Uno spettro si aggira per lo scantinato

Se ho ben capito il senso della strofa 66 del canto IV de “La secchia rapita”, che dice così «Poi che tutti passâr // Marte disparve // lasciand’ognun di meraviglia muto. // Stupiva il vincitor che le sue larve // conoscer non avea prima saputo: // stupiva il vinto, poi che ‘l sole apparve // cinto di luce, e che si fu avveduto // con onta sua che le picchiate ladre // a tutti fatte avean le teste quadre», se ho capito, dicevo, quel che Tassoni intende, e cioè che nella battaglia combattuta presso il fiume Secchia i Modenesi inflissero una sonora batosta ai Reggiani – infatti li fecero prigionieri, li tennero rinchiusi nel castello di Rubiera, infine li liberarono facendoli passare attraverso una gragnola di colpi che “squadrò” le loro teste – se ho capito, quindi, l’origine di questo nomignolo e il senso figurato della vicenda, ne deduco che l’Ottavio di Aldo Gianolio (che già aveva pubblicato con Aliberti un romanzo intitolato “Teste quadre” e che ora esce per Robin edizioni con “Ottavio il timido”) è sì una testa quadra ma in senso del tutto originale.
Dove cioè l’aggettivo, più che alla morfologia cranica – con annessi e connessi di piattezza cerebrale e ristrettezza di vedute – allude a una certa spigolosità intellettuale. E così, nel prendere contro gli angoli vivi del suo animo il presunto buon senso si sbriciola come una torta mantovana mentre l’assodato luogo comune mostra la consistenza di un panspeziale bolognese.
Dunque Ottavio, timido impiegato di un’azienda pubblica, asseconda senza fortuna le proprie passioni: la letteratura, da infaticabile paroliere, e la musica, da critico autorevole e disinvolto batterista. Né l’una né l’altra gli regaleranno soddisfazioni, al contrario, dovrà ingoiare moltissimi rospi. Eppure lo spesso strato di rospi e timidezza non riesce a domare il genio anarchico, quel piglio tassoniano che sbeffeggia i potenti, fustiga i papi, condanna i generali e smitizza gli eruditi.
E allora mi azzardo a dire che “Ottavio il timido” rappresenta un po’ la punta di quella bellissima (e mai troppo frequentata) tradizione letteraria che è l’invettiva. Con qualcosa in più: perché Gianolio anziché organizzare il discorso secondi i crismi della polemica, disarticola la narrazione in una miscela di generi che vanno dalla favola sconveniente al saggio brevissimo, dal racconto onirico all’elenco fulminante, dalla novella filosofica alla prefazione entusiasta. In questo modo la voce dello scrittore è sempre vibrante ma non trasmette l’inutile senso di concitazione che hanno le persone prive di ironia (o i batteristi ricchi di energie ma poveri di talento).
E non è cosa da poco se si considera che Ottavio Fontanesi, sia che suoni la batteria o caschi addormentato, sia che ammutolisca o faccia sogni di vendetta, sia che pedali per una città deserta o indugi nel sovraffollato mondo delle fantasie erotiche, resta ben piantato a terra, zavorrato, parte integrante del popolino che pure, alle volte, vorrebbe investire con una gragnola di colpi, a costo di autoinfliggersi bastonature.
In fondo, per schiantare un sindaco corrotto o un editore incompetente e insomma, tutto quel mondo di persone che si sentono “arrivate” solo perché – in un modo o nell’altro – sono riuscite a emergere, bisogna avere l’onestà intellettuale di dichiarare la propria appartenenza al popolino. Solo da lì, dal basso, è possibile gettare a terra i bidoni. Solo da lì, non dalle cattedre, val la pena lanciare nell’iperuranio i campioni. Così fa Gianolio con Malerba oppure San Ra, il musicista che diceva di arrivare da Saturno.
Un luogo lontanissimo e desiderabile, che non ha bisogno delle isole pedonali, delle strisce blu, dei piani regolatori che perseguitano il povero Ottavio. Un luogo così diverso dalla sua città, un ambiente perfetto in cui non ci sono le piazze del municipio, e nelle piazze del municipio non ci sono le statue di Carlo Marx, e le statue di Carlo Marx non finiscono dentro gli scantinati, e gli uscieri non devono guidare i Fontanesi giù per gli scantinati alla ricerca delle statue di Carlo Marx. Perché quella extraterrestre è una civiltà afrofuturista (come diceva Sun Ra) alla quale appartengono creature essenzialmente timide (come il nostro Ottavio). Tant’è che difficilmente si lasciano vedere, preferendo vivere nei romanzi, aggirarsi come spettri negli scantinati o abitare su Saturno, come ogni civiltà superiore. Che in quanto superiore è, o sarà, socialista.

Mauro Orletti

[Aldo Gianolio, Ottavio il timido, Robin edizioni 2016]

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