L’uomo-scimmia colpisce ancora

A scientific man ought to have no wishes,
no affections - a mere heart of stone.

Charles Darwin

Diceva il mio amico Charles D. che gli scienziati non dovrebbero avere desideri ed emozioni: piuttosto un cuore di pietra. Questo forse per permettere loro di discernere meglio i fenomeni del reale e costruirci sopra importanti teorie. A leggere bene, C.D. non dice scientist bensì scientific man, imputando questo comportamento non allo studioso laureato e incardinato nel sistema del sapere ma genericamente all’uomo che decide di utilizzare la scienza; la ragione, quindi? Parliamo forse dell’essere sapiente? O cosciente?
In una lettera un po’ vecchiotta (19 dicembre 1860), poi, il mio amico Karl M. scriveva al suo amicone Friedrich E. che C.D. aveva in fondo delle idee molto simili alle loro, sebbene in tutt’altri campi: “questo (On the origin of species by means of natural selection) è il libro che contiene le basi della storia naturale vista nella nostra ottica“. K.M. e F.E. parlavano diffusamente di esseri coscienti.
Che poi pochi giorni fa (14 novembre 2008), come riportato dal Times, al Museo di Storia Naturale di Londra sono stati esposti dei peli di barba di Darwin, pare ritrovati nella scorsa estate… Subito il Times on line ha lanciato il sondaggio su quale personaggio storico abbia posseduto la barba più famosa della storia: primo K.M., solo settimo C.D. Insomma pare pure che la scienza storico-politica (sesto Lenin e nono Fidel Castro) faccia più barba di quella naturale, oppure di quella letteraria (quinto Dickens); ma se la batte allegramente col misticismo (secondo Rasputin e quarto Cristo). Bless my beard! avrebbe detto – anzi ha detto – John Keats in una sua famosa poesia in cui parlava di bacco, tabacco e venere. Poesia scritta sui banchi di scuola.
Ma le classifiche da terza pagina non ci aiutano ad essere coscienti. Serve solo il fatto che la selezione naturale sopravvive nelle specie animali ed è invece stata forzata e indirizzata dalla specie umana. Che cambia il corso delle cose. Se io fossi stato un animale, sarei già stato ucciso e sbranato da animali più forti di me, più aggressivi di me. Se io fossi stato un animale, non avrei avuto prole perché non sarei riuscito a fecondare alcuna femmina della mia specie. Se io fossi stato un animale, il primo freddo avrebbe stroncato il mio povero corpo coperto da non abbastanza pelo per resistere; e non avrei avuto nessuna pasticca da ingerire, facendomi magari tanti scrupoli sulla mia salute futura quando su quella presente c’era ben poco da dire. Se fossi stato un animale, la mia barba sarebbe cresciuta o meno per motivazioni assolutamente indipendenti dal costo di produzione dei rasoi o dal numero delle lame in essi inserite, dalle ragioni di estetica sociale o dall’ambizione di fama sul Times on line.
E tutto ciò sarebbe stato naturale: la mia vita, la mia salute, la mia morte. La mia capacità di riproduzione e la mia barba. Poi però sono un uomo e ci devo pensare. Alla mia barba e alla mia capacità di riproduzione, alla mia vita e alla mia salute, alla mia morte. E pensandoci per me, magari applicando in ogni singolo problema un approccio scientifico, ci sto pensando per l’intera umanità, presente e futura. Nelle mie soluzioni individuali, stanno le soluzioni di chi verrà dopo e magari una consapevolezza maggiore su chi è venuto prima.
Quindi a me sembra solo che l’essere pensante e razionale possa dominare la sua naturalità. Nello stesso momento in cui penso ciò, ne traggo un sollievo: come un rilascio di endorfine, più forte che dopo un’attività sportiva o un’attività sessuale. Il pensiero provoca un appagamento e non sempre riconduce all’azione: l’appagamento del beato che pretende di aver capito e non si vuole più sporcare le mani con la realtà, con la naturalità. Come a guardare il pianeta terra da una galassia lontana in cui non ci sono bisogni materiali e si vive di sola speculazione.
Ma non c’è vita provata sulle galassie lontane mentre i bisogni, i dolori sono qui da affrontare. La scienza di Darwin, la coscienza di Marx ed Engels, provengono entrambe dalla naturalità e ne sono risposta. Il freddo di notte sulla pelle degli animali e il freddo metallo di una pressa che schiaccia un operaio sono la medesima espressione di un reale che è così per la storia che li ha prodotti: storia naturale e storia sociale, ormai indissolubili. Entrambi provocano dolore e, come scriveva Hegel, “unicamente esprimendolo il dolore giunge alla coscienza”. Il beato pensante che dimentica da quali necessità naturali, da quali istinti sia stato naturalmente necessario sviluppare un pensiero, si perde qualcosa. Qualcosa che deve andare a riprendersi a tutti i costi. Anche se a me sembra che sia il pensiero a indirizzare la natura, è ogni giorno la realtà storico-naturale a indirizzare il mio pensiero. E però non si ritorna mai buoni selvaggi. Quando si è ormai cambiati, non si può più rifiutare questa unione di storia e natura: solo dalla loro sintesi, si può essere completi.
“In nature, it’s not the strongest nor the most intelligent who survives. It’s the most adaptable to change” Charles Darwin

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