Il pigiama sotto la camicia

“Passeggiando di notte dopo aver cenato al Bolognese, ci fermammo, io, mio fratello Diego e Giorgio Zappieri, valente penalista e nostro cugino, di fronte all’armoniosa piazza del Ferro di Cavallo, e io: qui mi piacerebbe aprire una libreria”.
Il 31 ottobre 1957 Agnese De Donato apre la sua libreria Al Ferro di Cavallo di fronte all’armoniosa piazza, al numero 67 di via Ripetta. In quello che una volta era un negozio di pasta e fagioli adesso – per usare le parole dell’architetto Franco Purini – si ritrova “la meglio avanguardia della pittura, della letteratura e della poesia”.
Via Ripetta è in una posizione strategica, a due passi dal Caffè Rosati e dalla galleria La Tartaruga. Gli abituali frequentatori di piazza del Popolo e via del Babuino non si lasciano certo sfuggire la novità dell’insegna verde e nera disegnata da Gino Severini. Gino Severini!
Proprio di fronte alla libreria, che subito diventa una librogalleria, c’è il liceo artistico. Lì tiene lezioni Gastone Novelli, assistente di Afro. Ha l’abitudine di entrare in libreria e prendere in prestito qualcosa da leggere durante le lezioni: c’è da combattere la noia, mentre gli allievi disegnano. Un giorno Novelli prende un’antologia di poeti appena arrivata Al Ferro di Cavallo. La raccolta si chiama i Novissimi, i poeti sono Giuliani, Pagliarini, Balestrini, Sanguineti, Porta.
Quando poi Novelli restituisce il libro, Agnese si accorge che molte pagine sono ricoperte di suoi disegni. Il libro è invendibile e Agnese racconta l’episodio a Perilli, un po’ seccata. Lui chiede di vedere il libro, poi lo tiene con sé per qualche giorno. Lo restituisce alla proprietaria con un disegno a colori sul frontespizio di Pagliarini. Inizia il gioco.
Il terzo ad avere I Novissimi è Toti Scialoja che acquerella due pagine libere di Balestrini. Poi è la volta di Capogrossi. Poi di Afro, che sceglie una pagina libera di Porta. Nino Franchina è il successivo. Dulcis in fundo Burri, l’artista piromane. Prende in custodia il libro e bruciacchia l’ultima pagina.
Ecco come – nella Roma a cavallo fra i ’50 e i ’60 – nasce un capolavoro. In quel periodo non desta alcuno stupore incontrare nei tre locali della libreria di Agnese De Donato gente come Rauchemberg, Pasolini, Ungaretti, Flaiano, Pound, Tzara, Moravia, Argan, senza contare i nomi (alcuni già citati) dei maggiori esponenti della pop art italiana.
Ecco perché Valentino Zeichen prende l’abitudine “di sostare davanti alla libreria per ammirare l’acquario delle celebrità intellettuali”. Zeichen si definisce un artista del nulla che cerca fortuna in un luogo dove tutti sembrano avere una vocazione di ruolo. Agnese accoglie anche lui e lo introduce nel circolo di via Ripetta. La vocazione di Zeichen non è quella di fare l’artista, il suo ruolo consiste nel mandare fuori di testa Gastone Novelli. Quest’ultimo, assieme a Perilli, tiene banco, sfotte tutti i presenti “con giri di parole alle quali cambia di senso ogni centottanta gradi”. Novelli è nato a Vienna ed ha una travolgente ironia Mitteleuropea. Forse non è pronto alla concorrenza di Zeichen, proveniente da quello stesso “continente indefinito”.
Oggi è difficile dire se “l’acquario” avesse le caratteristiche tipiche di un circolo chiuso di artisti snob ed intellettuali borghesi che si parlano addosso ed ostentano un’affettata povertà lasciando intravedere il pigiama sotto la camicia o prendendo in prestito libri, pasti, soldi. La librogalleria, invece, quella era accessibile a tutti. Uno spazio che aveva nel nome la sua vocazione di ruolo.
Eppure, sul finire degli anni ’70, anche questo spazio è costretto ad affrontare difficoltà economiche gravissime. Già nel ’67 viene rilevato dal gallerista editore Domenico Javarone, che vi fonda la rivista “carte segrete”. Ma è una breve parentesi. Si chiude lo stesso. La liquidazione giudiziaria è una palude dalla quale si fatica a venire fuori. Al Ferro di Cavallo deve attendere fino al 1982 quando tre critici d’arte – nonché abituali frequentatori del luogo – rilevano l’attività e ne riaprono i battenti. Tre anni dopo inizia un nuovo iter giudiziario per lo sfratto esecutivo del locale. Contemporaneamente la triade Salvatore-Mazzocchi-Orlandi organizza la prima personale di uno sconosciuto Paul Thorel. La burocrazia giudiziaria fa il suo corso, il comune di Roma rilascia il titolo di Negozio Storico (senza investire un soldo per evitarne la chiusura), i proprietari del locale non vogliono rinnovare il contratto d’affitto e neppure vendere. I gestori sono costretti a cercare un nuovo locale. La libreria Al Ferro di Cavallo si trasferisce in via del Governo Vecchio, in quella che una volta era la libreria dell’Orologio. Non più una librogalleria, purtroppo. Il fatto è che manca lo spazio sufficiente, non certo la vocazione di ruolo.
Sembra paradossale. Oggigiorno gli artisti pretendono sedi espositive sempre più vaste. Centinaia di metri quadri per sistemare un tavolino con su un bicchiere d’acqua e una cannuccia. Pareti immense sulle quali inchiodare qualche sacco di cemento. Pretendono biennali. Mentre i vari De Kooning, Rauchemberg, Kline si accontentavano del retrobottega di una libreria.
E forse sarà un caso ma Gastone Novelli, invitato alla Biennale di Venezia del 1968, presenta le sue tele rivolte verso il muro. Magari lo spazio c’era, ma la vocazione di ruolo mancava già nel ’68. Che era il ’68.

Mauro Orletti

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