contingenza, necessaria per lo sviluppo della storia ma assolutamente ininfluente nei confronti dell’idea originaria dei conquistatori, è risultata la presenza di un continente sulla via occidentale alle indie. Allo stesso modo, nella testa di Biagio Rossetti erano presenti le regolarità geometriche concepite da Marco Vitruvio Pollione nel I secolo a.C. e studiate quindici secoli dopo da personalità quali Petrarca, Poggio Bracciolini e Leonardo da Vinci (pagare un euro per credere!). La contingenza è stata la commessa erculea che ha concesso proprio a Rossetti di rielaborare e applicare le teorie vitruviane.
Insomma ci sono due forze. C’è un potere, in ogni tempo, che prende le decisioni. C’è un esecutore materiale, di volta in volta, che fornisce all’astrattezza del potere una modalità pratica di concretizzazione. Qualcuno dice che i detentori del potere, i committenti, sono tali per nascita: appartengono a una classe diversa rispetto agli esecutori materiali. Però questi possono darsi da fare per essere pronti quando la contingenza darà loro un piccolissimo margine di decisione sulle operazioni da fare. Magari essendo un manager d’azienda che riesca a limitare il numero dei lavoratori da licenziare o il capocantiere che si imponga per il rispetto delle regole di sicurezza. O più semplicemente l’autore di un’opera nuova che sappia includere il lascito del passato invece di cancellarlo. Insomma: un po’ meno Chivington o Colombo e un po’ più Rossetti. Sennò, chi ci salverà?
Se verrà la guerra, Marcondiro’ndero, se verrà la guerra, Marcondiro’ndà,
sul mare e sulla terra, Marcondiro’ndera, sul mare e sulla terra chi ci salverà?
Ci salverà il soldato che non la vorrà, ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.

(Fabrizio De Andrè, Girotondo, 1968)

Claudio Cozza

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