La libertà di non ridere

“Uno degli uomini più comici che io abbia mai conosciuto era un attore del vaudeville. Si presentava al pubblico come il grande uomo triste. Non ne ho mai visti di più divertenti. Realizzare film comici è un lavoro serio. Se un attore si mette a ridere sullo schermo è come se dicesse allo spettatore che non deve credere a quello che vede, in quanto non è serio. Io ho esordito nel varietà, dove a furia di beccare torte in faccia ho capito una cosa, che quanto più mi mostravo indifferente e quasi stupito dell’ilarità del pubblico, tanto più quello rideva. Insomma, c’è il tipo di comico che cerca di entrare in confidenza col pubblico, di far ridere il pubblico con sé. Per quel che mi riguarda, il pubblico ride di me. Anche perché io non ci trovo niente da ridere”.
E neppure io. Gente, la faccenda è seria. Serissima. La questione va affrontata. La questione è: una risata ci seppellirà tutti? In piazza Maggiore, a Bologna, la Cineteca tenta di dare una risposta. Organizza una piccola rassegna del cinema comico. Appuntamento con Chaplin, i fratelli Marx, Franca Valeri, Alberto Sordi, Peter Sellers, Woody Allen, Buster Keaton…
I film vengono preceduti dalla breve introduzione di un addetto ai lavori. Qualche aneddoto, qualche informazione essenziale, qualche considerazione di carattere personale. Il pubblico ascolta, capisce ciò che vuole capire, applaude se vuole applaudire, poi si gode il film in grazia di dio. Un pubblico normale, di media età, molte coppie, molti lavoratori. Però, se devo essere sincero, pochi studenti. Eccezion fatta per la proiezione di Animal House. Pieno così. Certi perfino in toga. Quando sale sul palco Manzoli, per introdurre il film, questo pubblico di universitari mantenuti rumoreggia. Due minuti e già si lamenta. Gliene bastano cinque per protestare a scena aperta. L’intervento di Manzoli si chiude accompagnato dall’esclamazione della retroguardia: CHEDÙE MARONI! Segue risata generale. Scomposta, inutile, assurda.
Anche perché io non ci trovo niente da ridere.
Subito dopo ha inizio il film, che sarebbe anche un buon film… se non avessi perso l’entusiasmo. Può succedere. Ci sono pellicole ben fatte, ben recitate, piene di idee che però si portano appresso un baraccone di cialtronaggine, trivialità, fracassoneria e superficialità. Un baraccone che diventa il frainteso manifesto di una generazione che ama il rumore. Forse perché è l’unica cosa che questa generazione sa fare, il rumore. Fastidioso invadente e sconnesso come una risata esplosa a casaccio. Sarebbe accaduta la stessa cosa se avessero proiettato Amici miei. Altro film ben fatto, ben recitato, pieno di idee… ma anche simbolo – suo malgrado – della religione dell’antani. Ovvero il culto della banalità, in cui studiare (e capire) equivale a commettere peccato mortale, buttare tutto in caciara è la più alta delle virtù teologali. Per non parlare del dogma del disimpegno. Il film, di per sé, non c’entra nulla con tutto questo. Ma il suo pubblico è colpevole al cento per cento. Colpevole di fomentare l’intransigenza del divertimento a basso costo, colpevole di recitare il credo della zingarata a tutti i costi, colpevole di rispettare una morale talmente bigotta e talmente sgangherata da non riuscire nemmeno a negare se stessa, colpevole di ridere sempre e comunque.
Anche perché io non ci trovo niente da ridere.
Quando Buster Keaton decide di non ridere più, di indossare la sua esilarante “faccia di pietra”, prende una posizione precisa: si schiera dalla parte di quelli che fanno ridere. Cioè dalla parte delle vittime. Cioè dalla parte degli uomini che devono adattarsi alla vita. Tantevvero che, a dispetto delle imprese da kamikaze, Keaton interpreta – anche nella realtà – l’uomo che non ha tempo di protestare e far rumore perché troppo impegnato a sopravvivere. Che sembra sfidare la sorte, in verità mette in salvo la pelle. Che sembra rischiara la morte, in verità si adatta alla vita. Si adatta “al caos astratto degli oggetti”, alla loro rivolta tutt’altro che pacifica. In questo senso Buster è una vittima. In questo senso non ha tempo di ridere: è troppo concentrato a far ridere.
Per capire bisogna guardare i suoi film. One week, oppure Il cameraman. Nel primo Keaton costruisce una casa (l’oggetto ribelle) che ha del metafisico: pareti inclinate, ingresso al secondo piano, lavandini girevoli, balaustre multifunzione, fondamenta rotanti, tetto fuoriasse… e cade, rompe, precipita, distrugge, urta. Nel secondo è un fotografo prestato alla macchina da presa. Un fotografo che, in modo alquanto misterioso, gira disastrose sequenze in cui si vedono corazzate che navigano nelle vie di New York, cavalli che corrono alla rovescia, tuffatori che dall’acqua balzano sul trampolino. Ancora la rivolta degli oggetti: la macchina da presa, in mano all’uomo, si rifiuta di fare il suo dovere. Sarà la scimmietta del fotografo a realizzare il film che lo salverà dal tracollo: la macchina da presa, in mano all’animale, funziona perfettamente.
Non c’è morale, non ci sono regole né dogmi, non ci sono peccati né peccatori, non c’è un modo per guadagnarsi il paradiso né uno per scegliersi l’inferno. C’è solo libertà. Libertà di prendere sul serio la propria comicità. Libertà di non entrare in confidenza col pubblico. Libertà, quindi, di non avere proseliti. Di continuare a sfidare la sorte firmando un contratto con la Metro Goldwin Meyer. Di cercare scampo nell’alcol. Di sposarsi e risposarsi. Di ritrovarsi senza un soldo. Di recitare in film spregevoli. E, infine, libertà di non fare ridere.
Anche perché io non ci trovo niente da ridere.

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