Il casale e il principe

Togliete le serrature dalle porte!
Togliete anche le porte dai cardini!

A. Ginsberg

“No. Non ero mai stata a Casal di Principe”, rispondo ad una giornalista che mi fa qualche domanda. Sono di Caserta città e, sinceramente, non ho mai creduto che un giorno avrei avuto motivo di trovarmi qui. Poi, quel giorno è arrivato. Il 17 settembre si è inaugurato il nuovo anno scolastico all’insegna della legalità e della lotta alle mafie, iniziativa promossa e fortemente voluta dall’assessore regionale all’istruzione Corrado Gabriele.
Punto di partenza una provocatoria lettera di invito di Gabriele indirizzata ai due latitanti Antonio Iovine e Michele Zagaria, per “accogliere” i quali sono state lasciate vuote, tra il pubblico, due sedie. Le vedo non appena giungo in piazza Vittorio Emanuele. Tutt’intorno un gran viavai di giornalisti, forze dell’ordine, movimenti di disoccupati e… anziani. “Ci sono pochi ragazzi!” dico a Marcello, col quale avevo deciso che quella mattina, nonostante un impedimento, avremmo dovuto in ogni caso mettere piede sul suolo casalese. “Sono quasi tutti ragazzi delle scuole”. Una presenza scontata, dal momento che la giornata è dedicata proprio a loro.
I miei occhi però, almeno per l’inizio, sono alla ricerca di Roberto Saviano. Non so infatti quale irrazionale apprensione mi prenda in questa giornata così importante, quale brivido mi passi lungo la schiena nel vedere uomini con gli occhi coperti da occhiali da sole e impassibilmente fermi.
Mentre mi guardo intorno con un’aria che lascia chiaramente trasparire il fatto che sia una forestiera, noto che Saviano è sul palco a prendere posto insieme a tutti gli altri:
Francesco Forgione, presidente della commissione antimafia; Corrado Gabriele; il presidente della Camera Fausto Bertinotti, (terza carica dello stato, come si sottolinea quasi in ogni intervento) e accanto all’autore di Gomorra un altro giovane, Aldo Pecora, leader del movimento di Locri “E adesso ammazzateci tutti”. Mi passa accanto Tano Grasso, presidente della federazione antiracket italiana. Non è previsto un suo intervento durante la manifestazione, ma la sua presenza strappa un sorriso al mio volto leggermente teso: “C’è anche lui”.
Dopo i saluti, gli interventi si susseguono senza intoppi.
Comincio a sentirmi tranquilla, ho fatto l’abitudine alle facce che mi stanno intorno, ho cominciato a prendere confidenza con il luogo. Cerco ora di osservare le ragazzine che sono salite sul palco per leggere le loro domande al presidente della camera. Poco più che adolescenti, riscuotono applausi con frasi come: “Abbiamo il diritto di riappropriarci del nostro territorio” o “Viviamo qui e non vogliamo andar via”. Ma queste frasi sono lette quasi meccanicamente: mi chiedo se sia l’emozione a rendere così inespressive le loro voci o forse il fatto che siano così giovani da non rendersi conto dell’importanza di quelle parole e del compito che è stato loro affidato in questo giorno. Del peso che dovrebbero avere nella loro vita manifestazioni del genere.
Bertinotti applaude, ringrazia per nome le ragazze e si alza per prendere parola. Ma durante il suo lungo discorso interviene qualcosa a richiamare la mia attenzione e quella di altri: una persona anziana parla, quasi stesse tenendo un comizio, e intorno un gruppo di ragazzi applaude e urla: “Bravo!”. Ma io sorrido. Penso si tratti di ragazzi che scherzano. Quando l’incitazione e le urla si fanno insistenti guardo gli altri in volto con aria interrogativa, qualcuno osserva, qualcuno indifferente continua ad ascoltare Bertinotti. Io sono troppo incuriosita per stare attenta e chiedo continuamente a Marcello se riesce a capire di che si tratta. Lo capisce. Dicono frasi come: “La camorra non esiste, noi qui stiamo benissimo!”. Un lungo brivido, più forte di quello che mi aveva accompagnato nella ricerca di Saviano.
Penso proprio alle sue parole, quelle dette poco prima: “La forza di opporsi viene dal talento dei cittadini di questa terra. Non bisogna confondere il termine casalesi con quello del nome legato ai clan”. Eppure le finestre delle case intorno alla piazza sono chiuse. Facendo una stima dei presenti in piazza si direbbe che vengono in gran parte da fuori.
Allora ripenso all’altro giovane che è lì, sul palco. Lui che insieme a Roberto (se mi è permesso di chiamarlo per nome) ha incitato i ragazzi come me, quelli che però non c’erano: Aldo Pecora.
“Una volta si sfilava con le bandiere di Che Guevara. Oggi sfiliamo con quelle di Falcone, di Borsellino e quelle viventi come Saviano. Non lasciate solo la faccia di Roberto, metteteci le vostre facce! Svegliatevi, è arrivato il momento di tirare fuori le palle!”. Io ce la metto la mia faccia. Per questo volevo esserci ad ogni costo.
Sono andata via dandomi un ultimo sguardo intorno. E’ stato così che dalla macchina, un po’ fuori dal paese, ho visto una villa enorme, con i muri alti. Così bella e sontuosa da stridere fortemente con le anonime costruzioni di Casal di principe. Si addice al nome del paese però: il casale è una casa isolata. E il principe è una figura di potente che sta al di sopra del popolo.
Quella villa era casale-di-principe.
Marcello ha frenato bruscamente. Ci siamo istintivamente fermati a guardare attraverso il cancello.
Allora ho visto come annullarsi la mattinata trascorsa perché tornando a casa in mente non avevo che quella villa. Non ho raccontato altro che di essa.
Forse che, a conclusione della giornata, mi sia rimasta dentro come simbolo di quel potere così radicato e protetto da solidissime mura, che non è detto però non si possa cominciare a scalfire. A cominciare dall’uso delle parole, per esempio.

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