Descraziate e cornute!

Il TG1 è cambiato. Nuova sigla (il pianeta terra è in trasparenza), nuovo colore del logo (più tenue), nuovo studio (torna il gioco delle trasparenze). L’importanza dell’evento è tale che, a rischio di sembrare tautologici o autocelebrativi – a seconda che il giudizio sia espresso da linguisti o malelingue – lo stesso TG1 sente il bisogno di darne notizia. Alle scelte di carattere estetico si affiancheranno: trasparenza, approfondimento delle notizie, scelta di temi d’attualità che rispondano maggiormente alle esigenze d’informazione del pubblico.
Infatti nei giorni scorsi il TG1 ha dedicato 120 secondi alla questione che, al presente, avvince noi telespettatori: la giuria chiamata ad esprimersi sulle doti fisiche delle aspiranti miss italia ha diritto ad un esame più attento del culo delle ragazze?
Infatti, per dar prova delle ritrovate obiettività e trasparenza, il telegiornale di Riotta – riferendosi alle critiche mosse da Sabina Guzzanti ai protagonisti dell’informazione – ha usato l’espressione: gretti attacchi della soubrette. Senza nemmeno tentare di difendersi.
Infatti, con la stessa trasparenza e obiettività, il direttore del TG1 ha deciso di mandare in onda un estratto di TV7 in cui Eugenio Scalfari, con ragionamento inoppugnabile, espone la tesi dell’assimilabilità del fenomeno Grillo (e delle tesi e proposte che esso porta con sé) al fenomeno fascista (e delle tesi e proposte che esso portava con sé). E a dimostrazione della sua tesi Scalfari ricorda che anche il fascismo mirava alla riduzione dei partiti. Alla fine, infatti, ne rimase solo uno. Un lucido e sofisticato ragionamento.
Infatti questa sera il TG1 torna a parlare di Afghanistan. Naturalmente la notizia riguarda la liberazione dei nostri connazionali ad opera delle Forze Speciali italiane e dei commandos britannici del Sas. Ma siccome il TG1 non è più quello di prima (a proposito, vuoi vedere che quello di prima non piaceva nemmeno a Riotta?), il nuovo TG1 parte subito con l’approfondimento della notizia. Ed è così che veniamo a sapere che uno dei reparti speciali entrati in azione per liberare i nostri soldati è il “Col Moschin”, discendente diretto – almeno questo dice il servizio – del IX reparto d’assalto del reggimento Arditi, che durante la Grande Guerra combatté gli austriaci sul Monte Grappa.
In verità, solo a considerare il numero delle volte in cui il reparto è stato sciolto, ricostituito, trasformato in battaglione, riordinato in reparto, smobilitato, ricostituito a livello compagnia, mutato in reparto, rielevato al rango di battaglione… si capisce subito che con gli Arditi c’entra poco o nulla. È vero però che dal 1975 il “Col Moschin” ha in custodia la bandiera del X Reggimento Arditi.
A questo punto il TG1 spiega quali sono le prove alle quali è necessario sottoporsi per dimostrare di essere degni di entrare a far parte del “Col Moschin”. Che rispetto ai culi delle miss italia è un bel passo avanti.
Certe volte però anche l’approfondimento non basta. Specialmente se dovuto. Scontato. Se non dice nulla o non aggiunge nulla. Se paragonato allo sguardo di chi gli Arditi li ha visti combattere. E quando apre bocca…
Allora, per la cronaca, vi diciamo che sul monte Grappa, nel 1918, c’era anche un bracciante siciliano che aveva diciotto anni e si chiamava Vincenzo Rabito. Rabito ha combattuto la 1° e la 2° guerra mondiale. Poi, nel 1968, si è chiuso in casa ed ha cominciato a battere a macchina la sua vita. Ha battuto a macchina per sette anni, ha scritto 1027 pagine interlinea zero. Pagine che hanno del miracoloso, soprattutto se si considera che Rabito era semi-analfabeta. Pagine come queste:
“E così, venne il porta ordene, che gli faceva capire – non derettaminte ai soldati, ma l’ordine lo portava al comando di battaglione, che noi lo abiammo saputo lo stesso – che fra 4, 5 ciorne ci doveva essere l’ofenziva per prentere Monte Fiore, e la nostra bricata doveva fare questo sacrifizio.
Così, di Vecenza hanno fatto venire 2 battaglione della compagnia di morte, che questi battaglione di morte erino tutte Ardite, e tutte delinquente, tutte fatte uscire a posetamente dalla galera propia per queste dificile imprese. E poi, d’ogni battaglione di queste, erino 1.000 soldate di queste soldate delenquente, quinte erono 3 battaglione. E li stesse oficiale erino delinquente. Poi queste, quanto davino l’asalto, quello che dovevino fare l’avevino a fare in 3, 4 ore, e in queste 3 o 4 ore la posezione vero che la conquistavono, e ni partevino 3000 di queste malantrine soldate vive, ma ne potevino retornare 300, perché totte li mazzavino, perché certo che uno che va nella casa dell’altro sempre ci aveno la peccio. E poi che, queste Ardite, dell’austriece erino prese di mira, perché portavino il destentivo della morte. E quanto li prendevino pricioniere, prima ci facevino tante sfrecie, che magare ci bruciavino li coglione, e doppo che si passavino tante piacere, non li prentevino pricioniere, ma li mazavino lo stesso, perché quello che loro facevino lo facevino volentarie, mentre annoi, se ni prentevino pricioniere, non ni ammazavano, ni lasciavino vive.
(…)
E ora, questa desonesta Padria, doppo 50 anne di aspetare questo recalo che ci ha promesso di una fedenzia di lire 5 al mese, quelle desoneste più di prima non ci li vogliono dare, descraziate e cornute!
E ancora hanno la sfaciatagine di dire: “Padria”, che sono delenquente, che io, se muoro, quello che l’ultima parola che io ce devo dire è: “Sputatece a questa Padria, perché non hanno coscenza per i combatente della querra 15-18!”
(Vincenzo Rabito, Terra matta, Einaudi 2007).

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