Verso Gomorra

Non ho mai dimenticato quand’ero più piccolo e tornando a casa mi imbattevo in un gruppo di amici che chiacchieravano giù al parco, in prossimità dei citofoni. Non so dire se la mia rimembranza si riferisca ad un’esperienza isolata piuttosto che reiterata, fatto sta che nel preciso istante in cui penso a lui lo colloco lì, presso i citofoni. A dire il vero, ricordo benissimo il suo sguardo, che devo avere incrociato più volte, rincasando: gentile e sorridente, con un’espressione di ironica intelligenza.
Ebbene, da quella intuizione – integrata dalle informazioni su quello che faceva – scaturiva nel corso degli anni una forte curiosità intellettuale nei suoi confronti. Oggi, però, quel volto finito in copertina, di cui ancora non avevo colto le possibilità espressive, né conosciuto il carattere quasi minatorio, allorché viene a mancare il lavoro temperante del sorriso, è divenuto anche un peso da dover sostenere. I suoi occhi informano di un’orrenda verità che noi siamo, che io sono. La sua opera – nella quale dato fattuale ed elemento letterario sono coessenziali – è simile a quei fenomeni naturali cui si attribuisce la duplice determinazione d’essere un misto di bello e tremendo.
Non nascondo, ma neanche esibisco, che ho sofferto molto viaggiando, attraverso le pagine, nell’impero economico della camorra. Forse ancor di più dopo aver concluso la lettura.
Preparavo l’esame di filosofia della storia, il cui programma verteva su L’essenza del cristianesimo di Feuerbach. Subito dopo pranzo pensai che prima di riprendere lo studio avrei fatto bene a terminare Gomorra, dato che restava solo l’ultimo capitolo da leggere. Impiegai molto tempo. Del resto ho letto tutto il libro con lentezza. Alle 14:55 giunsi alla fine. Poi ritornai all’ultimo capoverso di pagina 329 e proseguii di nuovo sino alla fine. Poco dopo le 15 scoccò l’urlo: “Maledetti…”; in dieci minuti l’occhio aveva percorso due pagine.
Con la mente colma delle sue parole, respiravo con nervosismo. Camminai in giro per la casa, scuro in volto e le sopracciglia aggrottate, per tre quarti d’ora. Riflettei molto. Fu una cosa che immediatamente mi colpì, poiché abitualmente lo faccio da seduto. Non volli preparare l’esame. Poi tentai, ma non continuai a studiare. Esistono determinati pensieri di cui non ci si può liberare se non riflettendo fino in fondo, per i quali bisogna portare interamente a compimento la riflessione: pensieri che, per affrancarsene, non vanno scacciati, ma piuttosto accolti. È questo il solo modo con cui, in certi casi, quella fastidiosa percezione di gravità sul capo si annienta e sprofonda nel nulla.
Il giorno seguente andai a Napoli per l’esame, pur avendo dedicato il mio tempo ad altro. Mentre l’autobus attraversava corso Garibaldi, Barbara mi parlava dei suoi prozii, da cui era stata a pranzo di recente. Una coppia di persone individualmente felici – vale a dire non l’uno per merito dell’altra – e abbastanza attivi, nonostante la senilità. Barbara mi riportava i discorsi dell’uomo, il quale raccontava di quando aveva perso quattrocento milioni di lire in borsa, o di quando era stato costretto a sborsare una cifra esorbitante dopo essersi ingenuamente offerto di pagare il pieno allo yacht di un amico ospitale – senza assolutamente immaginare la capienza del serbatoio. La donna, di origine piemontese, parlava invece della produttività del nord, dell’arretratezza e inutilità del meridione; anzi del suo essere non solo improduttivo, ma soprattutto peso per l’efficienza del settentrione, dove si lavora, innova, in breve, si crea ricchezza. Il sud Italia, per questa donna, era ed è spazzatura, in quanto ogni cosa, nella misura in cui è buona e giusta ed è fatta in Italia, emana dal nord. Avevo in mente l’intera opera e il capitolo letto meno di ventiquattro ore prima, Terra dei due fuochi, quando si parla, riguardo ai rifiuti, di vettore nord-sud, Europa, competitività, abbattimento dei costi, di imprese settentrionali che, attraverso gli stakeholder, adottano territori del napoletano e del casertano come enormi discariche. Pensavo “Lo sai che gli stakeholder hanno fatto andare in Europa questo paese di merda?” e a me chiedevo “Marce’, lo sai o no?”. Come il giorno precedente, aggrottai la fronte. Sedevo di fianco al finestrino, poggiato sul gomito. Portai alla bocca la mano sinistra, aprendola: col pollice iniziai a premere sullo zigomo, poi roteando le dita le portai giù, alla base del volto, e spinsi in su il doppio mento sino a mutarne la forma. Divenne concavo. È così che raffiguro la mia debolezza, questa è l’immagine: divenire concavo di un convesso.
“Divenire concavo di un convesso” significa solipsismo, significa coscienza. La forma concava figura la dimensione dell’interiorità entro la quale l’esteriorità pure è costretta, compressa. Il corpo è vissuto come contaminazione, anziché mezzo del protendersi, del gettarsi fuori o al di là di sé. In Memorie dal sottosuolo Dostoevskij scrive che bisogna esser semplici per agire; trovo sia vero. Arrestarsi davanti a un possibile, scovare i motivi per non agire ed effettivamente omettere di fare: tutto ciò è esser complessi. In tale sospensione sopra la nuda vita, il pensiero è davvero silenzioso, è a questo punto che è irrimediabilmente astratto, quando non riesce a produrre effetti. Quando prosegue di spalle all’azione, quando esaurisce il suo fare nel trasportare tutto il fuori dentro, tutta la realtà nelle concavità dell’Io. Il capitalismo, il parlamento, la sinistra: tutto è ridotto a fenomeno di coscienza e il pensiero è organo della solitudine.
Conosco me stesso, la mia vacuità. Non ho la presunzione dell’idealista tedesco che fa di un’eterea autocoscienza un tutto e asserisce: Io sono ogni realtà. Che poi è un nulla imbellettato, un torbido, un meschino riempire di realtà il proprio niente; o il tentativo di investire colla propria inconsistenza il mondo. Certo, m’imbarazza ammettere ciò che sono, gradirei poter dire altro da ciò che è, imbrogliare le carte, confondere. Sfruttare il carattere astrattivo del linguaggio in base al quale il “detto” è distinto dalla “cosa”. Ma l’uomo di verità non conosce ciascuna delle possibilità della parola. Sa che la verità, perlomeno la verità di fatto, va confessata in righi ritti come sbarre: poiché il vero è coercitivo e la libertà sta tutta dalla parte della menzogna – come insegna Hannah Arendt.
Non v’è modo di starne fuori. Se l’inoppugnabilità del dato, se il fatto d’esser qui – l’hic et nunc – annuncia un contenuto di realtà, allora è vero che sono presente, esistente, reale. Non come autocoscienza, bensì come essere umano. Come tale sono responsabile di me, della mia ignoranza e chiusura. Sono vero e giudicabile. Ho reso il pensiero organo della solitudine. Io sono empiricamente. Io sono il male nel mondo, almeno anche io ne partecipo!

Per fortuna stavolta non ero solo mentre riflettevo. Cercai l’abbraccio di Barbara, e tramite lei una qualche relazione al mondo. (Barbara… ancora non ho ben capito per me chi sia: se l’epigono, l’ultimo tassello d’alterità o piuttosto l’appendice di un qualcosa che è ancora me stesso.) Parlammo assieme. I parenti, le lamentazioni della donna. Discutemmo ancora di Gomorra, finché l’autobus non costeggiò il marciapiede. Scendemmo. Sistemai lo zaino, mi voltai in alto per qualche istante. Osservai brevemente la statua sopra di me – la statua di un eroe. Imboccai Corso Umberto I. Di lì a qualche ora avrei parlato di Feuerbach, del meccanismo di alienazione religiosa, della separazione dell’individuo dal genere. Dato che c’era tempo, prima dell’esame andai a Port’alba per comprare un libro su cui avevo messo gli occhi da qualche tempo, un libro di Francesco Barbagallo: Il potere della camorra. Ché la lettura è qualcosa di diverso dalla vita, non è seguire giorno per giorno la guerra di Scampia. Però si inizia a capire. È per questo che – se coincide col principio di un cambiamento – è utile leggere Gomorra: per sentirsi ancora uomini degni di respirare!

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