Black Panther Party

Nei primi anni ’80 il governo degli Stati Uniti è impegnato in una lotta senza quartiere agli attivisti del movimento Black Liberation Army. Finiscono nel mirino federale anche le organizzazioni che lo appoggiano in modo più o meno diretto. Fra queste c’è il movimento 19 maggio del quale fa parte anche una ragazza italiana, Silvia Baraldini.
Il 9 novembre 1982 la Silvia viene arrestata per associazione sovversiva. Il processo termina l’anno seguente, in luglio. La sentenza: 43 anni di carcere.
20 anni per associazione sovversiva. C’è una legge, la c.d. Legge “Rico”. La legge “Rico” stabilisce che per i reati commessi da un appartenente ad un’organizzazione criminale debbano rispondere anche gli altri membri. Sicché la Baraldini paga per reati contestati al gruppo 19 maggio indipendentemente dal fatto che li abbia personalmente commessi.
20 anni per concorso in evasione. Parliamo dell’evasione di Assata Shakur, leader del Black Liberation Army. Nessuna vittima.
3 anni per “ingiuria al Tribunale”. In America può succedere che mantenere il segreto sui nomi dei militanti del movimento 19 maggio costituisca un comportamento ingiurioso. E la Silvia, nonostante le offerte di denaro (prima) e le promesse di scarcerazione (poi), ingiuria il Tribunale e si merita, per questo, la qualifica di “detenuta pericolosa”, il conseguente trasferimento nel carcere di Lexington e l’inasprimento delle condizioni detentive.
E fanno 43. 43 anni.
“E Silvia non ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente”.
Per il suo rientro in Italia bisogna attendere l’agosto del ‘99 ed uno strano accordo con gli USA che prevede la ridefinizione del termine della pena (29 marzo 2008) nonché l’impegno a non concedere alla “detenuto pericolosa” benefici, sconti di pena o altre agevolazioni previste dall’ordinamento giuridico Italiano. Insomma la Silvia, cittadina italiana detenuta in Italia, viene però sottratta alla legislazione italiana.
Per la sua liberazione bisogna ringraziare l’indulto di Mastella… comunque… meglio di niente. È il 26 settembre 2006. Da allora la Silvia decide di sottrarsi ai media e di ridurre quanto più possibile l’attenzione che le dedicano.
È sorprendente, quindi, scoprirla impegnata a girare l’Italia – in marzo – in compagnia della FredriKa Newton per una serie di incontri sulla memoria e sull’eredità dell’esperienza del Black Panther Party. Che poi uno di questi incontri si svolga in Abruzzo, a Pescara, preceduto dalla presentazione del libro di Bertella Farnetti “Pantere Nere” Storia e mito del Black Panther Party (Shake Edizioni), davvero non ci si crede.
La Fredrika, non so se mi spiego. Entra nel Black Panther Party nel 1969 e qui conosce il futuro marito Huey P. Newton, l’uomo che tre anni prima ad Oakland – assieme a Bobby Seale – ne era stato il fondatore. Dopo solo un anno di vita il neonato Partito si guadagna un posto di rilievo sulle pagine dei giornali: una trentina di militanti del ghetto di Oakland, armi in pugno, occupa la sede del parlamento californiano in segno di protesta contro la restrizione al diritto di portare armi. Inizia quel giorno “l’autodifesa del ghetto nei confronti della polizia”.
Sin dall’inizio, insomma, le Pantere rifiutano le idee non-violente e integrazioniste di Martin Luther King, le bollano come inefficaci e funzionali alle strutture di potere dei bianchi. Voltano le spalle alla non-violenza e predicano l’autodifesa. Alla base di tutto questo c’è la convinzione che discriminazione razziale e lotta per l’emancipazione costituiscano due momenti dello scontro tra classi sociali. E la lotta politica torna ad essere lotta di classe.
Certo, gran parte del pensiero politico del BPP si basa su un apparato ideologico alquanto approssimativo, un collage di opuscoli di Lenin, scritti di C. W. Mills, discorsi di Malcolm X, poco attendibili elucubrazioni su Marx, qualche pubblicazione su Mao.
Però resta la grande intuizione del movimento, quella che intravede nel razzismo una declinazione dell’oppressione di classe. E resta quella che la Fredrika chiama “strategia di radicamento sociale”, ossia l’attuazione di incredibili programmi a favore delle comunità: il Free Breakfast for Children (colazioni a favore dei bambini); il programma medico e sanitario gratuito; le scuole di Liberazione; i corsi di educazione politica per gli adulti. Allora, mentre la buona borghesia americana (forse inconsapevole della propria identità di classe) si domanda cos’altro vuole la popolazione nera dopo il Civil Rights e il Voting Rights Act, gli afroamericani maturano la consapevolezza del loro diritto alla prosperità economica. Perché in quegli anni, ad esempio, può accadere che il tasso di disoccupazione di Watts – il quartiere di Los Angeles nel quale era scoppiata la rivolta dell’agosto del ’65 – generi un tasso di disoccupazione del 30%. C’è di che allarmarsi, specie se si considera che stiamo parlando di uno dei quartieri neri (allora) più ricchi degli Stati Uniti.
Sicché gli afroamericani che guardano con simpatia al Black Power Movement e al Black Panther Party si moltiplicano. Il numero degli iscritti ai due movimenti aumenta vertiginosamente. A quelli dell’FBI si drizzano i capelli. Il Governo degli USA (e così gran parte della popolazione bianca) è convinto che la popolazione nera si stia organizzando per creare una società minoritaria e separata dal resto della nazione. Insomma si cagano sotto.
Viene messo in piedi un apposito programma di controspionaggio, il “Cointelpro”. Iniziano i depistaggi, le accuse, le diffamazioni, iniziano gli arresti e, soprattutto, gli omicidi. Inizia la campagna elettorale di Nixon che promette: spazzeremo via le Pantere per la fine del 1969.

Già. L’america è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male
Città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia di un grande ieri
Tecnologia avanzata e all’orizzonte l’orizzonte dei pionieri
Ma a volte l’orizzonte ha solamente una prigione federale

L’America è una statua che ti accoglie e simboleggia bianca e pura
la libertà e dall’alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione
per Silvia questa statua simboleggia solamente la prigione…
perché di questa piccola Italiana ora l’America ha paura.

In fondo in fondo, a mente fredda, a pensarci bene, se uno ci ragiona, non c’è mica da stupirsi che la Silvia sia lì con la Fredrika. Grazie, Mastella.

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