Tentativo di esaurimento del laborioso popolo uzbeko

Moltissimi Uzbeki hanno i denti d’oro, sia uomini che donne. Solo gli uomini però masticano il nasvai, una polvere derivata da un taglio di tabacco, pepe e altre spezie.

In tutte le città del paese ci sono coppie di giovani seduti sulle panchine o sotto l’ombra di qualche albero. Si tengono per mano, guardano assieme il cellulare, si pettinano a vicenda o si tagliano le unghie. Non si baciano mai.

Gli Uzbeki sono dei gran lavoratori ma se, per esempio, provate a dire a qualcuno: «cavolo siete un popolo di gran lavoratori, sempre lì a riparare strade, guidare taxi, vendere cibo e bevande, costruire case» ecco, questo qualcuno vi risponderà: le case le costruiscono i Russi.

Nei menu uzbeki ci sono sempre quattro o cinque pagine dedicate alle insalate: insalate calde e fredde, con carne o senza, in piatti grandi o piccoli, con l’aggiunta di maionese, estive o invernali, piccanti o rinfrescanti, certe insalate perfino senza insalata.

Ci sono moltissimi poliziotti, vestiti di verde, che fanno roteare un manganello arancione. Generalmente non muovono un dito, stanno in piedi, si guardano attorno, sputano un po’, fanno roteare il manganello arancione. Non li vedrete mai dare indicazioni a un passante, fermare un’auto per eccesso di velocità, elevare una multa. Chissà se anche in Uzbekistan si dice così: «elevare una multa».

Gli Uzbeki passano buona parte della giornata in macchina. Parcheggiano all’ombra, spesso sui marciapiedi o a ridosso di qualche monumento, tengono le portiere aperte e ascoltano musica sbracati sul sedile anteriore.

E sempre a proposito di lavoro: lungo le strade e nelle piazze ci sono persone impegnate in occupazioni minime. Per esempio dipingono di bianco una barriera di cemento, bucano un tubo di gomma così che l’acqua zampilli fuori e bagni un’aiuola, strappano l’erba che cresce fra una mattonella e l’altra della pavimentazione, raddrizzano i poggia-mano delle panchine. E tutto con grande calma, meticolosità, precisione.

Quando poi un Uzbeko vuol sapere da dove venite allora vi domanda: «di che razza siete?».

Giorgio Messori ha scritto un libro ambientato a Tashkent: Nella città del pane e dei postini. Postini non se ne vedono, però il pane è ovunque. Lo vendono anche nelle stazioni, anche nelle antiche scuole coraniche, anche sul treno, anche alle fermate degli autobus, anche al parco Ali-Shir Nava’i, anche nei musei. Vendono tonnellate di pane e le donne lo trasportano dentro le carriole.

I venditori sono tutti gentili, «only look only look» – vi dicono – e vi accolgono nel loro negozio. Poi però vi stanno addosso e cercano in tutti i modi di vendervi delle tovaglie ricamate, «only look» e intanto ne tirano fuori una cinquantina, una dopo l’altra, «only look only look», e vi comunicano il prezzo, anche lo sconto, non c’è bisogno di chiederlo. «Dollars? Som?».

La cosa che costa di più in assoluto sono i libri e, fra i libri, i libri d’arte. Una pagnotta cosa 2.000 som, una cena 30.000 som, un libro 150.000 som, un libro d’arte 390.000 som.

Gli Uzbeki guardano il calcio, per esempio le partite dei mondiali. Però non commentano, non esultano, non parteggiano. Cioè non guardano veramente il calcio.

Dopo, siete su un treno diretto a Samarcanda, un treno un po’ vecchio a scompartimenti, in uno scompartimento con la porta scorrevole che non sta chiusa. E lì ci sarà un viaggiatore che dall’inizio alla fine del viaggio continuerà a sbattere la porta anche se la porta non vorrà saperne di restar chiusa.

Se fermate un taxi, in Uzbekistan, il guidatore abbasserà il finestrino per chiedere dove siete diretti. Se la meta rientra nel suo itinerario allora annuisce, apre lo sportello e con le dita indica il costo della corsa. Poi, mentre percorre un vialone di scorrimento, accosta e ripete la scena con un secondo cliente, poi un terzo, alle volte un quarto. La gente sale, scende, paga, e intanto siete lì che aspettate e vi domandate quando arriverete finalmente a destinazione.

Dalle auto aperte, ferme all’ombra, dove gli uomini trascorrono buona parte della giornata, viene fuori una musica cafona, tipo neo-melodica, però da discoteca.

I bagni pubblici uzbeki, specie quelli lunga la strada da Bukhara e Khiva, nel deserto del Kyzyl Kum, è meglio non usarli. C’è il deserto, usate il deserto.

Ancora a proposito di lavoro. Molti contadini coltivano la terra ai bordi delle strade. Difficile dire se crescerà mai qualcosa sul bordo polveroso di una strada a ridosso di un deserto, però i contadini uzbeki zappano e innaffiano, innaffiano e zappano.

Certi tassisti sono laureati in economia e sognano di andare a «perfezionare» la materia a Londra. Certi altri si chiamano Rustan, hanno i denti d’oro, sputano fuori dal finestrino e quando sanno che siete italiani non fanno altro che chiamarvi mister.

Ai bambini uzbeki piace andare sulle automobili radiocomandate. Le si può noleggiare, le automobili radiocomandate, in quasi tutte le piazze principali o nei giardini pubblici. I genitori, alle loro spalle, controllano la marcia con il radiocomando mentre i piccoli piloti sterzano violentemente a destra e a sinistra, anche se l’automobile va per i fatti suoi. È probabile che i bambini uzbeki sviluppino in questo modo una terribile nevrosi che poi, da grandi, li induce a guidare come se ci fosse qualcuno alle loro spalle con un radiocomando.

Per fortuna le strade sono tutte dritte. Quindi in Uzbekistan non ci sono curve e non c’è bisogno di sterzare.

Sui treni sharq sono montati dei vecchi monitor. Quando funzionano, perché spesso non funzionano, vengono trasmessi video musicali in cui personaggi improbabili interpretano canzoni tipo neo-melodiche, però da discoteca. È meglio quando i vecchi monitor montati sui treni sharq non funzionano.

Il concetto di fila, per il laborioso popolo uzbeko, è molto relativo. Se siete in attesa dietro una persona che traffica allo sportello di un ufficio, il primo che arriva vi salta senza indugio e si mette di lato e con le braccia poggiate sul banco. E mentre l’addetto allo sportello serve, quello si sporge in avanti e inizia a fare domande e a tirar fuori mucchi di banconote. Dopo qualche tempo capirete che nessuno rispetta la fila perché nessuno ritiene utile seguire una fila, vi accorgerete di essere sempre secondi. Solo che, non esistendo alcuna fila, sarete sempre ultimi, oltre che secondi.

In Uzbekistan costruiscono un sacco di muri. Non servono a dividere e nemmeno a proteggere, non delimitano un fuori e non circoscrivono un dentro. Servono semplicemente a nascondere quella che considerano la parte brutta delle città e invece, spesso, è l’unica parte davvero bella.

Gli Uzbeki, anche se non costruiscono case (tuttalpiù tiran su dei gran muri), sono instancabili lavoratori. Per eseguire piccole riparazioni vengono mobilitate decine di persone. Due effettivamente lavorano, tutte le altre dirigono.

La valuta corrente è il som, che non vale granché. Gli uomini girano con voluminosi mucchi di banconote, sembra che abbiano appena svaligiato una banca, invece avranno sì e no l’equivalente di un paio di dollari. Però è affascinante vederli sfogliare quei pezzi di carta e far di conto con eccezionale precisione e rapidità. Uno, due, dieci, cento, mille, diecimila, quattro miliardi di som. In realtà ti stanno restituendo mezzo dollaro.

Si può bere il te in qualunque stagione, anche in estate. Però è segno di maleducazione raffreddare la superficie soffiando. È buona norma far oscillare il liquido lungo i bordi della tazza. Anche se non serve a nulla.

È difficile dire quale sia il rapporto del laborioso popolo uzbeko con la figura dell’ex presidente Islom Karimov, scomparso nel 2016. Le sue statue hanno sostituito quelle di Lenin, delle sue frasi sono tappezzati i musei, i suoi palazzi spacconi e superkitch hanno rivoluzionato l’assetto urbanistico delle città. Però nessuno spende parole su di lui, quasi che nessuno lo conoscesse abbastanza per esprimere giudizi. Forse accadeva la stessa cosa ai tempi di Tamerlano, nessuno osava esprimere giudizi. Dopo però nelle città svettavano minareti costruiti con i teschi dei nemici sterminati in battaglia.

I musei, tranne quelli della capitale, sono aperti ma è come se fossero chiusi. Le porte sono accostate, le luci spente, le stanze silenziose. Certe volte, dopo che avrete pagato il biglietto, vedrete il cassiere alzarsi e precedervi per aprire le porte, accendere le luci, fare qualche rumore. Certe volte il cassiere resta dov’è sicché spetterà a voi aprire le porte, accendere le luci, fare qualche rumore.

Googoosha è una cantante pop uzbeka. Uno dei suoi principali successi è RoundRun. Nel video – girato a Bukhara – c’è un ragazzo, vestito di nero che corre sui tetti della città, una specie di ninja che si arrampica, salta, fa le capriole. Alle volte il ragazzo scompare e, al suo posto, c’è lei, Googoosha, vestita come la damigella di un matrimonio del Nebraska, che canta e cammina per la stessa città. Qualcuno potrebbe anche chiedersi: «dov’è che vanno il ragazzo ninja e Googoosha?». Chissà. Comunque Googoosha è il nome d’arte di Gulnora Islomovna Karimova, figlia chiacchieratissima dell’ex presidente Islom Karimov, proprietaria di un vasto impero finanziario dalle origini dubbie… almeno quanto le sue doti di cantante.

Mauro Orletti

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