Guardare per credere alle cose

Intervista a Giulio Finotti

Giulio, tu hai girato un video molto bello sulla questione discarica a Caserta, intitolato Racconto per immagini. Una delle prime volte che scambiammo qualche parola, ne discutemmo; mi dicesti che l’avevi idealmente diviso in due parti. Partiamo proprio dalla domanda: come hai concepito la strutturazione del video?
Il video è nato perché, avendo seguito spesso le manifestazioni, documentandole, varie persone mi chiesero di fornire un po’di materiale da far vedere alla gente, per sensibilizzarle rispetto al problema. Una sera si doveva tenere un’assemblea pubblica. Sapevo ci sarebbero state persone che non avevano mai partecipato, non conoscevano la questione. Allora ho pensato di selezionare un po’ di cose da tutto il materiale accumulato e fare un video breve, mettendoci varie cose. Ti dico la verità, non ho pensato ad una struttura, non ho appuntato niente, è stata una cosa d’istinto, non ragionata. Sapevo dove andare a pescare tra il mio materiale, il racconto l’avevo dentro. Forse è stato anche uno sfogo: tanti mesi vissuti seguendo i presidi alla discarica, le notti, lo sgombero, hanno comportato molto stress. Quindi è venuta fuori una cosa sentita, molto emozionale. Infatti c’è solo audio, solo la musica, non una voce che parla di questioni tecniche. E’ un tipo diverso d’informazione, è impatto, le persone hanno preso uno schiaffo. Hanno visto la propria terra (su questo ho puntato molto), hanno visto l’acqua inquinata, le bolle di non so che cosa che non esplodevano: quelle bolle non esplodevano mai. Ci sono delle scene che a livello politico nessuno ha potuto commentare perché sono incontrovertibili.
C’è un passaggio in cui la telecamera indugia su del liquido verdognolo, il percolato, che cola da un camion che trasporta la spazzatura. Che c’è in quell’immagine, cosa hai voluto mostrare?
Far vedere che la cosa era continua. Nel senso che non erano due gocce cadute per caso (che può capitare anche se non dovrebbe, perché per legge dovrebbero essere piombati quei camion). Si vede un fiume di percolato. Sto molto su quella immagine, poi faccio questa carrellata verso il basso: si vede che il percolato va a terra e c’è il tombino vicino, c’è l’erba… voglio dire, è un’immagine che ti segna.
Volevi creare disgusto.
Disgusto e poi proprio il senso di avvelenamento della tua terra. Ricordo di aver visto persone letteralmente a bocca aperta, davanti a quelle immagini.
Sai che, per far comprendere, a me piace parlare del rifiuto come contrario di una fine, come sforzo deterritorializzante con cui si proietta altrove, avvelenando di là dal posto in cui lo depositiamo. Il rifiuto ritorna.
Sì, c’è questa sensazione che quando butti le cose non ti interessi dove vadano. Invece, vedendo questa roba che cola a terra, ti rendi conto che sta tornando. Le persone sanno che dalla terra arriva quello che mangi. Quindi forse non c’era il pensiero lucido, il discorso anche filosofico, che tu hai fatto, di deterritorializzazione del rifiuto, però, emozionalmente, la gente l’ha avvertito. Se ti senti male vedendo la roba che va nella terra è perché stai capendo che ti tocca, non certo perché ti dispiace per quella campagna, per quell’ambiente.
Probabilmente a Caserta era particolarmente necessario fare un video come il tuo. Per palesare il pericolo occorreva qualcosa in più rispetto a posti come, ad esempio, Serre. Lì il legame con la terra è immediato, noi invece poggiamo i piedi sull’asfalto, calpestiamo un suolo artificiale e, in un certo modo, c’è più distanza tra terra e palato. Perciò abbiamo dovuto imparare, col tempo e le immagini, quello che a Serre gremiva i sensi.
È vero, effettivamente ci muoviamo sull’asfalto, cioè siamo abbastanza distaccati… sì, dalla terra. Non dico che io l’abbia fatto, ma bisognava o comunque bisognerebbe creare di nuovo un collegamento emotivo con queste problematiche. Certo ci vuole la parte razionale per come risolverlo. Ma se non c’è il minimo, il coinvolgimento emotivo, se non senti il problema, non te ne interessi e lo deleghi ad altri. Quando sono andato a Serre, invece, mi ha fatto molta impressione che anche a mezzanotte c’erano le signore con ‘ste mani grosse e tutti dicevano “la terra, i nostri genitori, i nostri nonni, hanno fatto tanto per averla…”. La sentivano, la differenza emergeva.
Attraverso il tuo sito intraprendi diverse iniziative. Ve n’è una in particolare che ha meritato un trafiletto su L’Espresso e addirittura un servizio con intervista al Tg3 nazionale. Parlo di We are the trash. Di cosa si tratta?
Il titolo dell’iniziativa è un po’ provocatorio, bene o male la traduzione è noi siamo la munnezza. Ha come sottotitolo “la mappa del disagio”. Si tratta di una mappa di google maps (quindi strumenti a disposizione di tutti) che abbiamo implementatato sul sito con le fotografie di cassonetti e strade stracolmi di rifiuti. Perché? Per dare un po’ la sensazione di quello che si è costretti a vivere. Perché, quando si parla di emergenza rifiuti, in televisione e sui giornali si vedono delle immagini, però secondo me non si ha mai quella visione d’insieme. Così – almeno fino alla recentissima notte bianca, quando sono spariti tutti i sacchetti – abbiamo dato un quadro d’insieme della città. Cioè, anche una persona da fuori Caserta che accede al sito vede che cos’è la situazione dell’emergenza rifiuti, vede che tutte le strade…
… per fare questo, la mappa viene aggiornata periodicamente?
Dovrebbe essere aggiornata periodicamente. L’iniziativa prevede che la gente faccia le fotografie, le invii al sito e quindi noi le mettiamo sulla mappa. È chiaro che aggiornarlo quotidianamente è dura, dovremmo poter contare su una vera e propria squadra. Per adesso il progetto ha funzionato, bisogna vedere come continuare.
Ti sei chiesto quale è il senso di un’operazione come We are the trash – con cui si spinge l’attenzione sullo stato delle strade – rispetto alla enormità e gravità della questione rifiuti, la quale non si lascia minimamente costringere nei limiti dello sguardo che osserva e del naso che odora? Intendo dire: la tua iniziativa non rischia di essere poco rappresentativa di un problema che è molto più complesso ed ha a che fare, per esempio, con l’inquinamento della falda acquifera e la tossicità sussunta dalla catena alimentare? Il rischio è che sia fuorviante.
Bisogna sempre tenere presente il tipo di iniziativa. La nostra è un’iniziativa “culturale”, provocatoria: va presa per quello che è. Può aiutare ma certamente non può risolvere il problema. Poi effettivamente, tu dici può fuorviare. Però, sai, innanzitutto si trova in un contesto dove si parla del problema, quindi in qualche modo puoi approfondire. Si tratta di dire alla gente “guarda, c’è questo problema”. Inoltre, in questo modo, grazie a internet, lo portiamo fuori dalle mura di questa città, lo facciamo conoscere. Tieni anche conto che il risvolto più importante che potrebbe avere We are the trash è monitorare i posti dove si abbandona l’immondizia al di fuori dei cassonetti. Se tu riesci a tenere un monitoraggio del genere, a rendere pubblici i posti dove vengono abbandonati i rifiuti, puoi fare in modo che anche le forze dell’ordine, gli amministratori, possano intervenire: non possono più far finta di niente. E rendi più difficile il lavoro di chi va lì a sversare illegalmente. Ci sono posti dove regolarmente scaricano e bruciano, scaricano e bruciano. La nostra speranza è contribuire a contrastare il fenomeno.
Il tuo video è dedicato a chi crede alla raccolta differenziata. Tu credi alla raccolta differenziata come unica soluzione?
Intanto è una strada che deve essere necessariamente intrapresa, non c’è un’altra soluzione. Però, accanto a questa, andrebbero fatte altre cose. La politica dovrebbe essere così forte da spingere l’Industria a un altro metodo di produzione. Non è possibile che noi beviamo una bottiglietta d’acqua che, in termini di energia, costa un patrimonio, e poi la buttiamo, non serve più, capisci? C’è uno spreco che nasce alla fonte. Bisogna pensare a tutto il ciclo di questi prodotti, come nascono e come muoiono, cioè come si trasformano. Se non pensiamo a questo non andiamo da nessuna parte. La differenziata risolve un sacco di problemi però, nel tempo, negli anni dovrà essere accompagnata da queste politiche. In alcuni Paesi del nord Europa, al supermercato non prendi la bottiglia di shampoo: prendi lo shampoo “alla spina”. Vai col tuo contenitore e lo riempi di ciò che ti serve (detersivo, shampoo) e utilizzi un contenitore, non dieci, cento al mese, a seconda del prodotto. Quindi va rivisto il metodo di produzione e adottata la differenziata.
Il 29 settembre si è svolta una manifestazione che ha dato l’impressione di essere più importante delle altre: maggiore partecipazione, più persone, volti nuovi. Dopo un’estate fetida, la sofferenza nascosta in fondo al corpo è salita in superficie, si è trasformata in protesta esterna; il disagio nelle budella si è fatto mondo: questo è accaduto?
Con queste espressioni, il corpo diventa protesta, mi fai venire in mente tutta una serie di cose. Qualche giorno fa sono stato a Marcianise e sentivo un’aria proprio diversa, sporca, un misto di qualcosa e di bruciato, ma non bruciava niente. C’era quest’aria davvero malsana, però non fetida come quella della discarica, che attanaglia Caserta; proprio un’aria diversa, sentivi che ti faceva male, il tuo corpo lo sapeva. Ti parlo delle campagne, non del centro: questa è una cosa ancora più inquietante, perché lì dovresti sentire un’altra aria. Se pensi che Marcianise, tra le città in Campania, è quella che registra i massimi picchi di tumore, allora è vero, il tuo corpo è consapevole che sta subendo, che c’è qualcosa di male. Effettivamente, come dici tu, c’era la sensazione che la manifestazione scorsa fosse più importante delle altre. Perché? Perché si è sentita la puzza in questi mesi e bisognava vedere il seguito. Il seguito c’è stato, le persone si lamentavano, volevano fare qualcosa. Un sacco di gente è scesa in piazza, un sacco di facce nuove, gente adulta, anziani e molti ragazzi. Altre volte non c’era questa convinzione, questa consapevolezza. Stavolta invece la manifestazione è stata proprio partecipata!
Per concludere. Che ci sta davanti: niente di nuovo o ti aspetti segnali importanti?
Ultimamente, il sindaco di San Nicola e il sindaco di Caserta (che è sottoscrittore del protocollo d’Intesa) hanno fatto un passo avanti. Certo, la discarica è quasi chiusa, ma comunque stanno riconoscendo che le cose non vanno. Probabilmente non l’avrebbero riconosciuto se non ci fossero stati, nei mesi, questi movimenti di massa che sono anche andati crescendo. Se gli amministratori non sentono sempre vigile la popolazione, possono essere tentati di non riconoscere i propri errori o comunque di non richiamare l’attenzione dei responsabili che sono più in alto nella scala gerarchica e dire: attenzione qui state commettendo dei gravi errori. La città deve essere consapevole, cosciente e partecipe, le manifestazioni servono a questo. È logico che la manifestazione in sé e per sé non può cambiare qualcosa, però i decisori politici sì. Caratterialmente tendo ad essere positivo e fiducioso nei confronti delle persone, quindi sono portato a pensare che, quelli dei due sindaci, siano atti in buona fede. Credo che effettivamente si richieda attenzione per Caserta perché il Protocollo non è stato rispettato, i siti stanno ancora là, le bonifiche previste non sono state fatte. Non credo si tratti di strumentalizzazioni politiche, però è legittimo che qualcuno possa pensarlo.

A fare le domande:
Marcello Capozzi

A rispondere:
Giulio Finotti, venticinquenne giornalista casertano. Ha collaborato con varie testate locali, scrive quotidianamente articoli sul suo sito internet http://www.giurnal.it/, su cui ospita varie iniziative civiche di grande utilità. Tra le altre cose è autore di un video sui rifiuti che ha fatto il giro del web (almeno quindicimila visite su youtube).

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