Scrittori emiliani contemporanei

Io sono quello che non ce la faccio, esordisce più o meno così Nori in uno dei suoi primi romanzi. Per me un incipit folgorante. Ma questo non c’entra. Salvo per il fatto che la folgorazione mi spinge ad andare ad un suo reading all’Einaudi di Bologna. E però non arrivo in tempo, la lettura è finita ed io riesco soltanto a scambiare quattro chiacchiere con Nori, a lasciargli il mio indirizzo di posta elettronica, per la mailing list, per farmi inviare le prossime date delle prossime letture.
Passano più di sei mesi e finalmente ecco il reading alla Feltrinelli di Bologna. Ecco che vado. Ecco che entro. Ecco che Buonasera. C’è pochissima gente. Paolo Nori non c’è. Non vedo nessuno. Mi sembra stano. Ho sbagliato data? Chiedo. Non hai sbagliato data, mi dice la ragazza delle Informazioni, devi andare al piano sottostante… Ed io, che nemmeno sapevo esistesse il piano sottostante! Ma questo non c’entra.
Ci sono Paolo Nori ed Ermanno Cavazzoni. Quest’ultimo, che nemmeno sapevo esistesse, è autore (tanto per dire) de “Il poema dei lunatici”… da cui Fellini ha tratto “La voce della luna”… alla cui sceneggiatura ha partecipato lo stesso Cavazzoni. Ma questo non c’entra. Nori legge il suo ultimo romanzo – edito Bompiani – “I quattro cani di Pavlov”. Cavazzoni anticipa, commenta, scantona.
Io, per me, sono impreparato. Non ho fatto in tempo a leggere l’ultimo romanzo di Nori edito Bompiani. Comunque c’è qualcuno molto più preparato di me che, al termine della lettura, formula delle domande. Possiamo dire che la sua è una scrittura minimalista? Chiede qualcuno molto più preparato di me.
Com’è logico Nori risponde che lui non sa nemmeno cosa vuol dire scrittura minimalista. Né saprebbe definire una scrittura massimalista e via dicendo. In genere è difficile fare una domanda che abbia un senso. Ancor più difficile è fare una domanda che, oltre ad avere un senso, sia anche una domanda interessante.
Devo confessare che anche a me, nel corso della lettura, viene in mente una domanda. Però, non avendo letto “I quattro cani di Pavlov”, non essendo preparato, non sapendo nemmeno chi sia Cavazzoni, non ho il coraggio di farla. Allora, una volta rientrato a casa, scrivo una lettera a Paolo Nori e nella lettera formulo la domanda e poi invio la lettera al suo indirizzo di posta.
Il giorno dopo mi arriva la risposta. In realtà non si tratta di una risposta ma di un invito. Nell’invito c’è scritto che la domanda non è molto chiara ma che, se voglio, posso andare con lui, Ermanno, Daniele e Ugo a Reggio Emilia, di sabato, che loro si incontrano per fondare una rivista letteraria e magari ne parliamo.
Rispondo immediatamente, sì, vengo. La mia non è proprio una risposta. In verità parlo molto di mio nonno, nella lettera. Mio nonno è nato quasi a Reggio Emilia. A Massenzatico. Ma questo non c’entra. Comunque poi di sabato vado nel luogo dell’incontro e lì ci sono altre trenta persone, tutte più preparate di me. Per esempio tutti hanno letto questo nuovo libro di una piccola casa editrice. Europeana si chiama il libro. Io, mai sentito. L’hanno letto tutti. Io, mai letto. E discutono. Lanciano idee. Si confrontano. È meraviglioso, penso.
Una delle idee emerse durante l’incontro è basata sulla traduzione. Su esempi di traduzioni possibili. E vien fuori che l’evangelica espressione È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli è il frutto di un errore di traduzione. Il vocabolo tradotto con Cammello in realtà si riferisce ad un particolare tipo di corda, una corda molto spessa e pesante. Però, come giustamente osserva Nori: Te vuoi mettere l’immagine di questo cammello che tenta di infilare la faccia dentro la cruna dell’ago, così, e non ci riesce?
La traduzione è un argomento che mi ha sempre interessato moltissimo. Come si può ignorare che leggere il libro di un autore straniero tradotto in italiano vuol dire, in realtà, leggere il libro di un autore italiano che traduce da una lingua straniera? La traduzione andrebbe considerata in quanto tale, il traduttore in quanto autore. Basta prendere un libro qualunque che abbia il testo originale a fronte per rendersi conto del significato della traduzione. Il traduttore non applica semplicemente delle regole, non converte le parole o le espressioni in esatte corrispondenze. C’è una scelta creativa alla base. Un libero gioco linguistico. Un’esigenza di fedeltà all’originale che è fonte continua di ispirazioni, suggestioni, scoperte. Ammesso che si tratti di buone traduzioni.
Ecco perché ho inserito nel fondo di questo articolo Joan of Arc di Leonard Cohen e Giovanna d’Arco di Fabrizio De Andrè. Però Dario mi ha detto che secondo lui questo non c’entra.
Mi ha subito convinto. Ho scritto una nuova lettera a Paolo Nori e c’ho messo dentro una nuova domanda. Niente di niente sulla traduzione. Il giorno dopo arriva la risposta. In realtà non si tratta di una risposta ma di un invito. Ad aprile ci sarà il secondo incontro della futura rivista. È meraviglioso, penso. Ma anche questo non c’entra.

GIOVANNA D’ARCO
Attraverso il buio Giovanna d’Arco
precedeva le fiamme cavalcando
nessuna luna per la sua corazza
nessun uomo nella sua fumosa notte al suo fianco.

Della guerra sono stanca ormai
al lavoro di un tempo tornerei
a un vestito da sposa o a qualcosa di bianco
per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto.

Son parole le tue che volevo ascoltare
ti ho spiato ogni giorno cavalcare
e a sentirti così ora so cosa voglio
vincere un’eroina così fredda, abbracciarne l’orgoglio.

E chi sei tu lei disse divertendosi al gioco,
chi sei tu che mi parli così senza riguardo,
veramente stai parlando col fuoco
e amo la tua solitudine, amo il tuo sguardo.

E se tu sei il fuoco raffreddati un poco,
le tue mani ora avranno da tenere qualcosa,
e tacendo gli si arrampicò dentro
ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa.

E nel profondo del suo cuore rovente
lui prese ad avvolgere Giovanna d’Arco
e là in alto e davanti alla gente
lui appese le ceneri inutili del suo abito bianco.

E fu dal profondo del suo cuore rovente
che lui prese Giovanna e la colpì nel segno
e lei capì chiaramente
che se lui era il fuoco lei doveva essere il legno.

Fabrizio De Andrè

JOAN OF ARC
Now the flames they followed Joan of Arc
as she came riding through the dark;
no moon to keep her armour bright,
no man to get her through this very smoky night.
She said, “I’m tired of the war,
I want the kind of work I had before,
a wedding dress or something white
to wear upon my swollen appetite.”

“Well, I’m glad to hear you talk this way,
you know I’ve watched you riding every day
and something in me yearns to win
such a cold and lonesome heroine.”
“And who are you?” she sternly spoke
to the one beneath the smoke.
“Why, I’m fire,” he replied,
“And I love your solitude, I love your pride.”

“Then fire, make your body cold,
I’m going to give you mine to hold,”
saying this she climbed inside
to be his one, to be his only bride.
And deep into his fiery heart
he took the dust of Joan of Arc,
and high above the wedding guests
he hung the ashes of her wedding dress.

It was deep into his fiery heart
he took the dust of Joan of Arc,
and then she clearly understood
if he was fire, oh then she must be wood.
I saw her wince, I saw her cry,
I saw the glory in her eye.
Myself I long for love and light,
but must it come so cruel, and oh so bright?

Leonard Cohen

Mauro Orletti

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