Arriva John Doe

“Arriva John Doe” è un film di Capra del 1941. Racconta del cinico piano di un’ambiziosa giornalista (Barbara Stanwyck) che, per realizzare uno scoop sensazionale, paga un vagabondo (Gary Cooper) affinché vesta i panni dell’uomo medio che, amareggiato dalla vita, minaccia di suicidarsi. Il vagabondo però si immedesima al punto da pensare realmente al suicidio.
Nel 1941 i Giapponesi, in collaborazione con le formazioni nazionaliste birmane guidate da Aung San, pianificano l’occupazione della Birmania. Dopo quattro anni di occupazione lo stesso Aung San, che forse non si aspettava la brutalità messa in atto dall’esercito nipponico, scatena una rivolta armata. La Birmania viene liberata nel 1945 e nel 1948 ne viene proclamata l’indipendenza. Da allora il paese è teatro di continue rivolte e colpi di stato militari.
Le elezioni del 1960 decretano la vittoria di U Nu, amico fidato di Aung San e già alla guida del paese fino al 1958 (anno in cui il governo viene rovesciato manu militari). La stessa cosa accade nel 1962 allorché una nuova giunta militare organizza l’ennesimo colpo di stato. Ne seguiranno altri ma il risultato non cambierà: il potere resta nelle mani dei generali.
La strage di 3000 persone del 1988 è imputabile, in modo più o meno diretto, alla violenza e brutalità dei generali-assassini Ne Win, Sein Lwin e Saw Maung (in successione cronologica).
Il mondo occidentale torna oggi ad occuparsi della Birmania, anzi no, del Myanmar per via che era necessario trovare un nome neutro privo di legami con una o più etnie. E lo fa solidarizzando con i Monaci buddisti che sfilano in corteo lungo le strade di Rangoon. Lo fa scegliendo di indossare/esporre un indumento di colore rosso. Avevamo pensato di “listare” in rosso anche la nostra rivista. Poi però abbiamo deciso di fare uno sforzo in più. Abbiamo deciso di scrivere. Ecco, noi adesso scriviamo.
Scriviamo questo: se la metà degli uomini di chiesa (qualunque chiesa) prendesse esempio da quei monaci, e se la metà dei civili (di qualunque civiltà) avesse il loro coraggio, questa epoca sarebbe di certo meno tragica.
Ma non è così, e dunque quei monaci resteranno soli. E se nel Myanmar le cose cambieranno sarà per merito loro e di quella parte di popolazione che da tempo ha iniziato la resistenza (nell’ombra ed in esilio). E se conquiste democratiche realizzeranno, le realizzeranno da soli. L’occidente non li aiuterà.
Il nostro Sistema sostiene, in modo più o meno diretto, il governo militare birmano, contribuendo all’uccisione di quegli stessi monaci. Perché non dirlo? Basta riflettere sui timidi farfugliamenti dei governi europei o sulla incredibile connivenza di Russia e Cina.
Anche l’informazione si occupa del problema birmano da un punto di vista alquanto singolare: il contributo della Rete alla diffusione delle immagini della rivolta. Ipocriti! La ferocia della dittatura militare del Myanmar è nota e stranota sin dal 1988 ed anche prima, ben prima della Rete. Ma adesso bisogna far credere che l’occidente non sapeva, che si è appena accorto dell’esistenza di una dittatura.
Invece no. La Total (francese), la Unocal (californiana), ed altre aziende (anche italiane) se ne sono accorte nel lontano 1993. In quell’anno è nato un consorzio fra queste imprese e la Myanmar Oil and Gas Enterprise, consorzio finalizzato alla posa e messa in produzione di un gasdotto per il trasferimento di gas dai giacimenti delle Andamane fino in Thailandia. Come sempre accade in questi casi il progresso coincide con la tragedia delle popolazioni locali. Evacuazione dei villaggi delle popolazioni locali, devastazione della foresta e – fatto ancor più grave – arruolamento coatto, di uomini e donne, nell’esercito. Che in questo caso significa condanna ai lavori forzati. Ma anche omicidi, stupri e violenze di ogni genere. I generali-assassini sono sempre lì.
Credete siano le tipiche accuse (prive di fondamento) dei soliti antiprogressisti? Allora la pensate esattamente come la Unocal: “non è vero niente, e comunque non siamo al corrente di quello che fa l’esercito, e comunque non ne siamo responsabili, e comunque il progresso non può essere fermato”.
Il tribunale di San Francisco, invece, la pensa diversamente. Ha dato retta ai quindici profughi birmani che – riuniti sotto lo pseudonimo di John Doe – hanno fatto causa alla Unocal, ed ha ritenuto attendibili le seguenti prove: 1) il fatto che la Unocal non abbia mai smentito i crimini dei militari birmani, limitandosi ad affermare che non esiste alcuna connessione fra quegli stessi crimini ed il gasdotto; 2) il contratto siglato da Unocal affidava la sicurezza del gasdotto all’esercito birmano; 3) il documento di “valutazione del rischio” commissionato da Unocal al Control Risk Group diceva chiaramente che il governo del Myanmar faceva costantemente ricorso ai lavori forzati; 4) le dichiarazioni di alcuni alti dirigenti della Unocal confermavano che l’azienda era al corrente degli abusi in atto da parte dei militari birmani.
Negli Stati Uniti il caso Doe vs Unocal ha destato grande clamore sin dal 1996. Speriamo di essere smentiti, ma non risulta che il TG1 se ne sia occupato. Del resto quello del ’96 era il vecchio TG1, quello che non piaceva nemmeno a Riotta. Quindi, da un giorno all’altro, ci aspettiamo di ascoltare dal telegiornale delle 20:00 il resoconto della chiusura del procedimento giudiziario Doe vs Unocal: il rinvio a giudizio dell’azienda e la conseguente decisione di patteggiare (con annesso pagamento di multa e risarcimenti).
“Arriva John Doe” è un film che racconta del cinico piano di un’ambiziosa impresa che, per realizzare profitti da capogiro, assolda civili liberi affinché vestano i panni di lavoratori schiavi. La popolazione civile, però, si immedesima al punto nel ruolo di popolazione schiava da denunciare i propri carcerieri al tribunale dell’occidente democratico. E vincere la causa.

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