It’s contemporary art!

Non è che uno possa parlare di arte senza nemmeno sapere cos’è l’arte oggi, quali sono i movimenti che animano la scena internazionale, in che modo si esprime l’artista contemporaneo. Non è che uno possa parlare di tendenze, forme, significante e significato senza essere stato alla Biennale di Venezia.
Non vorrei dare un colpo a mio padre ma anche dopo gli impressionisti si è continuato a dipingere…
A me non interessa dimostrare di essere un esperto, anche se – prima o poi – desidero diventare esperto in qualcosa… chessò, esperto in tappeti. Oggi come oggi non mi interessa perché so benissimo che, prima di diventare esperto in una sola materia occorrono anni ed anni di studio, approfondimento, pratica. Perciò, se uno di 28 anni si dice esperto di cinema, letteratura, fotografia, vini… diffidate. Vuol dire che non capisce nulla.
Comunque a Venezia sono andato carico di aspettative, curiosissimo, pronto a sfatare certi pregiudizi di cui è vittima l’arte contemporanea. Questo, forse, spiega le tremende oscillazioni che hanno rischiato di ribaltare il vaporetto della linea 51 (NO CANAL GRANDE) che dalla ferrovia porta direttamente ai giardini della Biennale. Sei euro il biglietto andata e ritorno più 15 euro l’ingresso. 8 euro per studenti. Mi fingo studente e col tesserino dell’alma mater recupero altri 7 euro dalla cospicua somma versata per anni all’Università di Bologna.
Nel biglietto è anche compresa una cialdina di caffè Illy. Inserita nell’apposita macchinetta situata nell’apposito chiosco consente di preparare un apposito caffettino gratuito, prelibato, intellettuale. Cazzo se è intellettuale Illy… raccolto, macinato e servito anche al festival letteratura di Mantova.
Basta divagazioni. Entriamo nel padiglione principale che, a causa di una scritta a caratteri cubitali ITALIA, crediamo sia dedicato alle opere di nostri connazionali. Beata ingenuità! La video-art esercita una forte attrazione sia sugli artisti che sul pubblico. A causa della mia profonda ignoranza e dell’atrofizzazione del senso estetico, la video-art mi annoia normalmente mortalmente. Sicché l’immagine di un cervo che rumina, bruca-rumina-solleva la testa-abbassa la testa-torna a brucare-a-ruminare e via di seguito… è un’immagine che quasi non mi piace. Quasi non mi interessa. E non mi colpisce il mimo che esegue docilmente i semplicissimi ordini di una voce-padrone, la schiena del ragazzo pelato con il giubbino jeans, le smorfie del volto in primissimo piano, le luci della città, il traffico della città, la siringa, l’artista che disegna, dipinge, costruisce. Ma solo perché sono artisticamente immaturo. Solo perché mi sembra di una sconvolgente banalità il significato allegorico (per non dire analogico) di questi lavori. Perché se uno vede come vestono, se uno li sente parlare, se uno li osserva mentre camminano o rilasciano interviste, uno si dice Miodio quanto sono cazzuti e profondi questi artisti contemporanei e chissà che opere, chissà che complessità di lettura e sofisticazione intellettuale. Invece no: il mimo che esegue docilmente gli ordini inutili di una voce senza volto. Tutto qui. Ecco il significato recondito, ecco l’allegoria.
L’alternativa è l’invenzione fine a se stessa, autoreferenziale, ironica e fanciullesca (come ho sentito dire da un visitatore), vicina al nonsense e anche quella, comunque, vista e rivista. Come il laboratorio “esploso” nel padiglione belga, come la lingerie del padiglione giapponese, come il vuoto in quello rumeno. Il cui titolo “L’influenza europea” sembrava alludere ad una violenta polemica sui contenuti ed invece… Nel padiglione vuoto si conservano le tracce delle precedenti edizioni e l’artista ha inteso così… ecc…
Tra uno schermo e l’altro c’è una sala dedicata a Francis Bacon. I suoi lavori quelli sì mi piacciono, ma se pensate che lasci trasparire una minima traccia di entusiasmo vi sbagliate di grosso. Cos’è questo vecchiume? Via! Alla larga! Il contemporaneo è: numerosi palombari inginocchiati che bevono da un calice dorato, architetture prive di porte o finestre sulle quali campeggiano scritte geometriche tipo insegne autostradali, pannelli trasparenti sospesi e palline di ferro sul pavimento, improbabili accumulazioni di solidi colorati, il vicolo cieco dell’artista russo che ha intitolato la sua opera Vento e tre personaggi che danzano attorno ad un’orrida scultura gridando “it’s contemporary art!!!!”. Passi l’arte… sulla sua contemporaneità permangono dubbi. Di contemporaneo c’è solo l’atteggiamento del pubblico che, armato di fotocamere digitali e telefonini ultimo modello, immortala fra uno sghignazzamento e l’altro le amenità scelte per l’edizione 2005 della Biennale. Li vedi che fanno capolino nella stanza, sbirciano per vedere se c’è qualcosa di divertente e passano alla prossima attrazione. Non è una mostra, è un luna park.

Mauro Orletti

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