AAAAA Felicità cercasi

“that all men are created equal, that they are endowed, by their Creator, with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the pursuit of Happiness.”

Qualche giorno fa ho giocato. Ho giocato a fare la prostituta. Solo che era pieno giorno e non battevo alcun marciapiede. Ad esser sinceri, si è trattato solo di un paio di colloqui di lavoro. Ma in fondo anche questo è vendersi. E, a pensarci bene, quello che si è disposti ad offrire è molto di più di quello che concedono le ragazze della notte
Loro mettono sul piatto un tempo brevissimo ed un bel pezzo di carne fresca. Io di carne nulla, ma quanto tempo…
E chi sa chi si vende peggio dei due. Ho un buon lavoro, o meglio quello che la società odierna considererebbe tale
Mi permette di pagare il mutuo della casa, avere un tenore di vita discreto, togliermi qualche sfizio ed altro ancora. Poi la vita privata va a puttane (e tutto già si ricollega!) perché vendere il proprio tempo per (forse) troppo poco, è il peggior meretricio. Ma questo la società non lo sa. O forse lo sa ma non lo vede. Perché in fondo non si vede affatto.
Però, anche se la gente se ne frega, capita un giorno che ti vuoi riprendere il tuo tempo. Ed allora provi a barattarlo con altro. Ma spesso si ha ben poco da offrire.
Tutto questo prendere e lasciare deve avere origini antiche. Deve risalire almeno al 1776 o forse a tanto, ma tanto tempo prima. Forse nel 1776 qualcuno si è semplicemente preso la briga di metterlo nero su bianco.
Duecentotrentuno anni e sei mesi dopo, che poi sarebbe sabato scorso, al cinema c’era una gran folla. Decisamente troppo per i miei gusti. Tutti, come un fiume, nella stessa sala
Centotrenta milioni di dollari incassati nella terra di T. Jefferson rappresentano, o meglio DEVONO rappresentare, un ottimo biglietto da visita. Del resto The pursuit of happiness sembra incarnare il sogno americano o, comunque, ciò a cui l’americano medio tende ed anela. E fin qui, niente di male. A lasciarmi perplesso è il modo in cui si materializza questa felicità al termine della storia raccontata dalla regia di Muccino: affermazione sociale e conseguente benessere economico. Quasi che un rapporto indissolubile tra padre e figlio (che non tentenna nonostante i continui assalti di una vita di stenti) non rappresenti già una forma di felicità. Tanto da spingere il protagonista della storia a questa ricerca quasi disperata ed ostinata che, manco a dirlo, alla fine lo porterà al termine dell’arcobaleno dove troverà la pentola piena d’oro.
Insomma, davvero la felicità è tutta qui?
Certo, un material man come me non dovrebbe porsi certe domande. Eppure succede. E allora mi viene da pensare che questi americani avrebbero fatto meglio a fare tutto in casa, dato che chiamando Muccino, un non-americano, alla regia del film, hanno scelto il punto di vista di chi non sa cosa sia e cosa significhi Ellis Island.
Forse i sogni cambiano forma e sostanza solcando gli oceani, forse la storia li condiziona. Da buon europeo tutto storia (che non conosco) e cultura (che non ho) la La ricerca della felicità del regista italiano mi è sembrata alquanto triviale. E non per motivi tecnico-cinematografici (“per le recensioni ci sono i critici” mi dice sempre Mauro!) ma per il valore concreto che ad essa viene dato.
Mi piace pensare la felicità come una condizione dell’animo addirittura indefinibile. Forse la ricerca della felicità è l’avverarsi di un sogno e basta. Mettere in discussione i sogni è insensato. A questo punto, credo che l’importante sia averne.

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