Animale antipolitico

“(…) si ritiene infatti che il Bene perfetto sia autosufficiente. Ma intendiamo l'autosufficienza non in relazione ad un individuo nella sua singolarità, cioè a chi conduce una vita solitaria, ma in relazione anche ai genitori, [10] ai figli, alla moglie e, in generale, agli amici e ai concittadini, dal momento che l'uomo per natura è un essere che vive in comunità.(…) Bisogna dunque escludere che la vita si riduca a nutrizione e crescita. Seguirebbe la vita dei sensi, ma anch'essa è, manifestamente, comune anche al cavallo, al bue e ad ogni altro animale. Dunque rimane la vita intesa come un certo tipo di attività della parte razionale dell'anima (…) Ma bisogna aggiungere: in una vita compiuta. Infatti, una rondine non fa primavera, né un sol giorno: così [20] un sol giorno o poco tempo non fanno nessuno beato o felice.”
Aristotele, Etica nicomachea, I, 7, 1097a7 - 1098b8, passim.

“ È vero che certe creature viventi, come le api e le formiche, vivono in società fra loro, e per questo sono da Aristotele annoverate fra le creature politiche, e tuttavia non hanno altra guida che quella del loro particolare giudizio o desiderio, non hanno la parola con la quale ognuna di esse possa indicare a un'altra ciò che ritiene di utilità comune per loro; (…) queste creature non avendo come gli uomini l'uso della ragione non vedono e non pensano di trovare errori nell'amministrazione delle loro faccende comuni; fra gli uomini invece ce ne sono alcuni che si ritengono piú saggi, piú abili a governare le cose pubbliche, in confronto con gli altri, e allora cercano di riformare e di innovare, ora in un modo, ora in un altro, e cosí producono confusione e guerra civile (…)”
Th. Hobbes, Leviatano, II, cap. XVII passim

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Mi chiedo spesso cosa risponderemmo al postero che, tra tanti anni, ci ponesse domande per capire il nostro tempo attuale. Se chiedesse, ad esempio, che significa quel termine “antipolitica”, tanto in voga ai nostri tempi, non sarebbe onesto cercare di spiegarglielo senza nominare Beppe Grillo. Non potremmo del resto nascondere che il Presidente del Consiglio si è sentito in dovere di difendersi in televisione dalle accuse lanciategli da un comico e persino il Presidente della Repubblica e quello della Camera hanno messo in guardia dall’antipolitica dopo una manifestazione che si è chiamata “giornata del vaffanculo”.
Ora che Grillo sia un comico, ma anche un animale non ci sono dubbi. Perché poi questo “animale” sia diventato antipolitico nel momento in cui parla di politica, resta difficile da spiegare.
La cosa più immediata è che siccome la politica è, o sembra essere, affare privato dei “politici di mestiere” ovvero del ceto di persone che attualmente occupa le istituzioni repubblicane, Grillo e gli altri animali come lui siano etichettati come antipolitica perché si oppongono appunto a questi politicanti. Oppure, in termini meno grezzi, che Grillo e gli altri esprimono un sentimento di ribellione nei confronti dei complessi rapporti e meccanismi che oggi conducono alla produzione di decisioni collettive, il quale, in quanto sentimento irrazionale, pulsione emotiva, si esprime esclusivamente in termini antagonistici. Animaleschi, direi.
Eppure quel vaffanculo, a pensarci bene, non mi sembra più animalesco di quanto non lo sia il praticare la politica cercando unicamente la perpetuazione della propria posizione di privilegio.
Ricordo quando Grillo inviò al neoeletto Presidente del Consiglio una lettera in cui lo ammoniva a svolgere con correttezza il proprio compito, avvertendolo che lo avrebbe tenuto sotto controllo, assumendo le vesti del cittadino-datore di lavoro nei confronti del proprio dipendente, il politico amministratore della cosa pubblica (scimmiottando anche la boria dei datori di lavoro, con indubbio effetto comico; cfr. blog di Beppe Grillo, post del 8.6.2006). Quel gesto metaforico, pur divertente, mi impressionò negativamente, poiché mi sembrava di scorgervi, in nuce, alcune premesse, che furono già premesse di altre ideologie. Postulato: i politici devono fare l’interesse pubblico e devono farlo bene e se non lo sanno fare o fanno altri interessi, devono essere licenziati. Corollario 1°: esiste un Interesse Pubblico, che coincide con quello dell’Elettorato, cioè dei Cittadini; corollario 2°: il perseguimento di siffatto interesse implica l’adozione della soluzione Razionale ai problemi, ovvero di quella più razionale possibile, sicché una soluzione diversa sarebbe semplicemente sbagliata (infatti i politici sbagliano o perché sono incapaci o perché sono corrotti); corollario 3°: tra politica e amministrazione la differenza è solo quantitativa (ovvero non c’è nessuna differenza) per cui si dovrebbe poter licenziare un Ministro come (e più) di quanto si possa licenziare un funzionario dell’INPS o un impiegato comunale.
Di certo il vaffanculo nasce dalla constatazione lampante di quanto l’esistente sia insoddisfacente, di quanto si discosti dall’uso “secondo ragione” della cosa pubblica e di quanto sia odiosamente difficile scalzare dai posti di comando persone dimostratesi così palesemente inette e/o disoneste. Si apprezza subito la pars destruens, la potenza demistificante di una operazione “dal basso” di scrostamento della coltre di bugie e retorica con cui i politicanti ricoprono quello che considerano il loro territorio. Una negazione di legittimazione che al contempo è affermazione forte di esistenza collettiva, una sorta di not in our name.
E tuttavia, venendo spontaneo di guardare anche alla parte propositiva (almeno per vedere se ce n’è una), quel che s’intravede non mi lascia tranquillo. Sebbene resti solo come premessa logica non esplicitata, vi è un’idea della politica concepita essenzialmente come amministrazione, che, nel respingere i politicanti, respinge anche la politica intesa come momento della scelta e, quindi, necessariamente, come passaggio nell’incerto.
Insomma tra Anti-politici e Politic-anti, se semplifichiamo eliminando i termini uguali, come si faceva con le frazioni a scuola, resta un senso della politica molto immiserito. Nello scontro tra l’espressione animalesca dello scontento popolare e la bestiale avidità del potere autoreferenziale, si perde lo spazio dell’esercizio della più umana delle facoltà umane: l’immaginazione. Non è nel campo della ragione, infatti, che pascola la politica, ma in quello della volontà, del desiderio, del progetto. E del cambiamento.
Vi è da credere, infatti, che l’organizzazione dei formicai sia cambiata ben poco dalla notte dei tempi, né c’è da attendersi rivoluzioni, in essi, finché sulla terra ci sarà vita animale. Non vi è organizzazione umana, invece, che non muti nel tempo adattandosi alle cangianti preferenze degli individui che la compongono (tutti o la maggioranza o una minoranza di essi), in modo da risultare più funzionale alla trasformazione del mondo circostante. Infatti, non vi è dubbio che il mondo non è cambiato per opera della formiche o delle api, ma dei Greci, dei Romani, dei Francesi, degli Americani o, da un altro punto di vista, dei padroni e degli schiavi, dei borghesi e dei proletari.
Non credo che ciò che ci distingue dalle pecore sia il fatto che possiamo protestare con il pastore se l’erba non ci basta o l’ovile non è pulito. Certo, l’essere animali ci fa sentire la fame e la sete e il dolore, ma proprio quell’essere “politici” non ci permette di credere che verrà qualcuno capace di stabilire le cose per Bene una volta per tutte e poi amministrarle secondo Ragione e lasciarci brucare in pace. Che sia un bene o un male, fatto sta che siamo animali strani, che non si accontentano che per un giorno e il giorno dopo sono già di nuovo a litigare e a… cercare di cambiare il mondo.
Alla fine siamo animali politici, persino nel nostro essere antipolitici, e spero che questo lo capiranno pure tra mille anni, con o senza Grillo.

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