TATA libera tutti

Per esempio ho una Peugeot 106 rossa del ’93. Ha fatto 98.000 chilometri. Dovessi rispettare la legge non potrebbe circolare… e non solo il giovedì o, per dire, la domenica, non potrebbe mettere piede (pardòn, ruota) nell’intero comune di Bologna dal lunedì alla domenica.
Però mi tocca pagare l’assicurazione con le stesse tariffe di uno che, possedendo un’auto euro 4, può circolare sette giorni su sette e può anche entrare in centro nella cosiddetta ZTL. A rigor di logica, non potendo circolare non corro alcun rischio di fare incidenti. A meno di non considerare l’eventualità di una renna lanciata al galoppo sfrenato che si schianta contro la mia Peugeot disinserendo la prima marcia e proiettando il veicolo contro un lama che per lo spavento sputa contro un motociclista che, per schivare il regalo, finisce contro un semaforo spento o lampeggiante. In tal caso il rischio di incidente sale di un buon 0,0001%. L’RC auto, invece, mi costa 400 euro l’anno da sempre, anche prima, cioè, che iniziasse quest’assurda discriminazione nei confronti delle macchine pre-euro.
A ciò si aggiunga che il bollo del 2007 ha subito un rincaro del 10% rispetto allo scorso anno. Qualcuno ha cercato di spiegarmi che è giusto così, perché la mia macchina inquina assai più di un’auto di ultima generazione.
Non so. Siamo sicuri che un SUV (4.000 cm3 di cilindrata) inquini meno della mia piccola Pegeout (950 cm3)? Di certo consuma di più…
Il punto non è questo, comunque. Visto che scrivo su una rivista letteraria questo pezzo deve parlare d’altro. Libri, saggi, personaggi della cultura… Allora vi parlo della scrittrice bengalese Mahasveta Devi, autrice del libro “La preda”, una raccolta di racconti scritti nell’arco di 20 anni (dal 1970 al 1980) edita dall’Einaudi e curata da Anna Nadotti. Uno spaccato impietoso e diretto del disastrato mondo rurale indiano, alle radici di una perenne emergenza agraria che ha spinto alla rivolta armata i contadini bengalesi. Uno sguardo femminile decisamente arrabbiato e mai retorico al servizio di una prosa militante. “E dal momento che io credo nella collera, in una violenza giustificata, strappo la maschera all’India progettata dal governo, per denudarne la brutalità”.
Mahasweta Devi non ha bisogno, e dunque non cerca, la complicità del lettore, non vuole il suo applauso né i suoi complimenti. Pretende la sua collera, reclama la sua indignazione per l’asservimento del popolo bengalese, per la violenza e l’arroganza del padrone terriero, dei militari e dei latifondisti.
“La preda” è lontana anni luce dai libri di altre scrittrici indiane di lingua inglese, opere che riscuotono anche un certo successo in Europa e che sempre più trovano visibilità sugli scaffali della Feltrinelli, storie dal gusto molto occidentale, vicende che spesso trasformano i riti e le tradizioni popolari in patetici tic nervosi o poco più. Mahasveta Devi, invece, affronta la lotta quotidiana dei tribali costretti a combattere per non essere cancellati in nome del progresso. Negli ultimi anni, infatti, il governo del Bengala Occidentale – retto dal Left Front e guidato dal primo ministro Buddhadeb Bhattacharjee del Communist Party of India – ha scelto la strada di spregiudicate “riforme” liberistiche che privilegiano i grandi oligopoli indiani e internazionali.
Mahasweta Devi, benché comunista da sempre, definisce questo governo il peggiore mai esistito in India. Del resto, appena qualche mese fa, è stata testimone di quanto accaduto a Singur nel 40° anniversario della storica rivolta di Naxalbari (leggete il racconto “Madre del 1084”). Il 3 marzo del 1967 i braccianti del villaggio di Siliguri attuarono una clamorosa forma di protesta: pur non avendo alcun titolo di proprietà, occuparono la terra dei zamindars, cioè di quelli che i titoli l’avevano. La rivolta si estese a macchia d’olio nelle campagne del Bengala e rese evidente la necessità di una riforma agraria. Quella attuata dal governo del Bengala negli anni ’70, dunque, fu anche conseguenza della rivolta di Siliguri. La ragione.
Dopo 40 anni, si corre il rischio di azzerare quanto realizzato sino ad oggi. Basta leggere le parole della Devi a proposito di ciò che è accaduto a Singur nel dicembre scorso: una battaglia in piena regola che ha visto contrapposti operai e contadini a ruspe, camionette della polizia, e ben 600 militari. E pensare che (incredibile ma vero) tutto nasce da un editto coloniale del 1894, il Land Acquisition Act, una sorta di autorizzazione all’esproprio per motivi di pubblica utilità. La corona Britannica se ne servì per la costruzione di ferrovie, ponti, strade. A rispolverarlo, oggigiorno, è la TATA Motors che, in forza di quello stesso editto coloniale, vorrebbe sottrarre alle popolazioni locali (parliamo di quasi 20.000 persone) 1200 acri di terra per far spazio ad un insediamento industriale del comparto auto. Già perché TATA Motors ha deciso di realizzare a Singur la macchina più piccola e più economica al mondo, l’auto dei poveracci, per intenderci.
A pensarci bene 1200 acri di terra per una fabbrica di automobili, anzi no, per la fabbrica che produrrà l’utilitaria meno costosa al mondo, sono davvero tanti. Ma il fatto è che all’onta si aggiunge la beffa. La terra non solo viene requisita, viene anche inserita nelle Special Economic Zone, SEZ per gli amici. Di che si tratta? Zone franche. Cioè aree all’interno delle quali non esistono regole. Tana libera tutti. Niente oneri fiscali, niente vincoli ambientali, agevolazioni di ogni tipo per l’accesso ai servizi primari, niente controllo sindacale. Una pacchia. Ecco perché TATA Motors vuole quei 1200 acri, ne ha bisogno per poi ficcarci dentro residence, shopping center e compagnia bella. La forza.
E torniamo a Mahasveta Devi, che avendo ottant’anni suonati, credo s’interessi poco di motori. A me, invece, è toccato farlo. Da un po’ di tempo la mia macchina emette rumori sinistri, strazianti cigolii, clangori inquietanti. La cosa che mi sento ripetere più spesso è: quand’è che la cambi? Confesso che per qualche settimana ho anche preso in considerazione questa possibilità.
Una FIAT
…perché non si possa dire che non aiuto l’industria italiana. Ma soprattutto quelli che ci lavorano. Poi però ho fatto un’agghiacciante scoperta. La FIAT dei Montezemolo che: la FIAT deve aprire ai mercati orientali; la FIAT dei Marchionne che: anche l’amministratore delegato indossa maglioni girocollo; quella FIAT lì realizza una Joint Venture con TATA Motors per la produzione dell’auto dei poveracci. Insomma è proprio destino che le cose fra me e la FIAT non possano funzionare. E quando uscirà l’auto dei poveracci, allora voglio vedere se sarà una vera auto da poveracci, come la mia Peugeot.

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