Mostrare i muscoli

Mi rendo conto che a volte mi merito l’accusa di “riduzionismo” e che mi piace l’accetta come strumento di lavoro “mentale”, ma a me non mi ha mai convinto il “post-industrialismo”, che alle sue estreme derive approda (non casuale gioco di parole) alla “disobbedienza civile” e altre menate estremistico-verbali.
Non mi convinceva da marxista ed è naturale, ma nemmeno da post-marxista, ammesso che il post abbia un senso.
Il lavoro è lavoro, ha una definizione di tipo “scientifico”, nel senso meno ideologico possibile del termine. Il lavoro in fisica è energia in atto, o forse l’uso di energia per compiere attività. Mi scusino i fisici, ma so che il lavoro si misura in joule. Un joule è il lavoro richiesto per esercitare una forza di un newton per una distanza di un metro, perciò la stessa quantità puo essere riferita come newton-metro. Un joule è anche il lavoro svolto per produrre la potenza di un watt per un secondo, ovvero, secondo altra definizione, il lavoro richiesto per sollevare una massa di circa 100 grammi per un metro, opponendosi alla forza di gravità. Cioè si compie una determinata quantità di lavoro per portare a casa la spesa ed è di più se si abita al quinto piano; si compie lavoro per arrivare fino all’università, sedersi, seguire la lezione o tenerla, apprendere, prendere una laurea ecc. nel farlo si consumano calorie e la caloria è una unità di misura del calore = energia = lavoro, esattamente analoga al joule (difatti 1 cal = 4,1855 J). Non c’è nessun motivo per distinguere il lavoro che si fa con la mente da quello che si fa con i muscoli, se non per il fatto che nella nostra cultura è tradizionalmente preminente il lavoro mentale, esercitato per secoli prevalentemente (ma non esclusivamente) dalle classi dominanti.
Ma perché oggi come oggi (o sarebbe meglio dire negli anni ’90 come in quelli ’70 del 900), quando ci sarebbe meno motivo per farlo, improvvisamente ci sentiamo così attratti dalla distinzione tra movimento muscolarmente prodotto, direttamente causa di spostamento di oggetti inanimati, e lavoro che non implica movimento muscolare diretto allo spostamento di oggetti, ma alla comunicazione di concetti? Perché tornare a fare confusione tra il reale e il tattile? Forse che una mela, un bullone o una scultura sono più esistenti di una sentenza o di una lezione di chimica o di una sonata per pianoforte?
E poi non mi sembra ci siano molte ragioni per dire che nel sistema di produzione capitalistica “gli uomini sono costretti a produrre cose che vengono usate da altri”… che le producano è un fatto, ma lo era anche nell’antichità e nel medioevo e non vi è nessuna ragione “in più” per dire che nel sistema moderno siano “costretti”. Anzi, semmai vi sono diverse ragioni “in meno” (il servo della gleba non poteva nemmeno “giuridicamente” rifiutarsi e così lo schiavo). Casomai può essere interessante la notazione successiva (ma il nesso è sfuggente) “Il tempo dell’uomo era il tempo impiegato a produrre merce ed il suo valore era il valore di quella stessa merce. La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose”.
Mercificazione è parola talmente abusata da valere meno della più scadente delle merci. Mi sembra di ricordare dalle letture marxiane che c’è una distinzione tra prodotto e merce e che il capitalismo trasforma il prodotto in merce e anche il produttore in merce.
Si mercifica la cultura nel momento in cui il lavoro immateriale consistente nella produzione di opere dell’ingegno, specie di quelle non destinate a regolare la produzione di beni materiali, tipo le poesie e i romanzi, acquistano un valore a seconda della quantità di denaro (idest di merci) con cui possono essere scambiate. La cosa ci fa inorridire, ma, a parte che si dovrebbe verificare l’automaticità del meccanismo e si dovrebbe tener conto del fatto che il valore di “mercato” di tali opere, in molti casi, assai alto, non mi sembra che in epoche passate gli uomini avessero inventato metodi molto più fini per dare compenso al lavoro necessario per la produzione di tali opere. Dante mangiava il pane salato del cortigiano e così Petrarca e Machiavelli. E Triboniano, che scrisse la più alta opera giuridica dell’umanità, era pur sempre un funzionario. E lo stesso Stagirita non se la passava meglio a fare l’istitutore del capriccioso re macedone. Guadagnavano un sacco di soldi, per carità meglio che cavare patate sfidando la forza di gravità, ma meno dell’autrice di Harry Potter. E ci scandalizziamo di questo ma alla fine che il “successo” di un opera intellettuale sia decretato dal pubblico (o dalle case editrici, se preferite) non mi pare più scandaloso del fatto che il successo di uno scultore come Bernini fosse decretato da un papa e dalla sua famiglia. Quel sistema non garantiva certo più “trasparenza e pari opportunità”.
Non è per preconcetti, ma a me non mi va di ripercorrere strade già indicate da altri di altre epoche (gli anni ’70 del 900). Credo che dovremmo smettere di leggere la realtà con gli occhi degli altri.
Lo so che non si può far finta di essere discesi dalle stelle e non considerare i precedenti storici e la maturazione del pensiero filosofico e politico nelle epoche precedenti. Lo so che è compito di ogni buon figlio che voglia seppellire il padre elaborare il suo pensiero, interiorizzarlo e in qualche modo digerirlo. Il fatto è che noi ci portiamo dietro una serie di complessi di inferiorità impressionante nei confronti di questi nostri “padri” che nel frattempo hanno fatto una generazione di figli in seconde nozze e continuano ad essere “padri” quando dovrebbero essere diventati nonni e si pongono come dèi immortali nei nostri confronti, con tanto di eterna giovinezza, perché solo loro (la generazione del ’68) sono stati veramente “Giovani”, anzi, la meglio gioventù, solo loro hanno cambiato il mondo.
Ma ci pensate che in Italia comanda ancora oggi gente che aveva 20 o 30 anni quando la guerra è finita e la generazione egemone è quella che “ha fatto” il ’68 o giù di lì, cioè quelli che sono nati tra il ’40 e il ’50 e parlano come se dopo di loro non ci fosse più niente e usano i loro paradigmi come se fossero eterni e noi usiamo i loro schemi, i loro sistemi filosofici, abbiamo i loro miti (specialmente se siamo di sinistra) vestiamo i loro vestiti e ascoltiamo la loro musica e condividiamo persino la loro nostalgia!! Sapeste come mi fa impressione sentire “ragazzi” di 25 -30anni (nati tra il ’77 e l’83) dire che “Non c’è più la sinistra di una volta”, “una volta c’era il Movimento operaio e certe cose non succedevano”, “oggi non c’è più coscienza di classe, non ci sono più le lotte” “stiamo perdendo tutte cose che avevamo conquistato” e via lamentando… ma quando cazzo mai ci sono state tutte queste cose??? Certe frasi si sentivano già nel ’72 e forse anche prima. La verità, forse, è che nel ’68 i figli di chi aveva fatto la resistenza avevano ragione forse di avere complessi di inferiorità verso i padri, e oggi noi ereditiamo i loro complessi.
Lo so che non basta lagnarsi e invocare il futuro o evocare il “nostro” momento per farlo venire… per dirla con Majakovski, il futuro non viene da solo se noi non ci diamo una mossa. Mr. Dedalus potrebbe essere la nostra mossa… forse un po’ fiacca, ma sempre meglio che cercare chiavi di lettura del passato e ripetere ancora che il mondo va a rotoli perché non c’è PIÙ la sinistra di una volta. E, tornando a noi, riprendere gli schemi del post-modernismo o del post-operaismo italiano prendendoli per “merce” nuova.

Mario Mastrocecco

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