Diffiday

Chissà perché ci sono persone che suscitano sempre diffidenza. Altre che, invece, conquistano la fiducia dei più scettici ed introversi. Sabato 8 settembre, in piazza maggiore a Bologna, Beppe Grillo ha riunito un popolo variegato – e forse un po’ scalcinato – che, visto il numero di volte in cui si è sentito tradito, non necessariamente doveva prendere a ben volere il comico più serio fra i comici (meno comico, però, di un Mastella o di un Calderoli). E sì che il bisogno di gridare un paio di vaffanculo lo sentivano tutti.
Bruno Trentin, invece, è uno che suscita diffidenza, che riceve un’accoglienza freddina persino dagli apparati e dai dirigenti del PCI, dai suoi presunti compagni di lotta. Per quale motivo i due nomi, quello di Beppe Grillo e quello di Bruno Trentin debbano comparire in uno stesso articolo è presto detto. Perché sabato, a Bologna, si è parlato anche e soprattutto di lavoro. E poi perché telegiornali e quotidiani hanno poco elegantemente trascurato l’enorme consenso popolare riscosso dal primo e la morte un po’ assurda toccata al secondo. Perché – contrariamente a quello che raccontano i giornalisti – non è vero che in Italia ad occuparsi di lavoro son rimasti solo Caruso e Confindustria. Perché esistono voci assai più competenti e interessanti, anche se appartengono a persone delle quali, per un motivo o per l’altro, si è portati a diffidare. Di un italiano nato in Francia ex partigiano giurisprudente a Padova quando a Padova c’era Bobbio, studente della Harvard University vicesegretario della CGIL segretario generale della FIOM e della FLM e poi dall’88 al ’94 guida della CGIL come fai a non diffidare? Come fai, sapendo quello che c’è stato nel mezzo?
In mezzo c’è stato: l’accordo Fiat dell’80 che, nella storica assemblea al Cinema Smeraldo, Trentin difende in questo modo: Possiamo considerare questa ipotesi di accordo una sconfitta, possiamo rifiutarla, non sporcarci le mani. Ma sarebbe un grave errore. Io lo considero un risultato positivo che, soprattutto, garantisce la continuità del movimento. (…) Abbiamo una grande responsabilità di fronte a tutti i lavoratori, nel rispetto reciproco, senza fare il processo alle intenzioni, senza dare ascolto alle insinuazioni, ragionando sui fatti. È la responsabilità di sconfessare o meno il gruppo dirigente del sindacato dei Consigli. Sarebbe la fine dei Consigli – il frutto più prezioso di questi dieci anni.
In mezzo c’è stata la fine di entrambi, del movimento e del sindacato dei consigli.
In mezzo c’è stato l’accordo del 1992, che ha piantato una bella croce sul sistema della “scala mobile”, quel misterioso meccanismo di riadeguamento automatico dei salari al costo della vita. E c’è stato l’accordo del 1993 che ha completato quello del ’92, che non aveva propriamente le caratteristiche del patto sociale, che infatti ha lasciato vuoti enormi sul possibile nuovo sistema contrattuale. L’intesa del 1993 doveva servire a riempire quei vuoti, a delineare un nuovo progetto di società.
Possiamo dire, oggi, che quel progetto non si è mai realizzato. Possiamo dire, però, che a quel progetto sopravvive un sistema di relazioni industriali che a Confindustria proprio non piace. E questo è già un buon segno. Quando si tratta di aprire un tavolo per il rinnovo del contratto… mettiamo, del pubblico impiego, a Confindustria viene la febbre gialla. Stai a vedere che ha ragione Trentin.
Trentin punta tutto sulla contrattazione nazionale e aziendale (e sui demandi della prima alla seconda). Bisogna sostenere la contrattazione nei luoghi di lavoro e la creazione di rappresentanze sindacali territoriali. Le vere riforme derivanti dall’accordo del 1993, dice Trentin, riguardano i contenuti del contratto collettivo: per esempio le politiche degli orari e del tempo, impraticabili a livello generale.
L’esatto contrario, insomma, della risposta data alle aspirazioni di libertà del lavoratore attraverso il conflitto distributivo. Anche perché, nella fabbrica socialista, non esiste solo l’esigenza di una più giusta ripartizione della ricchezza, ma anche di una maggiore partecipazione del movimento dei lavoratori alla gestione delle aziende (le fabricas recuperadas sono lontane anni luce). Trentin pensa sicuramente al sindacato dei consigli (del quale la segreteria del partito diffida). Non immagina che in mezzo ci sarà la fine di entrambi, del movimento e del sindacato dei consigli. Eppure, ed è questa la cosa un po’ strana, dovrebbe immaginarlo. Trentin sa benissimo, infatti, che gli uomini che hanno diffidato di lui nel Pci prima, nel Pds e nei Ds poi, e che ancora diffideranno di lui nel Pd non hanno mai avuto un progetto di società, non sono in grado di costruirlo, continueranno a “recitare a soggetto, rifiutando di volare alto”.
Nel progetto di società di Trentin, perché invece lui ce l’ha questo progetto, sopravvive l’idea (marxiana?) di liberazione dalle forze produttive ma, soprattutto, come dice Rossana Rossanda, sopravvive l’irriducibilità della persona rispetto alla massa e, dunque, l’idea che nel lavoro coesistano alienazione (marxiana?) e principio d’identità. Nel progetto di società di Trentin l’uomo deve essere liberato nel lavoro e non dal lavoro (vedi famigerato diellegiesse 276 del 2003).
Lo ha detto anche Beppe Grillo in piazza Maggiore, a modo suo. Un modo che conquista la fiducia dei più scettici ed introversi. Un modo che non ti dà nemmeno il tempo di diffidare. E chissà come s’incazza adesso Bruno Trentin.

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