Vogliamo il pane e la poesia!

È da poco uscito per Luca Sossella Editore Non è un gioco, un piccolo libro che Carlo Bordini ha scritto al ritorno dal festival di poesia di Bogotà. Non si tratta semplicemente di un taccuino di viaggio, non è una dissertazione accademica, non è un’antologia ragionata né un saggio critico, non è un gioco.

È un incontro con l’utopia, un’intervista, una lettera, una dichiarazione, un piccolo dialogo notturno, un’appendice. Aggiungerei anche una registrazione in presa diretta dei suoni e delle voci che provengono dal centro del mondo. Proprio così, dal centro del mondo.

Bordini lo dice chiaro e tondo. La Colombia non è quel che pensiamo. Non è affatto la periferia di un occidente civilizzato. Non è una banlieue, un luogo bandito (la radice etimologica è la stessa), un posto da evitare. Certo, è il teatro di una guerra civile che va avanti da quarant’anni e vede contrapporsi forze armate rivoluzionarie (le ben note FARC, Fuerzas armadas rebeldes colombianas), organizzazioni politiche liberali, governi conservatori, il Cartello di Medellìn e quello di Cali. Ma la Colombia non è solo un luogo di violenza, uno sperduto angolo di mondo dal quale tenersi alla larga. La Colombia infatti sa essere centro del mondo.

Durante il festival della poesia di Bogotà, è anch’essa centro del mondo. Sentirsi nella periferia sarebbe impossibile. Bordini si guarda attorno, osserva il pubblico, migliaia di persone che ascoltano in religioso silenzio, e si stupisce e sembra domandarsi Come può essere questa una periferia?

Il poeta è il primo ad accorgersene. Il poeta è perduto nel centro del mondo. “Chi non si sente perduto è perduto”. Si apre così Non è un gioco, con questa bellissima frase di Vladimir Holan.

La poesia è un modo perfetto per perdersi e uno strumento infallibile per ritrovarsi. Ecco perché, spente le luci dei festival, essa rimane al centro della vita delle persone. Sia come luogo fisico – la Casa Silva, vero tempio di poesia – sia come mezzo di riscatto popolare, come forma espressiva della necessità di coerenza e della tensione etica della società colombiana.

Nell’intervista (scritta in forma di racconto) a Pedro Alejo Gòmez Vila, direttore della Casa Silva, Bordini chiede qualche informazione sui laboratori di poesia che lì vengono organizzati. Si scopre così che, fra gli altri, alcuni laboratori vengono addirittura venduti alle imprese “con l’obiettivo di far sì che i lavoratori abbiano la possibilità di un serio benessere culturale”.

Non è un gioco. La poesia, si legge nel libro, non è solo un fatto letterario ma qualcosa che aiuta la vita e che può cambiarla. Ecco perché, benché a noi sembri una cosa pazzesca, è possibile vendere laboratori di poesia alle imprese. Questo mi fa venire in mente uno slogan molto popolare: “Vogliamo il pane e le rose!”
Gli operai del Massachusetts scandivano questo slogan riprendendo una felicissima espressione di Rosa Luxemburg. Il pane, cioè i diritti minimi garantiti, e le rose, cioè una migliore qualità della vita. I lavoratori colombiani, oggi, potrebbero aggiornare lo slogan “Vogliamo il pane e la poesia!”.

Insomma è strano. Leggendo Non è un gioco ci si rende conto di quanto sia grande la nostra illusione di essere il centro del mondo. Una società che giudica i propri artisti in base al reddito prodotto e li discrimina in base ai contributi versati, non ha il diritto di sentirsi al centro del mondo. Al contrario, quella che arriva a concepire l’esigenza di “benessere culturale” del lavoratore non può essere considerata una società “ai margini”.

A conclusione del paragrafo intitolato Breve storia e breve descrizione del Festival di poesia di Medellìn Bordini scrive: “L’impegno civile di artisti e intellettuali in colombia non va confuso, a mio modo di vedere, col vecchio atteggiamento dell’intellettuale impegnato, comune in Europa soprattutto nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Là l’intellettuale si considerava diverso dal popolo, andava verso il popolo; qui gli intellettuali sono il popolo; mutazione antropologica avvenuta in tutto il mondo ormai da tempo e probabilmente irreversibile”.

Ma bisogna rendersene conto. Bisogna prenderne atto. Bisogna essere seri, a questo riguardo.

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