Se Husserl bevesse grappa

Sempre amata la filosofia. Ai tempi del liceo si era in due o tre, ci si incontrava per bere grappa e parlare di questo o quel pensatore. La sacrosanta verità.
Oggi, vivendo a centinaia di chilometri l’uno dall’altro, si fa una gran fatica. I rapporti con cervelli tipo Husserl si deteriorano. La conversazione a due è troppo lenta: il problema sta tutto lì. “Logica formale e trascendentale” (Laterza 1966) richiede uno sforzo disumano per rimanere svegli. Ed uno sforzo ancor maggiore per comprendere le parole dell’interlocutore. Si può ricorrere alla grappa, in nome dei vecchi tempi…
Macchè! Non è la grappa a districare i fili, ma il confronto con le idee di buoni amici. E’ quello a rendere accessibile uno come Husserl.
Non bisogna arrendersi però. La soluzione potrebbe risiedere nel numero di cervelli messi a confronto. Si potrebbe chiedere aiuto a Kelkel e Schérer, autori dell’utilissimo saggio “Husserl. La fenomenologia e il suo creatore”, edito in Italia da Il Saggiatore.
I due nuovi interlocutori fanno il lavoro sporco. A noialtri, amanti della grappa, non resta che ascoltare le parole del redivivo prof. Husserl.

“I tempi sono quel che sono. Personalmente, signori, gradirei che vi occupaste dell’uomo concreto, dell’uomo che vive, che è, che esiste nella storia.
Non è un bel periodo per farlo. Troppo spesso si sente parlare di Verità eterne. Da dove vengono fuori queste verità? Non dalla coscienza, è ovvio. Fatemi il santo favore: accettate il mio consiglio. Lasciate perdere i vostri manuali! Dentro non troverete la minima traccia di certezze. Logico no? Non è possibile derivare forme matematiche dalla natura umana. Perciò non fatelo.
Ma attenti, guardatevi alle spalle, diffidate… la metafisica è sempre in agguato. Già… basta un passo falso e addio… Aria fritta!
Il mio mestiere, quello del pensatore, mi costringe ad inchiodarvi tutti al fatto, al fenomeno. Suona strano? Chi ve l’ha detto che… chiedete a loro, ai filosofi… eh? Diteglielo voi, piccoli figli di Kant, ditegli che interrogate la coscienza vivente, l’oracolo di Prossnitz.
Se non seguite questo piccolo suggerimento, non venite poi a lamentarvi. Ne ho sentiti di professori! Si lagnano del relativismo, puntano l’indice contro il dogmatismo…
Insomma vi ho avvisato. Dopo, è colpa vostra. Però un momento, ve lo ripeto. Fra rappresentazione e oggetto c’è dell’Altro, una specie di mediazione, diciamo un atto… esatto, un atto grazie al quale riferire l’espressione all’oggetto. Anzi… un’esperienza! Non mi veniva… un’esperienza. Va bene. Ma bisogna pur esprimere questa esperienza. Per farlo ci serviamo dell’intenzione significante. – Di cosa?
Niente, niente. Fate così, quando mettete la logica di fronte al fatto compiuto, all’esperienza vissuta, allora dite: intenzione significante. Avanti, ripetete: in-ten-zio-ne si-gni-fi-can-te. Bravi. Però adesso provateci davvero. Provate sul serio a mettere la logica davanti al fatto compiuto. Prendete un insieme di leggi a priori e vediamo se vanno bene come “grammatica” del vissuto. Voilà. Ecco svelato il trucco per avvicinare la materia al concetto.
Piano, andateci piano. A questo concetto manca qualcosa: l’intuizione. E qui, ci giurerei, voi tutti state pensando all’intuizione sensibile.
Ma allora non avete capito niente? Intuizione… intuizione… ovvero: vivere la presenza dell’oggetto. E se no come fate? Come lo riempite il significato di un qualunque oggetto? Con l’intuizione sensibile? ILLUSI! E la presenza dell’oggetto?
Scrivete: bisogna andare alle cose stesse. E non l’ho mica detto io! Non ci arrivate da soli? Insomma, devo fare tutto io? Ma tu guarda, altro che filosofi!
Scrivete: bisogna intuire l’essenza delle cose. Ma attenti… l’ho già detto. C’è la metafisica dietro l’angolo! Ancorate queste vostre intuizioni al sensibile.
Certo, adesso bisogna stare doppiamente all’erta. Guai a far confusione. Guai ad ammettere un’influenza reale della coscienza sull’oggetto. Guai a voi. Solo dei pazzi penserebbero che l’intenzione significante ha a che spartire con un intervento della coscienza nel mondo. L’oggetto non c’entra con la coscienza.
Va bene. Ho finito. Il mio ruolo termina qui. È ora che un io puro prenda il mio posto, che si ponga al centro della riflessione sulle esperienze vissute.”

A questo punto la lezione finisce, è finita anche la bottiglia di grappa, la resa è inevitabile ed il sonno incombente. Ed i vecchi amici? Che fine hanno fatto?

Mauro Orletti

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