Silenzio parla Chaplin

“Il silenzio è un dono universale, che pochi di noi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.”
Così diceva Chaplin a New York nel 1922. Creatore di un linguaggio del corpo senza tempo, Charlot sullo schermo si muoveva formulando un dizionario dei gesti universale.
Chaplin aveva un dono. Sapeva far parlare i suoi piedi, soltanto camminando. Sapeva far parlare una bombetta e un bastone. Ma non solo. Ogni oggetto capitato sottomano era fonte di dialogo.
Prendete “La febbre dell’oro”. Siamo in un periodo in cui la voce non ancora era entrata nel cinema. Prendete la scena in cui Chaplin sogna la festa di San Silvestro con Georgia e le sue amiche.
Prendete il momento in cui le ragazze, contente dei doni ricevuti, reclamano un discorso.
Mettete in primo piano la faccia commossa di Charlot, che non ha voce. E allora, ingegnoso, fa parlare due panini infilzati a due forchette. I panini danzano, sul tavolo la gioia. Incredibile come parlino la felicità.
E fin qui c’è il genio muto.
Ma più in là negli anni, accade che il cinema cambia. Che alle immagini si legano le prime voci.
Allora che fare? Chaplin continua a rifiutare ostinatamente il sonoro. Dice che non serve. “Non credo che la mia voce possa aggiungere qualcosa alle mie commedie.” Dice “al contrario penso che distruggerebbe l’illusione che cerco di creare, l’illusione di questa piccola silhouette, simbolo di comicità…non una persona reale, ma un’idea ironica, una astrazione comica.” Dice.
Allo stesso tempo però non si può far finta di nulla. Non si può negare che la tecnologia del cinema va avanti.
Allora, per la prima volta, in “Tempi moderni ” Chaplin si decide: il pubblico finalmente sentirà la sua voce. Ma neanche qui parla con frasi compiute. Raggira la parola in modo stratosferico. Canta una lingua inesistente, inventata sull’istante. Canta ancora una volta il linguaggio del corpo.
Anche nel “Grande dittatore” Hinkel parla, o meglio sparla. Caccia fuori uno “strinzundvail seznost zvain” incomprensibile, una lingua di cui si riconoscono solo i messaggi di violenza e esaltazione.
Solo alla fine del film verrà lasciata la parola al piccolo ebreo, scambiato per il dittatore, che manda un messaggio di pace al mondo intero. “Il primo film in cui la storia è più grande del piccolo vagabondo” dirà Chaplin in seguito.
Che cosa strana allora, questa cosa della voce, perché a pensarci bene da quel momento in poi, in ogni film parlato il suo personaggio avrà la morte.
Prendete Calvero che muore incastrato in un tamburo e prendete Monsieur Verdoux che un attimo prima di essere giustiziato dirà : “un omicidio fa un cattivo, milioni di omicidi fanno un eroe. I numeri santificano mio caro”. Il che non è una coincidenza. No, se ci si pensa bene, non lo è proprio.
Allora adesso inizio a capire il significato di quel che Chaplin diceva a New York nel ‘22. E pensare che son quasi cent’anni fa. Si, ora inizio a capire.
A capire qual è il rumore che fa la morte. E il silenzio che fa la vita. A capire che in fondo c’è tutto ‘sto grande silenzio da riempire. E che oggi tutto ‘sto gran silenzio riusciamo a concepirlo solo come un gran vuoto

Un vuoto che i ricchi, tappano tutt’oggi comprando il rumore.
Allora se per un esperimento assurdo, provassi a prender Chaplin e a catapultarlo nel 2007. Se oggi Chaplin parlasse. Provo ad immaginare che lo farebbe ugualmente col silenzio. O forse no. Forse per farsi sentire lo farebbe con così tanto rumore, che sarebbe morto ad un minuto dalla nascita.
Allora, per favore, un po’ di silenzio. Parla Chaplin.

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