Della maniera di fare il Te

Si voi andaste in quella cittadina di Mantova e si voi voleste far agli occhi vostri una sorpresa gradita, dovreste far visita a quelle sì belle opre di architettura che il fiero et sicuro Giulio Romano ebbe l’onore di costruire per il valoroso Gonzaga.
Fra tutte, niuna v’è di più bella e di maniera dell’edifizio che va sotto il nome di Palazzo del Te.
Detta opra di bugnato, che fu da Giulio Romano condotta con tanta diligenza e perfezzione, fu cagione di una certa impressione negli animi di coloro che, in vero, avevano gli occhi dimisticati ad altre fabbriche, che benché degnissime, non possedevano lo stesso sentimento di volubilità.
Si voi vi appostasse al cospetto di tali facciate con la pretesa di trovare simmetria e semplicità qui non trovereste soddisfazione alcuna. Il buon Giulio, di carattere nobile et fiero et al contempo di fine inventiva, levò via ogni eguaglianza fra le facce di codesto palazzo, che allo esterno et allo interno appariscono tutte in maniera differente.
Si il vostro occhio poi è di fine osservanza, non si lascerà di certo sfuggire i bizzarri dettagli che di queste facciate ne fanno un’opra mai vista prima di allora. La faccia principale, che accoglie chi vuol penetrare in cotale dimora, si apre in tre campate d’ingresso, accanto alle quali lesene tuscaniche scandiscono le bugne e sorreggono una trabeazione scolpita con meravigliosi artifizi.
Codeste lesene però non scandiscono in modo matematico le varie campate in facciata, sendo gli elementi che esse incorniciano tra loro eguali ma posizionati in maniera differente. Nella seconda campata in su la sinistra delle arcate d’ingresso, a differenza di tutte le altre la finestra è decentrata, talché si potrebbe pensare ad una svista. Ma di tale ingegno e sagacia era nutrito l’animo di Giulio Romano, che questi elementi furono posti in cotal guisa, per dare nell’animo a chi li osserva quel senso di simmetria mancata che provoca nell’occhio un certo smarrimento.
Con somma differenza dal Bramante, che ciascuno elemento manteneva distinto, in codesta faccia ogni materia si fonde. Si voi vedeste il marcapiano in modo attento, vi accorgereste che codesto elemento non ha più la relazione che fino ad allora negli altri palazzi aveva avuto, cioè quella di dividere i piani. In tale faccia, esso divide sì il piano terreno da quello primo, ma al contempo ingloba le chiavi di volta della finestra sottostante et funge da appoggio per la finestra superiore. Cotal modo di apporre gli elementi in su la faccia era di certo ben studiato dal Romano, il cui intento era quello di creare una nuova maniera nel costruire. Per il che l’intelletto di chi la osserva resta abagliato dalla mancata perfezzione che fin ad allora le facce dei palazzi avevano condotto.
Lo stesso modo di porre in opra gli elementi si riporta nella fronte interna, la quale, per rimarcar acciò sopraddetto, non si confà a niuna delle facce esterne. In codesto luogo in effetti certuni triglifi si sporgono in le mura sottostanti, sì che il senso di immaginazione porta l’uomo a ritenere per vero che questi ruinino a terra da un momento all’altro. Il medesimo effetto è dato dalle chiavi di volta delle finestre al piano terra, che non bastando di spazio, spingono a parer quasi un errore, sulla punta del loro stesso timpano. Così che tali minuzie sono tanto accomodate et sì bene condotte che l’affezione di malessere si insinua in chi le accoglie nello sguardo.
Et oltre ciò tale opra ha nelle sue mura sale dipinte in fresco con tali capricciose invenzioni et garbatissimamente finite con senso poetico et pittoresco, che non pitture o cose immaginate, ma vive e vere si rappresentano. Nella “sala dei giganti” il Romano, essendo molto destro anco nel dipignere, ha ornato il muro, il soffitto et il pavimento in modo sì sublime che pare che di tutto un blocco sia fatta la stanza. Un tempio circolare si mantiene librato nello spazio, fra giganti che soccombono sotto il peso immensamente vasto di enormi blocchi di pietra, che il senso del terror tutto ti prende, perché qui si ha paura che ogniun elemento ti ruini addosso.
In codesto modo andava oprando Giulio Romano nella sua architettura et pictura. Affinché tutto il senso del movimento si facesse vivo nell’intelletto e nel sentimento dell’uomo attraverso la pietra bugnata, le paraste, gli architravi et la pictura. Et non solamente del puro moto, bensì di quest’ultimo assieme con lo smarrimento, poiché la mente umana non era abituata ad amendue le novizie. Che dal Bramante era stata avvezza al sereno, e dal Romano invece fu turbata in pieno.

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