La cattiva novella

La notizia è di qualche settimana fa. L’Unione degli atei, razionalisti e agnostici ha promosso una campagna pubblicitaria che prevede la circolazione sugli autobus di Genova della seguente frase “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”.
Al di là dei dubbi che nascono nei confronti di una unione che, fin dal nome, mette insieme atei, razionalisti e agnostici – quasi che ateismo, razionalità e agnosticismo fossero tre attributi necessariamente cumulabili e/o riscontrabili in un singolo individuo della unione – al di là di questo, lo ammetto, lo slogan mi è parso abbastanza divertente. E tuttavia, obietterà qualcuno, porta con sé una buona dose di provocazione. Può darsi, ma voglio osservare due cose: non necessariamente la provocazione è negativa (ad esempio in quanto fine a se stessa); si dà per scontato che lo slogan sia provocatorio perché si dà per scontato che una persona “normale” debba credere in dio. Se è “normale” credere in dio, allora affermare che dio non esiste è “anormale” e, dunque, provocatorio.
Però, sino a prova contraria, il nostro paese garantisce non solo il diritto alla professione di fedi diverse da quella cattolica ma anche, evidentemente, il diritto a non professare alcuna fede. Si ammetterà facilmente che il diritto a non professare alcuna fede gode di identico status e di identiche tutele del diritto alla libertà religiosa. In altre parole, il diritto a credere che dio non esista non è meno “diritto” del diritto a credere che dio esista. Corollario: il diritto ad affermare che dio non esiste è equivalente al diritto ad affermare che invece dio esiste.
Se fossi credente non mi riterrei offeso dal fatto che uno la pensa in modo diverso dal mio. Sento ripetere da giornali e televisioni che questo è un paese libero a democrazia compiuta (a dispetto di quanti affermano che si tratta di un regime soft). Ebbene, in un paese libero a democrazia compiuta non è possibile dire che dio non esiste? Qualora fossi credente e qualora la mia fede fosse ben salda, non mi preoccuperei di un simile slogan, anzi, con ogni probabilità lo giudicherei alquanto ironico.
D’altro canto, non essendo credente, qualora comparisse sugli autobus di Bologna uno slogan del tipo: “La buona notizia è che Dio esiste. Quella cattiva è che ne hai bisogno”, ugualmente non mi riterrei offeso. Onestamente devo dire che farei fatica a considerarlo ironico, ma non per posizioni preconcette. Semplicemente, così ribaltata la frase non ha molto senso. Sarebbe meglio qualcosa del tipo “La cattiva notizia è che Dio esiste. Quella buona è che ti ha concesso un mese di tempo per il condono degli anni passati”. O giù di lì.
Comunque, per tornare alla notizia di qualche settimana fa, la concessionaria che – fra le altre cose – gestisce gli spazi pubblicitari sugli autobus cittadini (la Igp Decaux), lo scorso 17 gennaio ha negato all’Unione degli atei, razionalisti e agnostici la possibilità di far sfilare lo slogan lungo le vie di Genova.

Mi ricordo di aver letto un articolo di Piergiorgio Bellocchio nel quale raccontava di un pranzo (o una cena) alla quale aveva partecipato e durante la quale, venuto fuori un discorso sulla religione, si era ritrovato a dover giustificare il proprio ateismo quasi che si trattasse di una colpa. La cosa che suonava strana all’autore, in fondo, era questa: ammettere l’esistenza di un’entità sovrannaturale e onnipotente era divenuta una cosa talmente scontata, da pretendere che tutti la condividessero e che, per contro, fossero chiamati a giustificarsi tutti gli indecisi e i non credenti.
Ma se il “credere” è un atto di fede e non il risultato di un ragionamento ben argomentato, allora si dovrà pur ammettere che una persona possa essere sprovvista di fede. Voglio dire. Prendiamo la forza di gravità. Sarebbe stupido sostenere che non esiste alcuna forza di gravità, significherebbe contraddire qualcosa la cui esistenza è stata scientificamente dimostrata. Stesso discorso lo si potrebbe fare per la rotazione terrestre, il fenomeno delle maree, lo schiacciamento dei poli terresti e via dicendo. Ma se parliamo di un dio, e se ammettiamo che credere o meno in quel dio sia un atto di fede, non si potrà certo fare una colpa all’ateo di non aver fede.

Personalmente mi è anche capitato di dover spiegare in che senso debba essere considerato un atto di fede l’accettare la versione cristiana della “creazione”. Come potrebbe esistere tutto questo – mi si è obiettato – la terra, il sole, le galassie, l’universo intero, se non fosse intervenuta un’entità superiore a rendere possibile la materia inerte e poi la materia viva?
Ho risposto dicendo che il fatto di non avere a portata di mano altra spiegazione possibile se non quella del dio creatore non è un argomento idoneo a rendere “razionale” un atto di fede. In ogni caso, ho aggiunto, serve comunque un atto di fede per ritenere che si sia trattato del dio cristiano e non di un altro dio. A questo punto, ovviamente, la conversazione si è infiata nel solito orrendo cul de sac: esiste un solo dio chiamato con nomi diversi.
Tralasciando la superficialità di tale affermazione, il punto della faccenda non cambia: l’affermazione “dio non esiste” è assolutamente scandalosa. Ancor più del non averne bisogno. Del resto, se penso alla classe politica dalla quale la chiesa cattolica ha deciso (legittimamente, ci tengo a dirlo) di farsi rappresentare in parlamento (dal ’48 in poi), mi sembra abbastanza lampante il fatto che si possa farne a meno.
In definitiva, quindi, affermare che dio non esiste – al giorno d’oggi – è più scandaloso del fare pubblicità al grande fratello, ai centri benessere, alle creme dimagranti, al mc donald’s, all’esercito, ai suv, al gioco d’azzardo, all’enalotto, ai palazzinari, e via discorrendo.
La verità è dunque una sola. Ma non fa notizia.
Dio è in vendita. Fortunatamente in saldo.

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