Siamo ancora vivi?

Non di rado mi capita di leggere e di sentire parlare di un DopoSaviano. Lo si fa un po’ come per anni abbiamo sentito parlare della Seconda Repubblica, cioè di qualcosa che ci è apparsa come una frattura e che invece si è rivelata solo una pausa di riflessione. Quasi viene da pensare che l’Italia sia propriamente il Paese delle pause di riflessione. Tutti fummo colpiti da Caponnetto, citato anche da Saviano nel suo ultimo articolo sull’Espresso, quando disse le parole: “E’ tutto finito!”. Il paese si raccolse tutto attorno alla Sicilia. I ragazzi, pregni di rabbia, uscirono per le strade. Diedero la forza a Caponnetto di rialzarsi dal proprio baratro e trovare ancora gambe per camminare. Poi l’esercito, il 41 bis, gli arresti… Ben presto però anche Caponnetto non troverà più strade per continuare ad agire e a sperare. Ogni atto divenne stasi, ogni urlo si tramutò in silenzio. La politica e la stampa non c’erano state prima delle stragi e, coerentemente, continuarono a non esserci dopo. Fu una pausa di riflessione.
Ora Saviano potrebbe essere una frattura. Potrebbe e dovrebbe. Lo è sicuramente dal punto di vista letterario. E’ giusto che si parli di un DopoSaviano perché è lui, che attraverso la forza della (sua) letteratura, ci ha parlato di un Prima e di un Dopo. Ci ha narrato e rivelato la nuova Camorra, un Sistema che non ha più nulla di territoriale, e che rappresenta l’economia vincente in Italia e nel Mondo. Saviano ricorda a chi come me, partito da Caserta per costruirsi una “nuova” vita in Emilia Romagna, che non è affatto sfuggito agli apparati e all’economia della criminalità organizzata. Che l’edilizia che mi circonda mi risputa in faccia la parola Camorra; e questo mostro latente si muove ovunque si possa rivolgere lo sguardo. Per chi è andato via dalla terra dei fuochi e dei morti ammazzati, la sensazione di impotenza può risultare ancora meno digeribile di chi resta. La Camorra, a differenza della solidarietà, non è solo una parola!
La cosa che si digerisce meno di tutte è che nessuno raccoglie la fondamentale ricostruzione letteraria del Sistema Camorra di Saviano. I politici ancora circoscrivono colpevolmente il fenomeno ad una questione meramente territoriale. Presumibilmente non sanno niente di questa Camorra, e quelli che sanno qualcosa non saprebbero, nel caso volessero, neanche da che parte cominciare. Oppure cominciano a conoscerla davvero, e vengono raggiunti dalla consapevolezza che combatterla vuole dire penetrare un intero sistema economico, anche quello delle imprese del nord, quelle apparentemente pulite, quelle che ci hanno consentito l’ingresso in Europa, quelle che ci consentono di permanervi. Tutte ipotesi. Il dato certo è però che alla politica è sempre stato comodo annunciare lo stato d’emergenza, mentre siamo di fronte ad un processo continuo di moltiplicazione degli affari. Chi si vuole opporre a una potenza economica non può che attaccarla economicamente. Saviano è rimasto ancora il solo che ci parla delle infinite ramificazioni dell’economia del Sistema. Conviene invece alla gente che ci governa parlare di esercito e di aumento delle forze dell’ordine, dimenticandosi di raccontare alla folla che attende risposte istituzionali l’avvilente constatazione di un sistema giudiziario paralizzato. “Se anche il giro di vite annunciato avesse effetto, la Procura non potrebbe fronteggiare arresti e processi”, scrive Marco Del Gaudio sull’Espresso, sostituto procuratore dell’Antimafia. La Giustizia non ha i fondi, i mezzi, gli uomini per operare. In una condizione così precaria ci si aspetterebbe che si evitassero ulteriori aggravi causati dalle decisioni della politica. Invece siamo costretti ad assistere al surreale compiersi dell’incompiuto, le sceneggiate dei processi già destinati al nulla di fatto. Gli uomini che lavorano attualmente ai processi sono vittime frustrate e frustate dalla demenza di questo indulto, pensato solo per sbarazzarsi di corpi fastidiosi all’interno di strutture colpevolmente fatiscenti e precarie, senza la minima preoccupazione per le conseguenze che qualsiasi scelta o decisione dovrebbe responsabilmente considerare. E’ evaporata anche la dialettica tra repressione e riabilitazione sociale. Niente. Non c’è né l’una, né l’altra. Chi esce non è né punito, né riabilitato. In altre parole chi esce dal carcere stava male dentro e non ha niente fuori. Altra manodopera per la Camorra. Quale funzione, viene da chiedersi, è concretamente esercitata oggi dalla Giustizia? Senza parlare della sua progressiva svalutazione etica, e per questo l’urgente necessità di interventi riassestanti atti a contrastare le gravissime conseguenze che inevitabilmente sono derivate dalla caduta libera del valore, del senso ( e direi anche del sentimento) della legalità. Uno dei dati fondamentali che vengono fuori da Gomorra è che bisogna modificare diametralmente il modo di analizzare e di descrivere il rapporto tra nord e sud. Non è, come erroneamente siamo stati a abituati a pensare, il nord, sviluppato economicamente, a dover sopportare il peso morto e limitante di un sud arretrato, bensì è il sud che oramai ingoia la condanna di essere letteralmente la discarica del nord più sviluppato. Molte imprese del Veneto e della Lombardia, ma anche dell’Emilia Romagna, si accordano con la Camorra per lo smaltimento dei rifiuti tossici da sotterrare nelle terre della Campania. La Camorra gli offre un risparmio economico di circa l’ottanta per cento rispetto ai costi ordinari. In altre parole in Campania finiscono illegalmente i rifiuti dall’Italia quasi intera, mentre i propri rifiuti non li riesce a smaltire, e nelle situazioni di emergenza vengono spediti in Germania a prezzi cinquanta volte superiori a quelli pagati dalle imprese clienti della Camorra. Oggi siamo, dal punto di vista dei rifiuti, ben oltre l’emergenza. L’unica risposta che Bassolino sa darci è il termovalorizzatore, che diverrà evidentemente un altro terreno di conquista del Sistema. E la gente che protesta lo sa prima di qualsiasi politico. L’inceneritore più grande d’Europa in uno dei territori più tossici del mondo: la terra dei fuochi. Qui tutto brucia insieme ai rifiuti. Un fuoco che porta con sé ogni cosa. Terra dove i contadini per l’alto inquinamento sono costretti a vendere le loro terre alla Camorra, che trova nuovi spazi per sotterrare altre vergogne del nord. E’ questo il DopoSaviano: l’obbligo di invertire la rotta dei nostri ragionamenti. Considerare più che la Storia, la Geografia della Camorra, che vince e conquista fuori dalla Campania, senza neanche l’evidenza di una battaglia. Tutto viaggia. Silenziosamente. E nessuno dice niente. Questo è quello che non si sente. Questa è la vera riflessione che non può avere Pausa. Un pensiero che non può più tornare indietro, ma che deve continuare a muoversi, quale sgomitante vitalità della rabbia. Una rabbia che deve trovare il suo spazio e la sua ragione.
Parlare di plebe a Napoli per motivare una personalissima sociologia della rassegnazione mi sembra un modo come un altro per fissare un inquadratura, senza che da essa possa uscire nulla. Immortalare un problema, paradossalmente disinnescandone la problematicità. E’ semplicistico rassegnarsi alla cosiddetta plebe. Non è senz’altro un nuovo modo di ragionare. Anzi, è arcaico. Inoltre ci si confronta anche con la plebe, se proprio di plebe vogliamo parlare. Se il lavoro precario è uno dei mali oggettivi dell’Italia, a maggior ragione lo è il lavoro nero. Al sud si può dire che il lavoro nero è ovunque. Naturalmente, ovunque c’è un lavoro. L’egemonia della Camorra trova proprio in ciò, è banale dirlo, una delle chiavi di forza. Quando il Sistema dà un lavoro a dei ragazzini il suo mito è già operativo. Per loro la possibilità di entrare nel Sistema è una speranza, avere le mani nere una sentenza. E dimenticarsi di combattere il lavoro nero è l’ennesima sentenza che la politica italiana offre a queste terre.
Sarebbe bene essere più coerenti. Chi dice che non c’è niente da fare, non dicesse nulla. Tacere in questi casi sarebbe segno almeno di buona educazione. Per gli altri che avessero altro nello stomaco e nei polmoni, facessero dell’unica voce letteraria un urlo collettivo: “maledetti bastardi, siamo ancora vivi!”

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