La condizione umana linguistica

L’anno scorso La Nave di Teseo ha pubblicato un libro di fantascienza che sovverte tutti i canoni dei libri di fantascienza, “La galassia dei dementi” di Ermanno Cavazzoni. Siamo nel futuro, in una società evoluta e altamente tecnologica. Eppure siamo lontani dall’utopia. O almeno da quel che comunemente si intende per utopia. Che ovviamente è distante anni luce da quel che intende Cavazzoni.

Nell’introduzione all’Almanacco Quodlibet 2018 (“Rivoluzione, ribellioni, cambiamenti e utopie”) e poi in “Storie vere e verissime” scrive: «Sulle utopie si deve sparare a zero, perché l’uomo è malfatto ed è meglio se resta malfatto, impreciso, incostante, irragionevole, lussurioso, vendicativo, rancoroso, desideroso della donna altrui, e bugiardo, l’uomo per sua natura è bugiardo, quindi crolla ogni utopia…» E ancora: «…le utopie sono disastri. Meglio mirare al peggio, a un’utopia ad esempio dove sono tutti barboni, nullatenenti, alcolizzati, senza fissa dimora…»

Tradizionalmente si pensa ai mondi utopici come dimensioni ideali in cui si è arrivati ad un massimo grado di perfezione, al punto che non è più necessario cambiare. Tutto è perfetto, in equilibrio imperituro. Chi non desidererebbe vivere in un mondo così? Chi non vorrebbe trasferire la propria residenza nella “Città del Sole” di Campanella?

Nell’ottica di Cavazzoni ben poche persone. Lì tutto è controllato, le libertà individuali praticamente non esistono, perfino gli accoppiamenti sono decisi da dei funzionari.

Anche il socialismo è un’utopia, tant’è che Marx ed Engels nel “Manifesto del Partito Comunista” parlano di socialismo utopistico, che evolve in socialismo scientifico (cioè nel comunismo). E però, una volta realizzato concretamente, una volta passati dalla teoria alla pratica, anche il comunismo sembra assai poco desiderabile.

Un mondo dichiaratamente imperfetto, da questo punto di vista, è più attraente, almeno per lo scrittore che voglia raccontarlo. E “La galassia dei dementi” di Ermanno Cavazzoni è esattamente questo, un mondo imperfetto, in bilico sull’orlo del baratro. L’umanità è riuscita ad automatizzare quasi tutto, ogni genere di bisogno può essere soddisfatto da droidi immortali. Risultato: i pochi uomini ancora in vita sono inutili, non hanno niente da fare, pesano mediamente 2 quintali e si dedicano al collezionismo. Però anche l’intelligenza artificiale dei droidi, che è vittima di tare, boicotta il sistema e si espone a situazioni per le quali non è stata programmata. E la demenza si spande e non risparmia nessuno. Circostanza che, almeno così mi pare, è il vero motore della narrazione. Se l’intelligenza artificiale avesse riprodotto quella umana, eliminandone però i difetti, vi sarebbe stato ben poco da raccontare.

E dunque Ermanno Cavazzoni fa esattamente ciò che ha consigliato: spara a zero sulle utopie classiche e mira al peggio, «a un’utopia ad esempio dove sono tutti barboni, nullatenenti, alcolizzati, senza fissa dimora…»

In “Storie vere e verissime”, il nuovo libro appena pubblicato da La nave di Teseo, accade qualcosa di molto simile: solo che qui l’utopia contro cui si spara ad alzo zero è la Letteratura, che è una galassia anche lei, un apparato ministeriale in cui vivono scrittori, editori, critici, promotori, eccetera.

E Cavazzoni la ribalta costantemente in qualcosa di diverso: un limbo, ad esempio, un “limbo delle fantasticazioni”. In questo limbo, in cui non bisogna rendere conto di niente a nessuno, si è liberi di assecondare le proprie libertà, i propri segni particolari, i difetti. La fantasticazione, anche se  gonfiata fino a diventare  romanzo, non riesce a liberarsene e, anzi, se ne alimenta, di modo che ogni pagina sarà disseminata di tracce dell’autore, ogni Emma Bovary mostrerà manie e tic del suo Flaubert, perfino nel parlare: stessi inciampi, stesse ripetizioni, stesse imprecazioni.

Tutto questo è possibile solo se ci si affranca da un ideale di letteratura ormai antiquato e si accetta quella che Cavazzoni chiama «la condizione umana linguistica». Che è naturale e zavorrata dal corpo, che ha le sue impellenze, ha fame e sete, è impaziente di andare in bagno o magari è affetto da raffreddore, e così le parole vengono fuori un po’ alla rinfusa, certe volte urlate, certe altre in forma di balbettii. Va da sé che questa lingua non può essere presa in ostaggio dai professionisti. È la lingua del principiante.

«Avevano ragione i nazi fascisti a parlare di arte degenerata, malata, erano dei bravi critici, se togliamo il fatto che la volevano sopprimere». Arte malata, quindi, perché prodotta da una lingua difettosa, tutt’altro che pulita e ordinata, fatta di errori e ripetizioni, incertezze e anacoluti tipici del principiante. Che, per il suo bene, dovrebbe tenersi alla larga dall’utopia della Letteratura, perché quello è un mondo più simile alla “Città del Sole” di Campanella, dove si danno un sacco di regole, dove tutto deve essere incasellato e controllato, dove la gente non è felice ma arrabbiata, anche perché fra loro si aggirano i critici «che si dichiarano emissari dell’Onnipotente e quindi possono già dare piccoli anticipi del grande giudizio universale».

Nel limbo delle fantasticazioni la lingua è leggera e viene parlata un po’ ovunque, in cucina, in bagno, e viene usata non per fare la letteratura ma – banalmente – per dire la verità, per raccontare, appunto, storie vere e verissime.

E mi sembra in questo modo di aver speso tantissime parole per dire quello che lo stesso Cavazzoni sintetizza nell’Avvertenza a “Storie vere e verissime“: «In questo libro tutto ciò che è raccontato è vero, i personaggi citati sono esistiti, qualcuno esiste ancora, e per sincerarsene, a chi lo chiede posso fornire i recapiti».

[Mauro Orletti]

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